«Andate dunque, proruppe Clemente, dacchè questo frate vi preme cotanto; — non gli si amministri il viatico; — noi lo assolviamo da ogni peccato in articulo mortis.»

Il cappellano, appena simulando l'orrore che sentiva, inchinata la persona, si allontanava.

Il papa svolgendo le pagine del breviario mormora tra i denti:

«L'assoluzione plenaria anche dei casi riserbati a noi deve bastargli, l'attrizione è sufficiente a salvarci; — s'ei non si pente davvero, la colpa è sua; per me non lo impedisco d'andare in paradiso, — anzi ci ho gusto; vada pur dove vuole, purchè non si trattenga in questo mondo. — La Eucaristia non importa poi assolutamente..., la particola... ella è poca cosa... un pugillo di farina, — e non pertanto basterebbe a mantenerlo in vita anche un'ora: che cos'è mai un'ora? Quando il tempo si misura col terrore e con la sete della vendetta, un'ora è la eternità..., ed io, mi sento vecchio... e ragion vuole ch'io mi tolga affatto d'intorno le cure, e non potendo levarmele, le abbrevii. Ricevi in pace, o Signore, l'anima di frate Benedetto da Foiano...»

Frate Benedetto morì pertanto senza il pane eucaristico: non mi fa cuore tornare col pensiero intorno al letto di lui. Intanto si rammentino i cristiani che tre frati, Arnaldo da Brescia, Girolamo Savonarola e Benedetto da Foiano furono, il primo, per comandamento di papa Adriano IV, arso vivo; il secondo, papa Alessandro VI ordinandolo, impiccato e abbruciato; il terzo, papa Clemente VII imponendolo, fatto morir di fame. — O pontefici, cosa sarà di voi quando Cristo vi domanderà ragione del sangue dei suoi martiri[358]?


Pareva alla nuova tirannide, ed era vero, che sarebbe sembrata al mondo sempre bella ed egregia la impresa per la quale aveva combattuto Michelangiolo Buonarroti; e poichè troppo bene sapeva avrebbe gittato l'opera invano tentando guadagnare quello austero intelletto, così deliberò mettergli in ogni modo le mani addosso e spegnerlo. In ciò sopra gli altri si moveva ardentissimo Francesco Guicciardini, lo storico, che fu a bella posta mandato da papa Clemente, conoscendolo di aspra natura e capace di fare più e meglio di quello non gli fosse comandato. Arte vecchia di regno è questa, mandare gli Orchi Ramiri a inferocire con le rapine e le scuri nella contrada ove s'intende piantare la tirannide, — dissodare in somma col terrore la terra destinata a raccogliere quel tristo germe. Ai tempi però del Valentino, la tirannide ingenua, adoperato lo strumento, lo infrangeva, ed Orco Ramiro compariva in piazza squartato[359], — refrigerio al popolo e risparmio di mercede al principe; all'epoca di cui favelliamo adoperavansi gli istrumenti e poi si disprezzavano e lasciavano morire nella media; ai giorni nostri si usano o si disprezzano, ma si butta loro qualche brano della provincia desolata a divorare; così il lione abbandona parte della sua preda alla iena. Credono alcuni che ciò muova dall'ingentilita tirannide e da quella rilassatezza che ormai corre in andazzo appellare civiltà; ma io sostengo che nasce piuttosto dalla decadenza a cui tendono tutte le umane cose, e spero ed auguro che abbiano a ritornare i giorni avventurosi pel principe, l'età dell'oro della tirannide schietta! in cui egli poteva torsi dagli occhi un servo che aveva ben meritato dell'inferno e di lui, come usò il Valentino contro Orco Ramiro.

