Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e aggiunse:

«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta, diventerebbe maggiore.».

«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto vada all'ospedale o al supplizio.»

«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi scoperò le stanze...»

«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal palazzo.»

E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.

Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio; Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:

«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo, come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, determinando che quelli i quali rimarranno a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere liberamente[349]

Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano, non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.

Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna, che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose, poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio, e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.