Frate Benedetto da Foiano, udendo che cercavano di lui per farlo morire, non gli occorrendo partito altro migliore, si fidò ad un soldato perugino il quale promise di mettere in salvo lui e le sue robe, ma egli, che della natura del suo capitano partecipava pur troppo, tolte per sè le robe consegnò il miserando frate al Malatesta, e il Malatesta alla trista derrata del tradimento aggiungendo, come bene avverte uno storico, una pessima giunta, dopo averlo martoriato prima per conto suo, con le mani e coi piedi incatenati lo mandò a Roma. Papa Clemente ordinò lo carcerassero in Sant'Angiolo, e nel consegnarlo a Guido dei Medici, che v'era per castellano, fece avvertirlo ne avesse cura secondo i suoi meriti; badasse a questo, che la sua lingua gli aveva di più aspre trafitte inacerbito l'animo che non le picche degli altri suoi nemici. Guido, di facile natura, innamorato delle virtù del Foiano e pensando la sua molta dottrina potesse avvantaggiare la Chiesa in quei tempi calamitosi, molto più che gli aveva promesso, se Dio gli concedesse vita, volere scrivere un'opera dove coi passi della Scrittura intendeva confutare l'eresie luterane, ne prese buona cura e attese a provvederlo di quanto è al vivere necessario. Così procederono per non breve spazio di tempo le cose, finchè, udendo che il papa veniva a visitare il castello, fidando placare il suo sdegno, gli pose su la via il frate, il quale prosteso, col capo chino al pavimento, le mani composte a misericordia, lo supplicava pel sangue preziosissimo di Gesù Cristo a compartirgli il perdono. I piedi del papa pestarono la barba del frate, il volume delle sue vesti pontificali s'intricò alle membra di quello, ma egli continuò il suo cammino senza badarlo, senza pur fare sembiante di vederlo, senza movere parola di lui. Terminata la visita del castello, e pervenuto sopra la soglia della porta, sul punto di prendere commiato da Guido, accostandogli le labbra all'orecchio, gli susurrò:

«Benedetto da Foiano è passato a vita migliore: monsignor vescovo, di qui a cinque giorni voi gli direte o farete celebrare l'ufficio dei morti.»

«Mai no, Santità, riprese Guido, che il Foiano vive, ed io ve l'ho posto sul vostro cammino perchè lo vedeste e gli usaste misericordia...»

«Tacete; — io vi dico ch'è morto, — e voi procurate di celebrargli l'ufficio.»

E siccome il vescovo di Civita se ne stava a guisa di smemorato, papa Clemente scotendogli il braccio con giovanile gagliardia, replicò cupamente:

«Non intendi, stolto? — egli deve morire.»

Venne l'ora consueta in cui solevano apportare al Foiano il cibo e la bevanda, ma egli attese invano gli alimenti; — pensò se ne fossero dimenticati e si pose pazientemente ad aspettare. Intanto il digiuno si prolungava, e lo stimolo della fame cominciava a tormentarlo; — si affacciò alle ferrate guatando bramoso se gli occorresse anima viva; — alla fine vide un soldato e lo scongiurò andasse dal monsignor Guido ad avvisarlo che non gli avevano portato il pane e che si sentiva fame; il soldato scosse la testa e si allontanò silenzioso. — Dopo lungo tempo ne comparve un altro, ed egli, «Fratello, in carità, si pose a gridare, — porgimi un poco di acqua, — le mie viscere ardono.» E il soldato: «Raccomandatevi a Dio; se io ve la porgessi, perderei la testa.» — Allora si rimase stupidito; poi dopo, tanta ira lo assalse per la disonesta morte a cui si vedeva condannato che a capo basso corse contro la parete per ispezzarvelo dentro, — e lo faceva; — ma il pensiero della eterna salute lo trattenne. Adesso l'istinto potentissimo della propria conservazione, l'acerbità del fine, l'occupano intero per tentare mezzo alcuno di scampo; — abbranca con ambe le mani la ferrata e la scuote cento e più volte, — e sempre invano; — allora col medesimo impeto si volge alla porta squassandola, scrollandola con quanto aveva di forza nei bracci, — e non consegue intento migliore. — Le sbarre di ferro si macchiano di sangue, — brani di pelle rimangono appesi agli arpioni della porta, — le mani ha impiagate, piene di schegge, le unghie rovesciate, — e pure non si arresta; — poi alla furia successe la quiete, e si pose sottilmente a investigare se vi fosse modo di venirne a capo con la industria. La pacatezza considerata inutile, tornò a crucciarsi; quindi di nuovo alle tranquille indagini, finchè, finita affatto la lena, gli si spense a un punto la speranza, e si tenne spacciato; si trasse verso il letto e vi cadde sopra bocconi gridando con voci di pianto: «Ahimè! questa non è morte da cristiani, e me la dà il papa!...Nei tempi andati un arcivescovo ci condannò il conte Ugolino..., ma io non gli ho ucciso i nepoti... La pena eterna dell'arcivescovo non ispaventa dunque papa Clemente? Oh! possa prima di morire il pentimento ottenergli la pace del paradiso.» — Questo pensiero di perdono volse lo spirito dell'Eterno in sollievo del derelitto; ond'egli drizzando gli occhi in alto non vide più le volte della prigione, sibbene la gloria degli angioli, il tripudio delle creature celesti intorno al trono del Rimuneratore, mentre gli apprestavano la palma dei martiri. Il frate si compose sul letto, come il morto sopra la bara, e si rimase con intenti sguardi a contemplare la visione di tanta beatitudine; — l'angiolo della consolazione gli si pose a canto del letto e col ventilare dell'ale bianche temperava l'ardore della fronte febbricitante; — assorte tutte le sue facoltà nel divino cospetto, non sente i dolori mediante i quali il corpo si avvicina alla estinzione; — non lo travagliano strette convulse, i precordi non gli straziano le trafitte della fame, — egli davvero a poco a poco manca, come lampada a cui venga meno l'alimento.

L'anima, pregustando le celesti dolcezze, non si curava affrettarsi ad abbandonare la sua terrestre dimora; imperciocchè dopo cinque giorni andando per trasportarlo al camposanto non lo trovarono, come credevano, cadavere, ma vivo e col volto pieno d'una quiete stanca, — della soavità dei santi. — «Figli miei, egli favellò con piccola voce ai sorvegnenti, — andate in carità da monsignor Guido e ditegli da parte mia ch'io sono, come vedete, in procinto dell'eterno viaggio, e che io perdono a lui e agli altri il difetto del pane corporale, solo che non mi privi del pane degli angioli, — del santissimo viatico...» — Monsignor Guido, temendo il papa non si crucciasse, mandò in fretta il suo cappellano a Clemente per sapere se dovesse concedergli i sacramenti.

Il pontefice recitava il suo breviario quando giunse il cappellano; udito che l'ebbe, rispose: