Giampagolo gli strinse la mano, Vico l'altra, e fecero atto di volergliele baciare; lo impediva il Ferruccio, che commosso altamente diceva:

«No, no, venite tra le mie braccia: aveva un figlio, ora mi trovo a possederne due: non dubitare, Vico, basta a tutti l'anima mia. Orsino, buon augurio mi dai, tu mi accresci le forze alla speranza.»

Questo fatto io trovo registrato da tutti gli storici, nè io ho voluto tacerlo, e tutti quelli che con auspicio ed ingegno migliori prenderanno a parlare di questi tempi, scongiuro a non lo lasciare inonorato. Certamente lo straniero si meraviglierà di questa lode, e non saprà persuadersi come si abbia a levare a cielo azione così naturale. I comandamenti della legge di Dio non dovrebbero per avventura comprendere ancora il precetto al cittadino di sovvenire con tutte le forze la propria patria? Giampagolo Orsini non aveva forse sortito i suoi natali in Italia? Ma lo straniero cesserà la maraviglia per due cause: una che senza la mia spiegazione gli sarà nota, cioè che gli uomini in generale sogliono i comodi anteporre alla fama; l'altra poi (e quantunque mi gravi dirla, la manifesterò ad ogni modo, poichè a me non piaccia la ipocrita carità patria che dissimulando le colpe assopisce con encomii bugiardi, e ufficio vero di buon cittadino consideri la rampogna acerba che conduce all'ammenda) abbisogna di commento italiano, ed è questa, che o per ira di Dio o, come credo piuttosto, per tristizia degli uomini, fummo e siamo noi altri Italiani siffattamente divisi che il Romano crede avere che fare col Fiorentino quanto con un abitante dell'Oceania o di quale altra più remota parte del mondo. I Piemontesi si reputano così estranei alle cose d'Italia che, favellando con Toscano, Romano o Napoletano, hanno in costume di designarlo così: — Voi altri abitanti d'Italia. — Questo mal seme funestando il nostro paese nei tempi di che si parla anche più fieramente che ai nostri, l'azione dell'Orsini non parrà ufficio patrio, ma sibbene amore purissimo degli uomini e della libertà.

Il Ferruccio, lasciata Livorno, si riduce a Pisa: qui appena giunto gli scemò la speranza, non l'animo. Gli aveano dato i Signori poteri ampissimi, anche di donare terre e città, ora che da Volterra e Pisa in fuori non ne tenevano altre nel loro dominio; lo avevano eletto generalissimo degli eserciti, nè gli mandavano gente o pecunia per farne; soffriva i tormenti di Prometeo, si assottigliava l'ingegno per trovare danari, e non rinveniva il modo; n'ebbe dall'Orsino, ma pochi: egli davvero si sarebbe coniato anche il cuore. Quantunque di natura piuttosto superbo che altero: come Provenzano Salvani[303], si condusse a tremare per ogni vena supplicando fin colle lagrime i più facoltosi tra i cittadini pisani, affinchè gliene imprestassero, offrendo sicurezza sopra i suoi beni e su quelli dell'Orsino: vedendo non fruttare le preghiere nè la promessa di largo guadagno, mutata mente, impose pagassero; chi rifiutasse sarebbe carcerato; sopportassero tutti la taglia così cittadini come forestieri; e poichè uno di loro disse avrebbe sostenuto piuttosto morire di fame o impiccato che pagare pure un quattrino, comandò nessuno ardisse recargli cibo o bevanda. L'ostinato Pisano non perciò si rimuoveva[304], e il Ferruccio sempre più si fermava nel suo proponimento, e lo avrebbe per certo fatto impiccare, se i suoi parenti pagando per lui non lo avessero liberato[305].