Michelangiolo, in buon tempo avvertito, si cansò ricovrandosi nella casa di un suo fidato, nè poi parendogli cotesto asilo sicuro, si nascose entro il campanile di San Nicolò. Ben gli valse esser pronto, chè gli otto, il bargello e i famigli si condussero nelle sue case e su pei camini e negli agiamenti perfino esaminarono minutamente ogni luogo. Il bargello e i famigli che adesso si assottigliavano l'ingegno per arrestare i partigiani della repubblica erano quei dessi che or dianzi si sbracciavano a legare gli amorevoli del principato. Alfonso re di Castiglia costumava dire che se il Creatore lo avesse avuto per consigliere nella settimana della creazione, gli avrebbe suggerito di far certe cose assai meglio di quello che egli abbia creato; — io, che non sono re, gliene avrei proposta sol una e gli avrei detto: Signore, un giorno dovranno per colpa degli uomini o per effetto della tua maledizione comparire nel mondo commissari di polizia, bargelli, sbirri, procuratori generali, giudici criminali ed altri simili che mi prende vergogna a rammentare; del peggior limo fabbrica una specie di animali, tra il rospo lo scorpione e il serpente a sonagli, o piuttosto un miscuglio di tutti questi rettili, e fino d'ora destinati ad esercitare cotesti uffici nel mondo; distruggi quando vuoi la umana stirpe, ma non la degradare poi tanto; e fallo ancora per onor tuo, dacchè l'uomo sosterrà lui essere creato ad immagine tua; e il pensiero che un commissario di polizia, uno sbirro, un accusatore e di tal risma animali possano vantarsi simili a te non ti fa drizzare le chiome immortali sul divino capo? — Il bargello non lo trovò e si morse le dita.

Intanto Clemente, sia per superbia di principe, sia per mantenere alla casa dei Medici l'antica fama di proteggitrice munificentissima delle arti, o perchè sentisse che la morte di Michelangiolo gli avrebbe concitato contro la indignazione dell'universo; sia finalmente (come altra volta Nicolò Machiavello insegnandolo lo avvertiva) — nessuno scellerato trovarsi così pienamente perfido che in sè non abbia parte alcuna di meno tristo, Clemente insomma spedì a Roma un cavallaro a posta a Firenze con ampio salvocondotto per Michelangiolo ed ordine espresso di non torcergli pure un capello. Michelangiolo, assecurato, uscì dal suo nascondiglio e salì al poggio di San Miniato per contemplare pure una volta la sua diletta Firenze; la fissò lunga pezza, e valse quella visione a stampargli sul volto i segni di dieci anni di vita consumata: scese chiuso nell'ira e nel dolore, e giunto a mezza costa percorse correndo e tempestando l'altra mezza, spesso borbottando tra i denti: Io la vendicherò; — e guardandosi le mani aggiungeva: Voi sole mi basterete allo intento.

Da quel momento non si lasciò più vedere, — si chiuse nella sua officina coi marmi, co' ferri e coi furori suoi; disse volere scolpire la tomba a due Medici, Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di Nemours; cominciò il suo lavoro senz'altro modello che la idea che ne aveva concepita nella mente e con l'impeto per cui, secondo narra il Vasari, pareva che in breve ora dovesse sbrizzare masse enormi di marmo. Scolpì su quei sepolcri i crepuscoli, quasi per chiarire che i giorni nostri passano come ombra, e non pertanto quelli del tiranno, comunque brevi, si posano monumentali e solenni sopra una eternità d'infamia; scolpì Lorenzo profondamente pensieroso presso il sepolcro perchè i pensieri del tiranno vicino alla tomba sono rimorsi. Così illustrava questi avelli Giovanni Battista Niccolini; e quando egli non avesse scritto altro in onore della patria, meriterebbe che il suo nome durasse immortale quanto quei marmi; e poichè egli sortiva un'anima dai cieli capace di sentire Michelangiolo, gli fu dato ancora ascoltare la morte che da quell'arche aperte vi volgeva al tiranno pieno ancora di vita e gli gridava: «Scendi ove comincia pei potenti la giustizia degli uomini e quella di Dio.»