Vedeste mai più immobile cosa delle arene del deserto finchè il vento tace? Le sferza il sole co' suoi raggi, — le pestano le piante dei dromedari e dei cammelli, — la caravana vi procede sopra spensierata come sul cimitero della natura: all'improvviso ecco comparisce una nuvola infuocata, — subito dopo il soffio sterminatore; e la bufera del deserto rugge più terribile della procella del mare; — qui arte di nocchiero non giova, — ogni argomento umano vien meno, — quasi serpente inferocito ravvolge la sabbia nelle sue interminabili spire uomini e animali: — dov'è la caravana? Tra un centinaio di secoli una mummia d'uomo, un osso fossile di dromedario o di cammello faranno testimonianza che un giorno fu calpestato il deserto. — Così il popolo.

Il due di agosto corre una voce, il principe Orange, lasciato il campo, aver mosso contro al Ferruccio; il fiore dell'esercito accompagnarlo; la fama, esitante dapprima, si difinisce e conferma, siccome avviene quantunque volte precorre la verità. Il popolo solleva la faccia contristata per vedere se alcuno viene a sovvenirlo di consigli o di comandi. Gli uni non mancarono nè gli altri. I giovani della milizia, e sopra tutti Dante da Castiglione, presero a dire essere venuto il tempo di combattere, porgere Dio nella sua misericordia l'occasione per liberare la città: il popolo s'infiamma, la parte migliore dei magistrati acconsente, il gonfaloniere esulta ancora egli e promette in tanto stremo non si rimarrà neghittoso a vedere.

Due dei Dieci andarono in gran fretta a trovare Malatesta Baglioni e Stefano Colonna, e a pregarli che volessero rendersi al palazzo per consultare; ambidue si mostrano rilenti a obbedire, pur vanno, — il primo in compagnia di cinquecento soldati, armato di corsaletto e di celata.

Per le scale del palazzo Zanobi Bartolino ricambia una parola col Malatesta, e con quella parola gli pone in mano il pugnale per trucidare la patria.

Stavano adunati la Signoria, i Collegi, i Dieci, i Nove e i gonfalonieri dei sedici gonfaloni. Quivi con acconce parole Rafaello Girolami espose; la mente del governo essere di rassegnare l'esercito e poi rimettersi in tutto all'arbitrio della fortuna e combattere. Malatesta a siffatta proposta rispose le seguenti parole riferite da Giovambattista Busini[312].

«Signori, io sono venuto a farvi reverenza ed ho indugiato sino ad ora perchè mi era detto che le Signorie Vostre mi volevano gettare a terra di questo palazzo; tal vedo tra voi che mi mostrò sempre aperta, la finestra dalla quale fu precipitato Baldaccio; — e pur ora, salendo, udii dire da uno dei vostri cittadini: Va' pur su, va' pur su; tu non uscirai. Io non sono traditore, ma vi affermo che poco più avete rimedio a salvarvi.»

«Noi non vi chiamiamo», riprese il gonfaloniere, «per udire discolpe, — conosciamo a prova la fede e prodezza vostre, e in queste intieramente noi confidiamo. Nei liberi reggimenti non è da farsi conto delle parole che si vanno ad ogni ora spargendo dintorno dai malcontenti e più spesso dai tristi; a voi basti possedere la fidanza della Signoria. Noi vi chiamiamo per sapere quanta gente abbiamo e per fare la rassegna[313].

«Voi avetene poca.»

«Quanta poca? Non paghiamo dodicimila paghe? Che dite voi? Perchè ci fate pagare tanti danari non avendo gente?»