Benedetto Varchi, storico di volgare intelletto, scrive che Michelangiolo, più per bella paura che per voglia che egli avesse di lavorare, si pose a scolpire questi monumenti[360]. La musa negava al Varchi mente arguta e cuor gentile, onde potè imprendere la storia d'una repubblica pei comandi del principe; quindi non gli era dato intendere Michelangiolo. Bene all'opposto lo intese Niccolini nostro, — per la qual cosa egli aggiunse: «ma, fra gli esilii e le morti dei suoi, vendicare tentava coll'ingegno quella patria che non poteva più difendere colle armi, e fare in quel marmo la sua vendetta immortale[361].»
Il qual concetto di Michelangiolo si ricava non mica da induzioni immaginose, sibbene pianamente dagli alti versi ch'ei scrisse in risposta a quelli di Alfonso Strozzi, che, nulla indovinando del pensiero di Michelangiolo e solo attendendo a lodarne l'ingegno, dettò la seguente quartina:
La Notte che tu vedi in sì dolci atti
Dormire fu da un angiolo scolpita
In questo sasso, e perchè dorme ha vita:
Destala, se nol credi, e parleratti.
E quel magnanimo, abborrendo la lode, cruccioso che altri non sapesse indagare la riposta sua idea, sprezzato il pericolo, generosamente proruppe, e i suoi marmi dimostrò in questo modo:
Mi è grato il sonno e più l'esser di sasso
Infin che il danno e la vergogna dura;
Non udir, non veder mi è gran ventura: