I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il Morticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla dintorno, — stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti gli addentra i denti nelle carni, — quindi da sè respingendolo con veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di là dei cancelli.
Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo. Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno; le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani fronde di alloro.
Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo, egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi. Quel volto, per ordinario pallido, ora livido e nero, il sangue rappreso, lo sguardo torto empirono di spavento i famigli, che non si attentarono accostarglisi. Come si narra dell'antico Anteo, che quante volte traboccato a terra, tante si rialzava di nuovo vigore ingagliardite le membra, costui se cadde tristo, si levò iniquo: rotto ormai ogni freno, il pudore postergato al mal talento, irruppe nelle più brutte turpitudini per offendere il Castiglione: cospirare alla perdita della patria e della libertà, purchè fruttasse adempimento della implacabile vendetta, non solo reputa atto indifferente, ma gli parve merito e dovere; e poichè, o peccato nostro o naturale cosa, troppo più operative vediamo essere la invidia e le malnate passioni che non l'amore della virtù e gli affetti gentili, così gli venne fatto di riuscire oltre le speranze. Tanto si travagliò costui che i giovani nobili, delusi, desiderarono la tirannide dei Medici, come partito unico di emanciparsi dal giogo del popolo.
Ad atterrire le menti sopraggiunsero giorni adri per casi lacrimevoli e per sinistre apparizioni, chiamati dai volgari egiziachi o più comunemente uziachi. Il sole scurò ai ventotto di marzo, e con paura notarono che quantunque volte il sole eclissava, seguivano in Firenze tristi accidenti. Pochi giorni dopo fu decapitato Stefanino delle Doti per avere in compagnia di Piero di Giovanni del Fornajo ucciso a tradimento messere Bernardino di Arezzo, insegna dei signori Dieci, mentrechè usciva di palazzo. Otto Cocchi, senza che se ne sapesse la cagione, di per sè medesimo si tagliò la gola. Un soldato ferito, mal comportando l'acerbità della piaga, fatto caricare da un garzone lo archibuso, se lo sparò nel petto. In piazza dei Signori avvennero tre risse, ed in più parti della città si pose mano alle armi con ispargimento di sangue ed offensione di molti. Lione di Agnolo della Tosa, percosso di un sasso nel capo, mentre battevano la torre di San Giorgio, uscì incontanente da questa vita. E poco prima una masnada di Côrsi di quelli di Pasquino spensero a colpi di alabarda Andre di Lionardo Ghiori e lo rubarono. I frati corrotti spargevano veleno dai confessionali, l'animo ai più baldanzosi scrollavano. I Palleschi già procedevano a testa levata, col motteggio e la minaccia sulla bocca. Gli Arrabbiati non cessavano dal rammemorare la profezia del Frate: che lo aiuto verrebbe quando ogni speranza di soccorso fosse perduta; ma per questa volta con sembiante allibbito e a fiore di labbra.
A crescere lo scompiglio ebbe parte quella Caterina dei Medici che, allora fanciulla di undici anni, per comandamento della Signoria conservata nel monastero delle monache Murate, destinavano i cieli ad esercitare il truce ingegno sul reame di Francia. In costei la ragione sopravanzando l'età, non pretermise argomento di sovvenire alla fortuna della sua famiglia: dapprima vinse parte delle monache e le indusse a seguitare la sua fazione, sicchè il santuario sonò di preghiere discordi e più sovente di male parole e di peggiori fatti; poi divenuta alquanto più baldanzosa, mandò a presentare i sostenuti e i principali Palleschi, quasi per confortarli a tener fermo, con paniere di berlingozzi, nel fondo delle quali aveva effigiato per mezzo di fiori l'arme delle palle. Onde, quando fu deliberato in consiglio qual partito dovesse prendersi sopra di lei, Lionardo Bartolini, repubblicano avventato, non senza riprensione dei più tepidi, disse: «Quando t'imbatti nella vipera ècci forse partito altro diverso da quello di correrle tosto sopra e di romperla co' piedi? Io per me sostengo che la si abbia a mettere spenzoloni da un merlo delle mura contro le prime archibusate del nemico.» — Non pertanto vinse il più mansueto consiglio, e per tôrre via gli scandali mandarono di queto messere Salvestro Aldobrandini affinchè quinci la rimuovesse e nel monastero di Santa Lucia la traslocasse.
Ma sopratutto fu grave sventura la perdita di Empoli. Vi avevano mandato, come altrove dicemmo, per commessario Andrea Giugni, uomo conosciuto sempre svisceratissimo della libertà e nella gioventù sua piuttosto audace che animoso, ma di maniera che sogliono essere i giovani poco civili. Sul quale proposito il Nardi, santissimo petto, pone una avvertenza nelle sue storie che importa molto ripetere, onde gl'Italiani la meditino e se ne giovino: «generosità di animo, che abbiamo per esperienza di questa guerra veduto essere molto differente dal valore dell'arte militare, come ancora per l'opposto abbiamo visto molti giovani di vita modesta e civile essere diventati nella guerra valorosi soldati[290].» E al Giugni aggiunsero per capitano o sargente maggiore Piero Orlandini, il quale reputarono infellonito contro i Medici perchè un suo consorto, chiamato del medesimo nome di lui, avendo in tempo di sede vacante scommesso con Giovammaria Benintendi che il cardinale dei Medici non sarebbe papa, quando il Benintendi gli disse che lo avesse a pagare, rispose voler vedere prima s'egli era canonicamente stato fatto; quasi intendesse inferirne che, non essendo legittimo, non poteva esser papa: per le quali parole, preso e collato, gli fu dopo poco ore barbaramente mozza la testa nella corte del bargello; molto più poi che Francesco Ferruccio non rifinava nelle sue lettere ai Dieci di raccomandarlo come uomo assai pratico della guerra e che avrebbe fatto loro onore, chiedendone la promozione come ricompensa alle fatiche sostenute, che intendeva durare in pro della patria[291]; ma costui, rotto alle lascivie e solo intento ai grossolani diletti della vita, esercitava le armi come mestiero atto a procacciargli il pane giorno per giorno, parato sempre a servire quello che glielo crescesse e meglio glielo accertasse.