Nè già si creda che nel Pisano ciò fosse tutta avarizia, ma in gran parte rancore contro i Fiorentini, i quali dopo ferocissima guerra più che quindicennale tolsero alla sua patria la libertà. Fu questa veramente colpa dei Fiorentini, della quale però gli avrebbe, non che assoluti, celebrati la ragione politica, se, come intendevano, riuscivano a dominare sopra la universa Italia. Tra la serie infinita di sventure volle il destino che il concetto medesimo agitassero i principi e le repubbliche d'Italia, ma le forze si trovassero così equilibrate con quelle degli altri, tanta sapienza dimostrassero gli stati a stringere lega tra loro, onde altri non crescesse, che nessuno potè condurlo a fine; sicchè le conquiste delle terre vicine, mancato lo scopo, parvero ingiustizie, l'esito non giustificò la rapina; suscitaronsi odii che non poterono poi spengersi con i vantaggi di bene universale; l'amore di municipio non si trasfondendo nell'amore di popolo italiano, diventò furore. Adesso la piaga non duole... perchè la si è fatta cangrena.

Mentre più si travagliava il Ferruccio in questa faccenda, Luigi Alamanni, istando presso la nazione fiorentina stanziata in Lione, raccolse certa quantità di pecunia e la inviò speditamente al valoroso commissario[306]. Riprese lena, si dette a levare gente, formò nuove compagnie, mescolò agli inesperti certa quantità di provati, esercitò tutti, rivide le cittadelle e le munì; scrisse lettere ortatorie agli uomini del contado e ne ottenne cavalli. Molti lavoratori si presentarono co' loro arnesi rurali, ed ei ne formò due compagnie di marraiuoli senza provvederli di altre armi, perocchè sapeva che gl'istrumenti co' quali si lavorava la terra sono eziandio molto bene acconci a difenderla; ragunò vettovaglie, apprestò cariaggi, scale, polvere, ogni maniera munizione. Considerando dovere tenere la strada per vie dirupate, alle artiglierie impraticabili, per non rimanere privo di questo potentissimo mezzo di guerra, ordinò dodici moschette o vogliamo dire spingarde, da potersi accomodare in qualunque più arduo luogo mercè alcuni cavalletti molto agevoli al trasporto, finalmente apprestò copia di trombe di fuoco artifiziato e distribuì ad ogni capitano la sua. L'antico Briareo non sembrò più favola, egli operava ratto e molteplice, come se la natura gli avesse compartito cento braccia e cento teste.

Però mentre a tante cose provvedeva, dimenticò sè stesso. La vigilia prolungata, i soprumani travagli, l'oblio degli alimenti lo fecero macro, gli occhi gli diventarono vitrei e fissi, sopra le guance pallide ad ora ad ora appariva una striscia di colore etico. Un giorno, mentre più acuto costringeva il pensiero alla meditazione, gli si turbò il cervello; come arco troppo teso si rompe, e il dardo pronto a volare nel brocco cade senza forza od obliquo, così la sua immaginazione giacque spossata; sente lo sfinimento del naufrago sopraffatto dalle onde burrascose, gli si abbuia l'intelletto; la febbre, la quale dopo le ferite tocche a Volterra quando più quando meno non gli aveva mai dato tregua, gli riarde il sangue e gli ricorda essere la sua anima legata pur sempre all'inviluppo di carne.

Lo tormentò un lungo delirio, ma anche nel disordine delle facoltà intellettuali splendè luminoso a guisa di stella che tolta all'armonia dei cieli si avvolga nella sua vagante carriera non meno lucida di prima. Furono le sue visioni di patria, di battaglie, di gloria, qualche volta di sconforto, ma rade e passeggiere, quasi tenue nuvola presto portata dall'ale dei venti traverso il disco della luna.

Risensato appena, solleva il fianco ed esclama:

«Abbiamo combattuto? Abbiamo vinto? — Ah! il morbo mi tiene giacente nel letto. — Porgetemi l'arme; io non ho tempo di trattenermi ammalato, non voglio essere infermo... anche un mese di salute, fortuna, poi a cui la vuole gli dono la vita...»