Carlo conte di Civitella e Amico Arsoli condottieri dei cavalleggeri spedisce innanzi, affinchè trascorrendo velocemente occupino Gavinana; seguita egli con la battaglia composta di quattordici bandiere; pone quindi le bagaglie, e la dietroguardia, ch'erano quindici insegne, commette alla fede di Giampagolo Orsino.

I cavalieri imperiali, sospettando ormai la malizia dei Gavinanesi e già vedendo apparire le insegne fiorentine, non si tennero più in freno, ma, trascorrendo a mano diritta lungo le mura di Gavinana, si fecero animosamente ad incontrare il nemico.

Il primo colpo è percosso, — ne succedono mille; uomini, cielo e campo di battaglia, tutto si presenta terribile. La strada sopra la quale combattono serpeggia a mezza costa del monte. — Da un lato il dirupo, — dall'altro l'erta scoscesa. In quelle angustie pochi prendevano parte alla battaglia, ma, sospinti dai sorvegnenti, quei pochi così si stringevano che, diventata inutile la spada e la lancia, si finivano a pugnalate, e i cavalli medesimi partecipando il furore dei combattenti si laceravano a morsi. Armi, cavalli e cavalieri precipitavano giù nel burrone, lasciando sulla schiena del monte spaventevole striscia di sangue; ed è fama che in quel giorno, l'umile rio delle Catinelle menasse giù alla valle più sangue che acqua, e la Vergine, che anche ai dì nostri scorgiamo posta a custodia della fontana dei Gorghi, vide in cotesto memorabile caso di sangue umano contaminate le caste sue linfe.

Nessuno vinceva, e si distruggevano tutti. Alcuni cavalieri fiorentini, o trasportati dall'estro della strage, o sia piuttosto, come crediamo, desiderosi col sacrificio delle proprie persone assicurare la salute della patria, scorgendo un calle su per la costa del monte, vi salirono a stento, e quando furono giunti a conveniente altezza, gridarono: «Viva la Repubblica!» — poi spinsero giù alla dirotta i cavalli, cacciando loro nel ventre intieri gli sproni. Quando eglino percossero i fianchi dei nemici, alcuni dei nostri rimbalzati dall'urto oltrepassarono volando sopra di loro e andarono capovolti ad incontrare la morte giù nel dirupo; altri caddero infranti tra le zampe dei cavalli: nondimeno così irresistibile fu l'impeto che la schiera si ruppe, e con eccidio miserabile ben molti tennero dietro nel precipizio ai nostri che tanto nobilmente si erano sagrificati. Allora crebbe il cuore ai Fiorentini: i capitani sopra gli altri volevano essere, siccome maggiori nel comando, così primi nel pericolo; sorse stupenda una gara di affrontare la morte; incalzano i Ferrucciani, piegano gli Orangeschi; indi a poco i cavalli, trovando dietro a sè bastevole spazio, si volgono e si danno alla fuga. Rifecero con veloci passi la via, piegarono di nuovo a destra di Gavinana e s'internarono nel bosco dei castagni, detto Vecchieto, sperando mantenervisi per virtù degli archibusieri appostati dietro i tronchi degli alberi. Ma nè per questo si rimase punto l'ardore dei nostri, che, scesi da cavallo, con in mano la picca conquistarono albero per albero e a palmo a palmo il terreno, sicchè pervennero a ributtarli fuori del bosco, cacciandoli oltre la fonte delle Vergini.

Il Ferruccio, trovata sgombra la via, accorre frettoloso e tra gli applausi dei terrazzani entra in Gavinana per la porta Papinia. Trasportato a festa sopra la piazza, mentre alzata la mano impetra silenzio per manifestare la gratitudine che serberebbe eterna la Fiorentina Repubblica per la divozione del popolo egregio di Gavinana, ecco volge lo sguardo alla contrada che mette capo alla porta Apiciana, e vede maravigliando comparirsi davanti la bandiera imperiale.

