Lo spirito del Ferruccio per siffatte immagini si estende; concepimenti sublimi si affollano come ispirazioni al pensiero di lui, ch'egli si affatica a ridurre a tale che possa la favella significarli e l'altrui ingegno comprenderli. Quasi tratto fuori di sè, si percuote la fronte e, gli occhi fissi nell'alto, esclama:

«Magnifica, Creatore, l'anima mia, — pel mio cuore basta!»

Vico Machiavelli si accosta frettoloso al Ferruccio, grave cura lo preme, — da lontano lo chiama, — quegli non ascolta, — replica la chiamata e sempre invano; — giuntogli dappresso, lo scorge, quasi tolto a' sensi diversi, tendere ansioso lo sguardo su le acque, come farebbe la madre che affidò il figlio all'Oceano per iscoprire la vela che deve ricondurglielo tra le braccia; e poichè alla voce aggiunse il tirare della veste, Ferruccio lo guarda in volto e favella:

«Chi sei? Perchè mi togli la visione della mia gloria? Vico, tu qui?» — e, senza attendere risposta, continua: «Vieni, siimi testimonio che in questa ora Dio mi ha rivelato il disegno di poter tutelare non solo la libertà della patria, ma cambiare la faccia all'Italia, — forse anche il mondo. Vedi là oltre?» — e col dito gli accenna davanti a sè, — «là oltre è Africa; piegando alquanto a levante, quasi dirimpetto a Roma, giaceva Cartagine... Quando la fortuna di Annibale prostrava le forze romane in Italia, i padri nostri ardirono accogliere lo stupendo divisamento di portare la guerra in Africa, e Scipione mutò i destini del mondo, però che Annibale accorrendo in aiuto della patria, — all'aquila romana tornò il cuore a riprendere il fatale suo volo a traverso la terra[298]. Più che le libertà italiane premono ai Dieci e alla Signoria di Fiorenza le case e masserizie loro; la fortuna di rado favorisce i meschini concetti, spesso gli audaci. Essi mi hanno rivestito di facoltà che paiono amplissime, ma sottosposte alla condizione di volgermi più che io possa veloce alla tutela di Fiorenza: Corri, mi hanno detto, ma dentro il circolo che noi ti segniamo. — Ah! mi avessero dato balìa di movermi a mio talento, ecco, imitando l'esempio di Scipione, giorno e notte camminando con passi accelerati, mi spingo a Roma, sorprendo papa e cardinali, distruggo il papato, sciolgo il voto del Frangsperg[299], — le dottrine di Lutero, che già serpeggiano, non pure nel popolo, ma nelle reggie dei principi[300], confermo, — la mia causa aggiungo a quella dei riformatori in Germania, — scuoto il seggio di Carlo, — libero a un punto l'Italia dal giogo spirituale e temporale, — rifabbrico il Campidoglio, — resuscito il popolo romano...[301] Ahimè! questo pensiero mi ucciderà; bisogna che tenti dimenticarlo. Chiudiamoci in Fiorenza, manteniamo viva la lampada, dacchè ci è conteso suscitare l'incendio; anche qui occorre pericolo, anche qui è gloria.»

Vico, lasciato trascorrere alcun tempo, favellò:

«Signor commissario, Giampagolo Orsini a grande istanza domanda restringersi a parlamento con voi.»

«Colonna... Orsini..., che vuol da me questa lebbra d'Italia? Per bene egli certo non giunge. La Repubblica ebbe abbastanza di loro. Va' e riportagli da parte mia che s'ei viene a restituire il danaro che sotto fede di condurre dugento fanti e dugento cavalli ai servigi di Fiorenza si rubò il suo consorte abate di Farfa[302], gli renda e si vada con Dio: traditori, per somma sventura, ne possediamo anche troppi.»

«E non pertanto», soggiunse Vico, «ai modi aperti di lui e alle sembianze giovanili, avrei giurato non fosse uso a male opere...»

«Non importa; per essere giovane, non morde meno velenosa la vipera... Ma tu lo dici giovane: di lui non intesi mai novella. Come si chiama suo padre?»

«Renzo da Ceri, uomo assai riputato nella milizia, nè per quanto io sappia, contaminato da brutta fama. Almeno il Cristianissimo lo esperimentò fedele, quanto valoroso capitano.»