Herrera e Rossale si avanzano co' loro squadroni; il volto hanno pallido come codardi, e pure si mostrano animosi nei moti; passando a canto al Bandino, questi a voce sommessa dice all'Herrera:
«E bada a tirare giusto... un colpo, e basta.»
I cavalli si avventano, scomparisce lo spazio; all'improvviso s'innalza una densa nuvola di fumo; da una parte e dall'altra si sono mandati la morte scaricando gli archibusi. Chi rimase in sella? — chi ricoperse cadavere illacrimato il terreno? Non alitando soffio alcuno di vento, il fumo continua ad ingombrare il campo della zuffa. Di lì in breve però un magnifico cavallo ornato di piume galoppa, privo di cavaliere, di su di giù per le squadre dei soldati, empiendo il campo di tumulto e di spavento. È il cavallo del principe di Orange. Il suo signore giace spento nel fango trapassato da tre palle di archibuso, una nel petto, un'altra nel braccio sinistro, e la terza nel collo sotto la nuca[340].
E da un altro lato della nuvola del fumo sbucarono due cavalieri, gridando: «Salva! — salva!» — spingendo alla dirotta i cavalli. Erano Herrera e Rossale, cui la paura di comparire davanti al giudice supremo col sangue fresco di un assassinato sopra le mani rendeva codardi.
Tutta la gente di arme si disperse fuggendo, sicchè a Pistoia prima, poi a Firenze e al papa in Bologna corse la fama della disfatta e della morte del principe, sentendone, secondo i desiderii diversi, o immensa gioia, o infinita tristezza.
Per quello che abbiamo potuto indagare, sembra che da tre parti arrivasse sul principe la morte, dagli archibusieri appostati a Vecchieto, dai terrazzani schierati sulle mura della Gavinana e dagli assassini, ai quali in nome del papa era stato commesso il tradimento.
Tantavilla francese, paggio del principe, continuandogli in morte[341] quella fede di cui tante prove gli dava nella vita, malgrado la presenza del nemico e il pericolo che correva grandissimo, non volle lasciarlo, ma invece indirizzandosi al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi, lo pregò a porgergli aiuto onde caricarselo sopra le spalle.
E il Masi, magnanimo di cuore, come prode, commiserando al fato di tanto personaggio, scese da cavallo e sovvenne nel pietoso ufficio il servo fedele. Il Tantavilla, poichè si fu recato su le spalle il corpo dell'Orange, sorreggendolo con la mano manca, stese la destra al Masi e gli disse piangendo:
«Generoso cavaliere, se non vi sdegna la mano di un servo, me la stringete, vi supplico; ella è mano di servo fedele.»
«Di gran cuore», rispose Nicolò commosso, e gliela strinse con affetto; «se mai ti stringesse alcun tuo bisogno, sovvengati di Nicolò Masi. Ora parti, chè le parole sul campo di battaglia vogliono esser corte, e Dio ti tenga nella sua santa guardia.»