Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio, il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice, e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme appena gittato.
Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta. Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura, obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata, il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni; potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio, insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia, pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi; fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la libertà della patria, forse anche la vita.
Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era, presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:
«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»
Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano, affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.
Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso, se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi, i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.
Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria, tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.
La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella, Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati, come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue dalle chiese, incendiarne le case.
Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio, attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle, più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi! — ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò, cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.
Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella componendo al suono più dolce che per lui si potesse,