Rovesciata la muraglia, gli Spagnuoli con furiosissimo impeto si cacciarono giù nel fosso per salire all'assalto: giunti in fondo, troppo tardi si accorgono del fallo: quivi la terra melmosa si avvalla loro sotto i piedi, sicchè rimangono inestricabilmente impantanati; e quei della terra, inanimati dal capitano Tinto da Battifolle, gli sfolgorano con gli archibusi, gli ammaccano co' sassi e spesso uccidono a un punto e seppelliscono sospingendo loro addosso interi cantoni della muraglia intronata: e' fu mestiere ritrarsi. Dalla parte di occidente il Vitelli rovesciò spazio non minore di muraglia ma, capitano più circospetto di don Diego, abborrì avventurarsi in quel fondo e si rimase contento a quella prima prova. Nella notte, che come è madre di alti partiti agli animosi così partorisce le paure e i sospetti nei codardi e i tradimenti nei perversi, si restrinsero insieme i più doviziosi di Empoli, tra i quali la storia ricorda Nicolò di Quattrino e Francesco di Tempo, e agli adunati l'Orlandino espose: — come essi dal resistere più oltre molto avessero a perdere, nulla a guadagnare; non volessero mostrarsi tenaci a difendere la libertà di Firenze più di quello che si fosse mostrata la medesima Firenze; già avere ella capitolato; Ferruccio disfatto esulare di Toscana; ormai le cose della Repubblica disperate del tutto; in quanto a sè, uomo di guerra, nulla potere aspettarsi di buono dalla pace; non pertanto increscergli forte delle loro famiglie e di loro; si accordassero ora che si trovavano in tempo buono; non vedevano lo sbigottimento dei soldati dopo che avevano veduto cascare morto su i bastioni il suo capitano Tinto da Battifolle? pensassero qual prova avessero fatto le mura della terra, che il troppo fidente Ferruccio sosteneva bastevoli a qualunque più fiera batteria. In cui fidavano? No certo nel Giugni, badassero che un giorno o l'altro cotesto accidioso, sè e i soldati acconciando con gli avversari, non lasciasse i terrazzani a distrigarsi come meglio sapessero con loro. Dessero pertanto spesa ai propri cervelli; egli ammonirli a fine di bene. — Senz'altro consiglio convennero avesse a rendersi la terra, salve le persone ed i beni; e fu tra loro fermato l'ordine della resa.

Su l'ora del desinare del giorno seguente, per cura dei mentovati cittadini, e di Piero, si tolsero le artiglierie e le guardie da certa parte di mura, e gli Spagnuoli non mettendo tempo fra mezzo corsero a salirvi sopra. Superati appena i ripari, si sparsero per le diverse vie gridando: Sacco, sacco! — e quanti cittadini empolesi capitarono loro davanti, tanti ammazzarono; e cui rammentava la capitolazione, irridendo, rispondevano non avere camminato delle miglia più di mila per non acquistare roba in Italia: le libidini tacquero, — ma di fatti crudeli, e più degli avari non ne fu penuria.

Con la perdita di Empoli comincia l'agonia della Repubblica fiorentina. I nemici accampati sotto Firenze ne fecero festa, e in segno di allegrezza spararono tutte le artiglierie; i Fiorentini all'opposto ne sentirono danno e dolore inestimabile: — persero la vettovaglia quivi in copia raccolta, — rimase loro preclusa strada a procurarsene della nuova, — l'animo dei cittadini cadde, e per prova vediamo niente contribuire tanto ad attirarci addosso una sventura quanto temerla e aspettarla.

Andrea Giugni e Piero Orlandini ebbero fama di traditori, e come tali furono dipinti; la Quarantia li condannò alla pena infame, comecchè contumaci, i loro beni posti nel fisco, le case sfasciate[292]. Tutta speranza di salute riposta nel Ferruccio. La fortuna ha deposto su quel capo la vita o la morte delle libertà italiane, tre e più secoli di progressione verso l'ordinato vivere civile o di storno verso la barbarie. Condizione dolente per un popolo, quanto gloriosa per un individuo, quando la esistenza del primo s'immedesima al palpito del cuore del secondo. Il più delle volte rovinano entrambi: quando invece riescono a stare, la vita di cotesti uomini forma un'era nuova nella durata dei secoli.

I magistrati di Firenze confermano Francesco Ferruccio commessario generale e gli conferiscono autorità dittatoria, cioè quanta n'esercitava la medesima Signoria.

Mentre si disperava del come fargli pervenire la commessione, il Pieruccio si offerse parato di portare la carta e condurre incolumi fino a Volterra Marco di Giovanni Strozzi chiamato Mammaccia, e Giovambattista di Girolamo Gondi per soprannome Predicatore, eletti commissari di cotesta città in luogo di Francesco Ferruccio. Ora stiamo a vedere quali saranno le imprese di questo uomo, che in pochi mesi ha superato in fama i capitani del tempo, e già si avvicina gli antichi.

La storia non riescirebbe piena, nè potrei acconciamente proseguirla, dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.

Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli rimandava sotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti, ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite. Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro. Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita; — l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra. Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito i combattenti.

Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato, nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere, potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che, tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta ira che non vergognarono andare con mezzo esercito a combattere un uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi, deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro: sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto, poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e, pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue, sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della tirannide straniera e in danno della libertà della patria.