La pubblica compassione allo spettacolo di tanta miseria rimase profondamente commossa; una mano pietosa pose alla desolatissima madre la lapide. Sul principio del secolo passato se ne leggeva ancora una parte la quale diceva così:
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IVSTAM. FILII. NECEM. ADPRECARI
AC. FERRE. NON. POTVI
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IN. VITA. IN. MORTE. IN TVMVLO
COMITAVI. ILLVM
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A. CAPITE. FILII. MISERRIMI
MOERORE. MATERNO
AVERTE. IRAM. DEI. PUNTISSIME. VIATOR.
Ai tempi nostri non m'è riuscito rinvenire questa lapide; certamente tra tanto volgere di vicende rimase distrutta con altri incliti monumenti di storia patria.
CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO IL CALCIO
«Deinde illis omnibus qui cubantes in lectulis suis somniant somnium de universali felicitate filiorum Adam in terris et expectant libertatem civitatis ab æquitate potentiam, abrumpe somnium et spem, et dic unicuique.»
«Quindi a coloro tutti i quali prostesi sui giacigli sognano il sogno della universale felicità dei figli di Adamo sopra la terra, e libertà aspettano dalla giustizia dei potenti, il sonno rompi e la speranza, e favella a ciascuno.»
Hypercalypsis Didymi Clerici,
c. 18, v. 26.
Una falsa dottrina ha preso per somma nostra sventura a mettere le barbe negli ingegni della presente generazione italiana; ma tanto mi affido nel genio della bella contrada che spero non avranno tempo da diventare radici. Traviando dietro deplorabili vaneggiamenti ai quali imposero il nome specioso di scienza trascendentale, abbandonarono i severi precetti della pratica filosofia per correre dietro ad astrattezze di cui il meno che possiamo dirne si è che tornano inutili. Per me ho tenuto sempre questi strani cervelli in concetto di uomini incompiuti, ermafroditi intellettuali, cioè nè osservatori nè poeti; se osservatori, tu li vedresti speculare argutamente i casi umani, dedurne le poche conseguenze sperimentali capaci di applicarsi ai bisogni degli uomini, comporne un libro d'istituzioni accomodato allo intelletto comune, non già misteri cabalistici dove nè Dio nè il diavolo comprendono parola; se invece poeti, anzichè immaginare inabile congerie di strumenti, di ruote, di suste e ordigni altri siffatti incapaci a imprimere un moto qualunque, i morti dalle antiche sepolture evocherebbero, a favellare delle virtù e delle colpe passate con la magia dell'ingegno costringerebbero, dalla intera natura colori per avvivare i canti loro raccoglierebbero, e poi o Anfioni edificherebbero Tebe, o Timotei Persepoli incendierebbero. Essi, all'opposto, come Curzio, si cacciano nella voragine, non già per salvare, sibbene a perdere le menti in infelici sofismi: nella vertigine incomposta dei pensieri loro, afferrata una nuvola, si affaticano a foggiarla nel sembiante del Giove di Fidia, e un soffio leggiero di vento gliela converte nel più grottesco diavolo che dipingesse il Calotta nella Tentazione di santo Antonio. Icari dalle penne incerate, volano per cadere, — ogni nome di essi indica un errore, ogni sistema un grado di avvicinamento alla follia. Questa è la storia dei libri di siffatti empirici che hanno tolto il nome di filosofi. Tale tra loro in molti volumi s'ingegnò di provare l'uomo nascere incredulo, la scienza farlo scettico in prima, poi condurlo alla fede, — altri altre cose. Sortimmo noi la facoltà di pensare per disperderla in giuochi siffatti di spirito? E poi hanno preteso descrivere Dio, le leggi della creazione, e stampare la carta topografica dell'anima con la famiglia delle passioni e delle idee. Fossero stati almeno cotesti loro sogni leggiadri! Ma no, tenebrosi, confusi a guisa di deliri, spossano l'anima e la infastidiscono miseramente. Sempre nel disegno di sostituire i propri vaniloqui alla esperienza, parlarono di morale e di politica. Qual morale! Qual mai politica!
Non si adoprarono già a temperare l'orgoglio dei fortunati con la evidenza di un fine comune, — non intesero a sollevare gl'infelici con la speranza di più nobili destini, — non ispesero l'opra a provvedere all'effettuale miglioramento di tutti, — no; pretesero provare ottime le condizioni presenti della umanità; non dissero al caduto: Sorgi. — bensì invece: in cotesto fango tu stai da principe, rimantivi e godi. — Almeno il maligno di Ferney nel suo Candido rideva; questi poi favellano come se si fossero accomodati sul tripode della pitonessa.