E così favellando erano già scesi verso la valle di San Marcello, — l'opposta a quella che avrebbero dovuto percorrere.

Se nella rimanente Italia, con vergogna dei padri e danno diuturno di noi, la vendetta si manifestò come passione, in Pistoia fu rabbia. L'animo contristato rifugge dall'udire i fatti trucissimi che desolarono la infelice contrada, nè fu certo carità patria rendere con moderna edizione comuni le Storie pistolesi[328], che per lo innanzi occorrevano di rado. Era vanto tra i Pistoiesi offendere non il colpevole, sibbene il più reputato personaggio della famiglia di lui, il quale spesse volte mansueto in mezzo alla ferocia de' suoi deplorava l'iniquo talento. Non impietosirono i duri petti le preghiere dell'età vetusta, non i gridi delle madri, non i vagiti degl'infanti; invano i sacerdoti dai pergami esclamavano: Pace, — pace! — Segno della bestiale ira erano perfino le cose inanimate; sovente gentildonne d'inclito lignaggio congiunte agli offensori, a piedi nudi, coperte della sola camicia, col pargolo al collo, dovettero fuggire dalla casa in fiamme; e dall'alto delle torri il nipote, anzichè arrendersi nelle mani dello zio, lasciò cadersi capovolto a infrangersi l'ossa sopra la selci; ogni vincolo rotto, ogni senso di carità e di amore affatto spento; il petto più duro del ferro che fasciava i corpi loro. Quando una parte cacciava l'altra, ecco la fazione vincente scindersi anch'essa per la preda sanguinosa, e sorgerne una rete interminabile di omicidii e di rapine. Così prima i Cancellieri si divisero in Bianchi e in Neri; quindi i Bianchi in Vergiolesi e gli altri della sua parte; poi i Neri in Traviani, Ricciardi, Lazzari, Tedici, Rossi e Sinibaldi; nè qui si stette la infame rete di uccisioni, di scisme e di rapine, ma anzi si moltiplicò per modo che come mi strinse il dolore a pensarvi, così mi assale vergogna a raccontarle. E l'antico cronista fiorentino[329], il quale percosso da tanta immanità, si avvisò specularne le cause, non seppe trovare argomento altro migliore se non questo uno, che i superstiti della strage catilinaria fermandosi in cotesta contrada vi togliessero donna e di generazione in generazione il truce sangue e le furie loro senza tralignamento ai più tardi nepoti tramandassero. La quale opinione non solo deve rigettarsi come falsa, ma ed anche biasimarsi come trovata ad arte per adombrare la vera. Gran parte di colpa vuolsi attribuire ai Fiorentini, i quali, mirando al dominio della Toscana e forse della universa Italia, ebbero per accorgimento di stato tenere Pistoia con le parti, Arezzo con le armi[330]; onde, non che si dessero pensiero a sopire le antiche discordie ne suscitavano sempre delle nuove. Ma il mal seme partorì pur troppo la mala pianta; chè quinci mosse la favilla che accese sì gran fiamma in Firenze ai tempi di Corso Donati, e adesso vedremo che fu causa della rovina della repubblica. Onde quanto meglio considero la ragione delle umane vicende, tanto più mi confermo della sentenza di Focione, che la politica degli stati non deve andare disgiunta da buona morale. Un popolo nella lunga giornata dei secoli non è crudele e perfido impunemente a danno di un altro popolo.