Il principe di Orange, considerando di quanto grave momento fosse per l'esito della impresa il conquisto di Empoli, deliberò fare ogni sforzo per ottenerlo: comandò pertanto a Diego Sarmiento vi andasse ad oste con tutte le sue bande dei Bisogni, alle quali, per dare maggior nervo, aggiunse alquanti soldati vecchi del marchese del Vasto, impose a don Ferrante Gonzaga vi cavalcasse con tutti i suoi cavalieri, e commise al signor Sampietro maestro delle artiglierie il carico di trasportarvi buona parte dei cannoni del campo; — spedì ancora con diligenza al signore Alessandro Vitelli che stanziava co' suoi su quel di Pistoia quinci si movesse, e quanto meglio avesse potuto celato e spedito si accontasse col Sarmiento sotto le mura di Empoli. Ciò fu ottimo appresto di guerra. Nè pretermise gl'inganni, in cui forse, più che nelle armi, riponeva fidanza. Avuto a sè Giovanni Bandini, gli disse: essere per commettere grave imprudenza, della quale la prospera fortuna poterlo giustificare soltanto, sprovvedere il campo dei migliori combattenti, di cavalli e di artiglierie per espugnare Empoli; volere ad ogni costo prendere quella terra e prenderla presto; lo sovvenisse in quella sua estremità; l'opera e il consiglio suoi assicurarlo meglio di venti bombarde; andasse, vedesse se v'era modo appiccare alcuna pratica con quei di dentro; nelle sue mani depositare il proprio onore e la propria vita: — e a queste aggiunse tante altre di quelle parole che i signori sanno trovare quando hanno bisogno degli altrui sussidi.
Promise il Bandini e mantenne oltre la promessa; imperciocchè, essendosi aggiunto Nicolò Orlandini, fuoruscito di Firenze e sviscerato Pallesco per soprannome il Pollo, mandò un segreto messaggio al capitano Piero Orlandini, sua conoscenza vecchia, per fargli palese che, se avesse potuto ascoltarlo, egli era per dirgli parole che lo avrebbero reso il più lieto uomo del mondo. Si strinsero tutti a parlamento, e il Bandino col Pollo, parte col mostrargli la causa della Repubblica perduta, parte con buona somma da pagarglisi di presente, molto maggiore in futuro, senza troppa difficoltà svolse l'Orlandino a fare il piacer suo. Però l'Orlandini lo ammoniva sul Giugni non potersi contare, avvegnachè ben fosse ignavo e trascurato, ma non pertanto zelantissimo della Republica; ancora doversi prima ostentare una grande dimostrazione di forza e battere furiosamente le mura, dacchè i terrazzani, le reputando insuperabili, e di vettovaglia non patendo difetto, se ne stavano baldanzosi; e poi quel Ferruccio gli aveva esaltati in modo che da senno credevano potersi, non che dagli uomini cogli archibusi, ma dalle stesse donne con le rocche difendere la terra.
Il Bandino, lasciando l'Orlandino bene edificato, conferisce partitamente col Sarmiento, e convengono piantare due batterie, una da parte di tramontana, l'altra verso ponente; alla prima comandò il Sarmiento, alla seconda il Vitelli. Il Sarmiento, cosa per quei tempi stupenda, senza punto ristarsi, trasse trecento colpi di cannone: perchè parte di un puntone e della muraglia si sfasciò con terribile rovina.
Anche a' giorni nostri chiunque ne avesse vaghezza, soffermandosi in Empoli, potrebbe contemplare le stimmate impresse sulle mura di quella terra dallo straniero in pro della tirannide domestica; ma chi passa per Empoli ad altro non attende che a sollecitare la muta dei cavalli per attingere presto la Pafo d'Italia; e sì, che se l'aspetto delle margini sul seno del guerriero reverenza ispirano e amore, amore e reverenza più grandi dovrebbero infondere negli amici le ferite della nostra città. E in questa parte sieno grazie alla tirannide, che lasciava a qualche nuovo Antonio la veste insanguinata di Cesare da agitarsi un giorno davanti al popolo raccolto in benefizio della libertà. — Io mi dilungo dal vero: non vive più popolo, bensì un tristo gregge di animali senza occhi, senza orecchi e senza cuore, — una mandra di enti abbietti assai più che lo stesso tiranno non desidera: egli cessò da gran tempo di tormentarli, perchè non riusciva a strappare loro nè anche un sospiro; li percuoteva sul capo, rispondevano con un sorriso; le mogli ne stuprava e le figlie, e gli profferivano grazie; a qualcheduno gittava la testa di suo padre recisa, ed egli curvo la riceveva e ossequioso come presente di re. Io continuo la storia.