Ferruccio, ributtata una mano di cavaleggeri che gli aveva mosso contra Fabrizio Maramaldo, il quale si era vantato bastargli la vista per impedirlo nel cammino, varca la Cecina e, seguitando la via littorale, tocca Rosignano e giunge a Livorno.
La sua grande anima così potentemente gli agitava le membra che non sentiva più bisogno di cibo o di bevanda, nè lo spossava fatica. Mirabile e misteriosa è la forza dello spirito, e quando abbiamo udito narrare le stupende gesta di qualche eroe, ci siamo compiaciuti a immaginare un'anima di fuoco entro un corpo di ferro. La storia però ci ha tramandato come gli uomini più famosi, anzichè apparire aiutanti della persona, fossero oltremodo di fibre delicate e gentili; tra i moderni basta rammentare Bolivar. Ferruccio poi era ben composto, ma non avrebbe potuto reggere fisicamente ai gravosi travagli, dove la gagliardia dello spirito non gli avesse somministrato insolito vigore[296].
I suoi soldati gli avevano posto tanto singolare venerazione che se egli avesse comandato proseguissero il cammino, comecchè rifiniti dalla stanchezza, avrebbero obbedito. Ferruccio, li vedendo trafelati, co' piedi sanguinosi riarsi al sole, e per altra parte pensando che stavano per avventurarsi in sentieri ancora più aspri, con maggiore pericolo di essere assaltati, ordinò facessero alto, di riposo convenevole confortassero le membra.
Nè in quei remoti tempi era Livorno fastidievole vista per un'anima repubblicana. Certo, non per anche il commercio l'aveva ingrassata sì da non dar luogo a sentimento altro diverso che non fosse guadagno; non le erano divenuti ancora nomi del tutto ignoti patria e libertà; non ti pareva, al primo porre il piede nella sua piazza, udire rinnuovato il caso di Babele o piuttosto il vestibolo dell'inferno rimbombante per voci alte e fioche; non ancora, onde crescesse di popolo, l'avevano convertita in asilo di ladri, falsari, di ogni risma ribaldi; no, Livorno non era anco fatta la tavola di salute a quanti mai tristi vissero nel mondo. Livorno abitava poca cittadinanza, ma pura fino all'ultimo artista; breve si estendeva il giro delle mura, ma su quell'umile castello si era posata una stella, come già sul presepio di Betelemme; i suoi bastioni erano stati consacrati col sangue dei cittadini sparso in difesa della libertà, i suoi ripari resi illustri dalla vittoria.
Tutto questo ignora Livorno popolosa, Livorno intenta ai subiti guadagni. Eppure, come Dio volle, avvenne che un uomo si ostinasse a lanciarvi dentro la voce di patria, e sentendola ripetere mille volte, esultò immaginando quivi palpitassero mille petti cui largivano i cieli il dono pericoloso di amare la patria. Grave errore fu questo, perocchè non ripetessero già la voce bocche mortali, ma l'eco: e chi non sa che l'eco tanto risuona maggiore, quanto più il luogo è deserto? Livorno se ne sta pingue, stupida, mostruosa sopra il mare etrusco, come la balena buttata alla spiaggia dall'impeto della tempesta.
Ferruccio allora contemplò con religiosa riverenza quelle bastie dalle quali era stato respinto Massimiliano I, don Chisotto fra gl'imperatori; si compiacque immaginare la pazza ira di quel superbo costretto a indietreggiare vinto da così debole castello, con la minaccia sopra le labbra, la paura nel cuore, con la veste lacera, chè una palla da falconetto gli aveva portato via una manica del suo robone imperiale di broccato d'oro trapunto di perle, la quale trovata poi fu venduta cento ducati. Il prode uomo si prostrò davanti alla statua che per ordine della Signoria di Firenze condusse di macigno Romolo del Tadda e collocata sopra la fronte del bastione del Villano in benemerenza della fede e del valore di che fece prova in cotesto avvenimento la gente del contado.
Ella era semplice come la virtù, bella come il fatto che le aveva dato origine. Rappresentava un villano con un palo in braccio, un sacco, un barile ed un cane ai piedi; denotava il palo le palizzate costruite e difese contro Massimiliano imperatore; il sacco e il barile, il pane e l'acqua, a cui stettero contenti gli assediati finchè durò l'assedio; il cane, la fedeltà pel comune di Firenze. E qui è cosa festevole assai notare come l'uomo, creatura superba, scelga un animale per significare qualche sua virtù, il cane per la fedeltà, il serpente per le prudenza, e simile. La verità scoppia la superbia, le bestie vagliono meglio di noi, forse perchè, come al creatore piacque, non compartiva loro la ragione[297].