L'avantiguardia fiorentina, scesa in fondo della valle, piegò alla volta di San Marcello, là dove anche ai giorni nostri occorre una cappella di pietra grigia dedicata alla Vergine, posta lungo la strada che da Pistoia conduce a Modena. I terrazzani non conobbero il pericolo prima che sel vedessero irreparabilmente caduto addosso; la nebbia fitta impedì loro pensassero ai ripari. Irruppe pertanto nel castello la piena dei nemici: ben s'ingegnarono chiudere le porte della Fornace e del Poggiuolo, ma non poterono; — chiusero quella del Borgo, e a nulla valse, imperciocchè gli assalitori accatastandovi davanti copia di legna suscitassero tale un incendio di cui anche ai tempi presenti occorrono vestigi. Dopo quel caso mutarono nome alla porta, e di porta del Borgo lo chiamarono porta Arsa, che tuttavia le dura. Le stragi, le rapine, i turpi fatti che così spesso e con tanto fastidio tocca riferire allo espositore delle storie umane qui si rinnovarono e più crudelmente che altrove; uccisero i vecchi, perchè avevano offeso; le donne, perchè i figli avevano nudrito alla offesa; i fanciulli, perchè crescevano a offendere; le masserizie distrussero, le case rovinarono, i ricolti serbati a mantenere la vita dispersero, pochi fuggirono, e recatisi in collo i cari figlioletti, si dettero a cercare riparo arrampicandosi su per l'ardua montagna detta la Serra o il Partitoio; alcuni si chiusero nel campanile, dove disperati di scampo attendevano, come meglio potevano, a difendersi. Poco però avrebbero potuto sostenersi, che il Bravotto co' suoi compagni sfidando la pioggia delle pietre erasi spinto a piè della torre e quivi con suoi arnesi s'ingegnava tagliarla, se non sopraggiungeva il Ferruccio. Nel contemplare la strage e l'incendio arse di sdegno, e per poco stette che, pretermessa ogni ragione di stato, non facesse lì per lì appiccare il Pazzaglia, il Bravotto e quanti si trovavano seco partigiani Cancellieri; pure compresse l'acerbità del dolore ed ordinò, pena la vita, cessasse l'infame uccisione, si spegnesse la fiamma; il vigore de' suoi si logorava non mica trucidando i nemici, bensì spargendo sangue italiano. Chiamati sotto le insegne i soldati, li trasse fuori della terra e gli stanziò sopra certa eminenza la quale e per la sua situazione e per avere prossime le mura gli parve opportuna a respingere qualunque assalto improvviso. Al tratto di terreno occupato dall'esercito del Ferruccio rimase il nome di Campo di ferro, come ne fa fede il seguente distico riportato nel manoscritto del capitano Domenico Cini:

Ferreus hic ager est, ex quo Ferrucius olim

Sive hostem statuit vincere, sive mori.

Al punto in cui il pendio cessa e la pianura incomincia, il viandante che si avvisasse entrare in San Marcello per la porta del Borgo, oggi porta Arsa, incontrava e tuttavia incontra una casa sopra le altre notabile. Vi abitava in quel tempo Antonio Albumenti Mezzalancia di Pippo Calestrini, capitano di parte Panciatica, sopra ogni altro della sua fazione temuto ed odiato; — ma egli, come colui che ardimento aveva troppo e senno poco, toglieva ad abitare quella casa fuori della mura del castello, volendo mostrare che non aveva bisogno di ripari e sapersi molto bene difendere da sè stesso.

Quando la gente del Bravotto e del Pazzaglia investirono la sua casa, ed egli, tratto dal rumore, fattosi al balcone conobbe questi suoi feroci nemici, si tenne spacciato; ma accennando nel volto quella speranza che non aveva nel cuore, vedendo ormai ingombro il terreno della casa, ordinò che la moglie, i figli, insomma tutta la famiglia si ragunasse dentro una stanza, ed egli afferrata una spada a due mani si piantò sul limitare minacciando sicurissima morte a chiunque attentasse inoltrarsi: poco gli valse cotesto disegno, chè il Bravotto, impaziente del fine, scese nella strada e, appoggiata una scala alla finestra, gli riuscì, quando meno sel pensava, alle spalle. Mentre quella stanza si empiva di urla e di strage, il prete Nanni di Pippo, fratello del misero Mezzalancia, si precipita dalla finestra opposta a quella per la quale era entrato il Bravotto e, lo secondando la fortuna, casca senza offendersi in terra: si rileva trepidante e prorompe in fuga precipitosa. Ben se ne accorsero i suoi nemici e gli spararono dietro moltissime archibugiate; non lo coglievano: alcuni cavalli lo inseguirono, e il caso (poichè la paura gli aveva rapito il lume dell'intelletto) così bene lo diresse nella fuga che i cavalieri, impediti dal cammino sdrucciolevole, trattenuti dalle molte asperità del terreno, dopo una lunga caccia dovettero rimanersi del seguitarlo. Di questo prete tra poco. — Il Ferruccio, ignaro che sopra il suo capo si era commessa tanto nefanda tragedia, co' principali dell'esercito si ferma nelle stanze terrene della casa del trucidato Mezzalancia.

Il cielo presago della sventura che stava per avvenire incupì maggiormente la sua faccia, — di grigio diventò nero e parve assumere gramaglie pel prossimo lutto. — La pioggia dirotta allaga d'improvviso la terra.