«Bevi, Bandino, perchè potrebbe darsi che il fato ci contendesse bagnare un'altra volta le labbra nel divino liquore.»
Il Bandino, accostatasi appena la tazza alla bocca, la consegnava ad un paggio, — il poco vino libato sparse per terra; — gli parve avesse sapore di sangue.
Ora in quel luogo accadde ciò che nel medesimo punto avveniva a San Marcello. Il cielo si annuvolò ad un tratto e rovesciò sopra la terra grossissima pioggia. Orange e l'esercito stando fuori allo scoperto, ne rimasero bagnati fino alle più riparate parti del corpo; nè di questa avventura rimase per nulla sbigottito il capitano cesareo, ma anzi traendone favorevole auspicio, non senza molto riso così favello:
«Soldati! Noi non anderemo punto imbriachi alla guerra contro i nemici, poichè con tanto favore Iddio ci adacqua con le sue sante mani il vino[336].»
Ciò detto, con prontezza non meno che con savio intendimento dispose l'ordine della battaglia, il quale fu questo. Mandò innanzi Teodoro Becherini, Zucchero Albanese, Rossale, Francesco da Prato e Antonio da Herrera con i cavalleggeri, e per difesa maggiore diede loro in compagnia trecento veloci archibugieri, imperando che dovunque incontrassero per la via luoghi angusti pei quali con difficoltà passasse la cavalleria, quivi ponessero certe squadre di archibugieri; onde se a caso, abbattendosi nei nemici grossi, avessero dovuto retrocedere da queste squadre appostate su i poggi, ciò potessero fare a poco a poco senza sbandarsi; e se invece il nemico fosse venuto loro sopra in luoghi piani dove scorgessero la cavalleria agevolmente adoperarsi, allora si spingessero innanzi e facessero ogni sforzo di entrare in Gavinana prima del Ferruccio, avendo avuto dagli esploratori ragguaglio il capitano fiorentino intendere ad occupare Gavinana e quivi afforzarsi contro di loro, unendosi a quanti per quella montagna parteggiavano per la fazione guelfa o cancelliera, ed erano amici alla Repubblica Fiorentina. Avrebbe seguitato l'Orange con gli uomini d'arme, i corazzieri e le fanterie.
Affrettando il passo, i cavalleggeri imperiali si accostano a Gavinana e ricercano i terrazzani aprissero le porte a nome dell'imperatore e del papa.
I principali del castello, recatisi sul ballatojo di porta Piovana, rispondono alla intimazione: aprirebbero volentieri, purchè avessero fede che sarebbero lor salve le sostanze e le vite.
I capitani dei cavalleggeri soggiungono; «Aprite tosto; di ciò vi malleviamo sotto parola del principe Filiberto di Orange capitano cesareo, che di poco tratto ci seguita.»
E i terrazzani da capo: «Di voi punto non ci fidiamo; aspettate che venga il principe, e quando egli proprio ci assicuri, vi apriremo le porte; nè l'esitanza nostra deve adontarvi, imperciocchè essendo Gavinana ab antiquo di parte cancelliera, e occorrendoci tra voi non pochi panciatici, crudelissimi nemici nostri, meno di voi sospettiamo che di loro.»
Tutte queste parole mettevano innanzi i Gavinanesi non per voglia che avessero di arrendersi, ma per dar tempo di arrivare al Ferruccio, a cui avevano mandato celerissimi messi, ed ora, per sempre più affrettarlo, si posero a suonare furiosamente le campane a martello.