Fabrizio Maramaldo, il quale, come avvertimmo, aveva ricevuta commessione dall'Orange di tenere dietro al Ferruccio, giunto anch'egli sopra le Lari di Prunetti e quivi avvisato della scesa dei Fiorentini nella valle di San Marcello, piegò a mano sinistra al ponte di Mammiano, e scortato da buone guide, tenendo il cammino verso i monti che sovrastano a San Marcello, per la via sotto al Piano dei Termini, riuscì presso le mura di Gavinana dalla parte di levante. I terrazzani, accorsi ad incontrare il Ferruccio, nè da questa banda temendo l'offesa, l'avevano lasciata scoperta. Maramaldo, tentata la porta e la trovando salda, si pose a speculare la muraglia; ella era, siccome composta di muro a secco, debolissima; in breve tempo e con molta agevolezza gli riuscì atterrarne tanto spazio quanto bastasse a passarlo due uomini; un soldato, il più animoso, si provò ad entrare; non gli si opponendo nessuno, si assicurarono gli altri del sospetto d'insidia e a calca vi si affollarono. Così Fabrizio Maramaldo entrava in Gavinana da levante nel punto stesso in cui vi penetrava Ferruccio dalla parte di settentrione.

Il Ferruccio non profferì parola, ma a corsa si spinse incontro al nemico sbarrandogli lo sbocco alla piazza; gli tennero dietro Vico Machiavelli, Nicolò Strozzi, Goro da Montebenichi e molti altri dei valenti uomini che rammentammo di sopra, — oppongono una muraglia di ferro; adesso coloro che tra i nemici si mostrano più volonterosi vorrebbero ritirarsi, ma sospinti dalla piena dei sorvegnenti vanno a trafiggersi sopra le picche dei nostri; alcuni, tolto coraggio dalla disperazione, menarono orribili colpi, ma alla fine furono spenti; già d'intorno al Ferruccio si era innalzato un riparo di morti e di moribondi, sicchè gli convenne per mantenere la terribile zuffa calpestare quel baluardo di carne umana. Ad accrescere l'eccidio, uomini e donne lanciavano dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli e di ogni maniera masserizie su le teste degl'imperiali, che vedute dall'alto avevano sembianza di palle da artiglieria disposte per entro un quadrato. Durò gran pezza la mischia, e il Ferruccio si sentiva stanco, non sazio di uccidere; l'armatura, già brunita splendidamente, appariva adesso vermiglia dal cimiero agli sproni, qua e là ammaccata, in parte fessa; pensò nuovo modo di strage, si risovvenne delle trombe di fuoco, e mandò Vico a vedere se la pioggia ne avesse lasciata illesa qualcheduna; ne rinvenne tre buone a farne uso, le portò frettoloso, le dispose con diligenza e, avvertiti i compagni affinchè si cansassero, appiccò loro il fuoco: prorompe una tempesta di palle, di scheggie, di vetri e di simili altri proietti di cui solevano i nostri antichi riempire le macchine di guerra; — la strada rimase sgombra; — di tanta gente stipata avanza un mucchio informe di membra lacere, e su le pareti delle case appaiono attaccali frantumi di cervelli umani, o impresse col sangue le forme dei corpi quivi schiacciati; l'impeto della vittoria non concesse ai nostri osservare per quale orribile rivo cacciavano le gambe, si spinsero oltre sguazzando nel sangue allo esterminio nemico[339].

Ecco arriva l'Orange, a vedersi mirabile per l'armatura fregiata di oro e di argento con sottile lavoro, pel cimiero piumato, egregia opera dell'arte, ed anche pel poderoso cavallo pure egli adorno di pennacchi e di ricca gualdrappa; il superbo animale, quasi consapevole di portare così grande barone, scalpita, sopra sè stesso si ripiega, si compiace in somma nei moti smoderati che in un cavallo comune di ordinanza sarebbero stati puniti con acerba ferita degli sproni.

Quale impeto di cieca ira agitasse il capitano imperiale contemplando scomposte le squadre dei cavalleggeri, non è da dirsi; si avvolgeva furente pel campo gridando: «Dove siete, miei cavalleggeri?» E i suoi cavalleggeri erano polvere. Ad un tratto si accorge di un alfiere che malamente ferito se ne stava acquattato dietro un castagno; — gli corre sopra, gli strappa di mano la bandiera e, dandogli dell'asta traverso la faccia, lo manda tutto pesto a rotolarsi nel fango. Sventolando poi la insegna, continua a imperversare pel campo; non mica supplichevole, ma invece garrendo i soldati con parole di contumelia gridava:

«Marrani, cani senza fede, tornate in battaglia! ringraziate Dio essere sortiti all'onore di farvi ammazzare per sua maestà l'imperatore; tornate in battaglia, o, alla croce del vero Cristo, vi faccio sterminare dalla mia gente di arme!»