... presentò all'Orange la carta dei patti firmata dal papa;... Cap. XXVIII, pag. 664.

Per altra parte il principe di Orange, pervenuto il due agosto a Pistoia, vi si fermò tutta la giornata attendendo ad ascoltare gli esploratori e spedire di ora in ora ordini e messi a Fabrizio Maramaldo e ad Alessandro Vitelli, affinchè si stringessero alle spalle del Ferruccio senza lasciargli campo a ritirarsi; la qual cosa gli sembrò avere molto bene conseguita quando gli fu riportato che il capitano Cuviero con gli Spagnuoli ribelli di Altopascio, chiesto ed ottenuto perdono, si era congiunto con lui, e che Nicolò Bracciolino con mille armati di parte panciatica lo sosteneva e guidava. A ora di vespro, il principe, salito in cima del campanile del duomo, domandò ai cittadini pistoiesi che lo circondavano gl'indicassero la strada da tenersi fra i monti; della qual cosa, secondo che i ricordi dei tempi ci fanno fede, fu pienamente istruito da Bastiano Brunozzi[331]. Appressandosi la sera, dietro la scorta di Bastiano Chiti[332], uomo pratico del paese, si pose in via e camminando tutta la notte si condusse la mattina sotto i Lagoni, luogo quasi ugualmente distante da Gavinana e Pistoia, e si accampò in certo piano tutto ingombro di castagni che torna sopra a San Mommè, ricoperto dal poggio che riguarda Pontepetri e le Panche, adattissimo alle insidie e tale da sorprendere senza essere scoperto il Ferruccio, quando si fosse inoltrato, per la strada ch'egli disegnava tenere.

Mentre l'Orange, in questo luogo fermando l'esercito, attendeva a riconfortare gli spiriti, ecco arrivare affannoso da capo alle piante contaminato di fango un sacerdote; dalla paura turbato e dalla agonia della vendetta, trafelato di stanchezza, non trovava parole intiere; — si aiutava col gesto nè giungeva a farsi intendere meglio; — lo consigliarono a riprendere lena, lo ristorarono con vino generoso, sicchè, tornatogli l'animo, cominciò a dire: «Ferruccio, si trova a San Marcello; — la terra ormai è stata ridotta in cenere, i popoli sepolti nelle rovine... io, per la grazia di Dio appena salvo, ho veduto con questi miei occhi trucidata tutta la mia famiglia; — a che tardate? Muovetevi, se volete sorprendere il nemico come dentro una fossa[333].

Di ciò tanto opportunamente avvertito l'Orange dispose muoversi, molto più che conobbe a prova il breve riposo dopo la notte perduta sgagliardire piuttosto che afforzare il corpo; per lo che, recatosi in mezzo all'esercito accompagnato dai principali capitani, salì sopra un monticello e con lieto sembiante rivolto ai soldati disse loro:

«Soldati, si avvicina il termine dei comuni nostri fastidi. Vinta questa battaglia, torneremo a casa onorati ed anche doviziosi. Il papa, come uomo che si fida poco di voi e meno di me, non vuol pagarci, se prima non vinciamo. Vinciamo dunque; se non per volere, mostriamoci eroi per necessità. Della vittoria sarebbe piuttosto follia disperare che sperare baldanza. In ciò mi affida la prodezza vostra in tante venture provata, la dappocaggine dei Fiorentini...»

«E sopra tutto il vostro numero, sette volte maggiore di quello del Ferruccio», interruppe con gran voce il Bandini[334].

Orange abbassò arrossendo la faccia e, subito dopo rialzandola ridente, soggiunse:

«Non saremo poi tanti, Bandino. In ogni caso, anche per questa parte possiamo star certi della vittoria. Non pertanto mal ti avvenga, Bandino; interrompendomi tu hai tolto alla storia la più bella arringa che mai siasi avvisato di fare un capitano di esercito da mille anni a questa parte. Adesso non mi riesce riprendere il filo degli argomenti... Oh Dio! mi stanca tanto pensare. Meglio così, imperciocchè se ci scapita la storia, ci guadagnate un tanto voi altri soldati; — io vengo subito alla conclusione, ed è questa, — beviamo[335]

Non aspettarono i soldati a sentirselo dire due volte. Messa mano ai barili, ne empirono capacissime tazze e le mandarono in volta alternando risi, motteggi ed augurii per la vicina battaglia.

Il principe, bevuta prima una ed un'altra tazza, n'empì la terza, e considerando che il Bandino, assorto nella sua cupezza, non domandava da bere, gli porse la propria tazza dicendo: