In silenzio procedendo e ordinato il esercito condotto dal Bravotto e dal Pazzaglia, giunge a quella parte del colle di Prunetta che ha nome la Croce delle Lari. Qui sotto giace la terra di San Marcello, principalissima della montagna pistoiese e, come panciatica, parteggiante dei Medici. — Ella se ne sta improvvida, chè la nebbia fitta le cela qual turbine di guerra si addensi sopra di lei, quasi colomba che intenta ai dolci nati non vede il falco il quale chiuse le ali si lascia piombare sopra il suo nido. Ora tra il Melocchi e il Pazzaglia comincia il seguente colloquio.

«Bravotto», dice il Pazzaglia, «quinci poc'oltre giace il castello che alberga i nostri nemici...»

«Che così spesso ci hanno arse le case...»

«Rubato i campi...»

«E noi tante volte offeso nella persona...»

«Fatto scempio de' nostri più cari...»

«Ci verrebbe pur bene il destro di distruggere quel nido di vipere...»

«E perchè nol facciamo?»

«Ma... il commessario lo vieta; c'indicava la strada da tenersi.., e tu ricordi con quante maniere di scongiuri ne supplicava a non deviarne pure di un passo.»

«In meno di un'ora noi riduciamo San Marcello a tale che il viandante non ne ravvisi più traccia, — distruggiamo una gente che lasciata dietro di noi potrebbe molto agevolmente riuscirci molesta, diamo spirito agli amici di mostrarsi per noi, — ingrossiamo l'esercito, — spaventiamo il nemico, — e noi ci laviamo le mani nel sangue degli odiati avversari.»