Questo insigne monumento scomparve sotto il principato; in vece sua orna adesso Livorno la statua di un principe con quattro uomini incatenati sotto nella base, ingenua espressione della monarchia! — Chi è costui? Prima fu cardinale, poi principe della Toscana per retaggio del suo fratello maggiore morto di veleno. Quale impresa rammemora il monumento? Nessuno lo sa. La storia tace. Le statue ritte al principe vivo, più che dimostrazione di grandezza in lui, fanno testimonianza della viltà di chi gliele offriva. Non forse i Romani inaugurarono statue a Domiziano, a Nerone e a Caligola? Se i cranii dei Medici inariditi dentro le loro sepolture potessero formare un desiderio, certo vorrebbero rovesciati i propri simulacri. Oh! voi sapeste quanto è cosa dura la memoria a colui che si spense nel rimorso. I Medici già quasi avrebbero conseguito l'oblìo: le monete dalla loro effigie consumava il tempo: la storia udendo i delitti di quella turpe famiglia gittò lo stilo e non volle registrarli; chè nè tante furono nè tanto scellerate le colpe degli Atridi; e poi questi costrinse il fato, mentre nei Medici fu spontaneità di libidine e di sangue... — per altro non si ricorderebbero; stanno le statue: — in ciò che più agognarono, adesso rimangono puniti, — nella bassezza di turpi lusingatori. Durino quelle statue; non le logori il tempo, la inclemenza dei cieli non le offenda: i principi hanno elevato con le loro mani il proprio supplizio; — ogni uomo sa dove lanciare una maledizione: assai lunghi anni si conserveranno così. Quando mutilate cadranno ingombrando, masse deformi, il terreno, possa urtarvi dentro il cieco e rifiutarle, esecrandole, per seggio dove aspettare l'elemosina del popolano che passa.
Col sembiante dimesso, ravvolgendo mesti pensieri, passeggia il Ferruccio sopra la estrema sponda del mare; volge i suoi passi verso la parte di ponente, — ad ora ad ora solleva lo sguardo e geme, non trova luogo dove fissarlo senza che si rinnovi in lui un'antica memoria di dolore: guardando a man destra scorge la eminenza dove già stette Torrita, l'antica città; — in lei si agitarono alti spiriti, in lei fu copia di santi affetti, in lei care ricordanze, decoro di sapienza e di grandezza: adesso rimase ogni cosa sepolta, un denso strato di terra la ricuopre, un altro più denso di oblio; sparirono fin anche le rovine; il tempo non ha lasciato neppure una lapide dove piangere la morta città. Questo dileguarsi di città e di reami senza segnar traccia fra i posteri, — questo morire tutti e il non vedere differenza alcuna tra la estinzione di un popolo e la caduta dell'erba dei campi davanti la falce del mietitore, contristavano amaramente l'anima del nostro eroe. Nè gli giova meglio guardare a manca; quivi a breve distanza nel mare gli si presenta un monumento che richiama alla memoria un popolo italiano svenato da un altro popolo italiano, — la terribile battaglia della Meloria. Colà Pisa giacque sotto la fortuna di Genova. Oh nefande guerre fraterne!... Ferruccio dà volta e indirizza il cammino verso levante: adesso si pone a contemplare il cielo e le acque. — Magnifici elementi! Dapprima gli sembra che emuli poderosi vogliano cimentarsi percorrendo a gara il cammino della eternità sopra due parallele infinite, poi lontano lontano, quasi li prenda fastidio della corsa solitaria, — si riuniscono, — si confondono — continuano uniti il sentiero che loro avanza per giungere al punto determinato. Il mare spiana le acque perchè il cielo vi contempli dentro la propria bellezza, e il cielo ricambiando l'amore del fratello gonfia con l'influsso della sua luna le marine, col tremolìo delle stelle irradia i lembi dei flutti mormoranti; e quando la divina lampa del sole ha infuocato le sue sfere, non sembra che la deponga in grembo al mare perchè si riscaldi a sua posta? In riva al mare sorgeranno per avventura pensieri strani, se vuoi, ancora bizzarri, ma sempre grandi: nè alcuno presuma immaginare alti concetti, se prima non contempla questa gloriosa creazione di Dio: se mai tu ti affacciassi al mare, e il cuore rimanesse muto dentro di te, calca di un piede l'aratro e rompi il seno della terra, — la natura ti destinava per questo.