Ma ormai quello che è scritto è scritto; giunge troppo tardi il pentimento. Se adesso io mi abbandonassi spossato, sarei meno degno di compassione che di vituperio. Dio mi sovverrà nella estrema fatica. I fatti con tanto amore raccolti non devono rimanere occultati; io gli narrerò con fedeltà di storico, invocando che nasca il poeta il quale gli sublimi del canto.

Due cose nocquero principalmente al disegno del commessario Ferruccio di liberare la patria: la prima fu, che alle ferite non bene sanicate si aggiunse la febbre venutagli addosso un po' per la troppa fatica, un po' a cagione dello ammuttinamento dei Côrsi, i quali levarono tumulto per difetto di paga; di che il Ferruccio sentendo inestimabile ira e dolore, proruppe fuori della chiesa di Santa Caterina, dove alloggiava con la testa scoperta, in giubbone da niente altro riparato eccetto le lunette di maglia, ed avventatosi in mezzo ai sediziosi, con lo stocco alla mano tre uno dopo l'altro ne uccise, restando attonito tutto il resto[322]. La seconda, che sopramodo lo travagliò, fu non avere pecunia nè trovare via per farne; imperciocchè coi danari alla mano intendeva raccogliere gente che bastasse non solo per combattere meno disperata battaglia con gl'imperiali, ma lasciare Pisa e Livorno presidiati in guisa si potessero tenere anco quando Firenze, per diffalta di vettovaglia avesse dovuto capitolare, ed i suoi sforzi per soccorrerla fossero riusciti invano. Consiglio così magnanimo come arguto; avvegnadio finchè ci è fiato ci è speranza, e per esperienza lo provammo anche ai dì nostri; invero era a sperarsi allora su gli umori di Francia, voltabili sempre, sopra la morte del papa, che ormai non poteva troppo tardare, su le molestie del Turco nella Ungheria non meno che sul mareggiare delle coscienze alemanne divise dalla Riforma[323].

Fra queste angustie il nostro eroe tanto si tribolava che i commissari di Pisa scrivevano ai Dieci in data del 25 luglio esserglisi aggravato il male in modo che i medici concludevano per qualche dì non poterlo guarire... «e per essere la presenzia sua utilissima, e quanto sia necessario il farlo presto; dall'altro canto non potere esercitare la persona per qualche giorno; ci è parso spacciare di nuovo a Vostre Signorie; avvisando tutto, acciò quelle commettino quanto doviamo eseguire[324]

I Dieci, pressurati dal popolo, il quale, non trovando più sozzure e schifezze da cibare, urlava con l'urlo della fame, scrissero al Ferruccio che per amore di Dio si avacciasse; che se non poteva andare egli, spedisse ad ogni modo tutta quella gente preponendole Giovanbatista Corsini detto lo Sporcaccino, o quale altro gli paresse più idoneo; nel qual caso davano a colui che mandasse la medesima autorità. — Presentata questa lettera al Ferruccio, dopo averla letta e poi ripiegata, tenendola in mano, la prese da un lato co' denti dicendo:

«Andiamo a morire[325]

E siccome il signore Giampagolo gli veniva raccomandando di mettersi in lettiga e così farsi trasportare con manco suo travaglio[326], egli rispose mestamente:

«No, figliuolo mio, no, pel cammino che mi avanza a fare le mie gambe basteranno.»

E senz'altro indugio il Ferruccio si pose in via, lasciata Pisa il 1 agosto 1530 e movendo per la Valdinievole: chiesta e non ottenuta dai Pesciatini la vettovaglia, fatto mostra di prendere la via maestra e piana, prevalendosi dell'oscurità della notte, tralascia l'agevole sentiero e si getta tra i monti che gli sorgono a mano dritta nelle vicinanze di Collodi. Diventando la notte più nera, ed essendo ormai pervenuto a Medicina, castello del contado lucchese, gli parve di qui rimanersi, tanto più che in questo luogo aveva dato ritrovo a certi capi di parte cancelliera, per propria prestanza e più per le molte parentele ed amicizie a sostenere le cose della Repubblica pericolante adattissimi.

Disposti gli alloggiamenti, invigilato a che ognuno fosse provveduto del bisognevole, non potendo ormai più vincere la impazienza dello attendere, si cacciò fuori solo dal castello speculando se gli aspettati giungessero.

Nè stette guari che, udendo rumore, mosse il grido consueto del conoscimento; a cui venendo data la convenuta risposta, ravvisò gli amici e con gran cuore li condusse nella sua stanza.