Però non mi destar, deh! parla basso.
Alessandro dei Medici, tentando avvilirlo, allorchè divisò costruire in Firenze la fortezza di San Giovanni, la quale fosse come di freno in bocca ai cittadini vaghi di cose nuove, ordinò al Buonarroti con lui cavalcasse per iscegliere il luogo acconcio. Il Buonarroti rispose che ciò poteva molto ben fare da sè solo, e non volle andare. Biasimano molti questa azione di Michelangiolo, come quella che, senza provvedere a nessun benefizio della patria, a sè apportava danno: — biasimatori codardi, imperciocchè troppo bene l'uomo giovi alla patria quando le lascia un retaggio di esempi magnanimi che inciteranno i figliuoli, o che in ogni evento diletta la renderanno e onorata finchè la virtù abbia altare nel cuore degli uomini. — Venutagli meno la speranza di vedere la libertà restaurata in patria con ordinari argomenti, si ridusse a Roma e quivi attese a por fine al più magnifico tempio che abbiano le creature innalzato al Creatore, — e ciò forse egli fece perchè, Dio avendo tanto splendida dimora sopra la terra, lo prendesse qualche volta vaghezza di volgere gli occhi su di noi, e vedesse a quali termini si trovasse l'opera delle sue mani ridotta, e ne sentisse pietà.
Cosimo I, desideroso di fregiare la tirannide, lo richiamò da Roma, gli profferse onori e ricchezze, adoperò preghiere e di ogni ragione lusinghe; — nulla poterono sopra di lui siffatte istanze nè la pressa amichevole che ogni giorno gli moveva maggiore dintorno Giorgio Vasari. Stette incontaminato e fermo nel proponimento di non piegare mai il dorso alla tirannide. Ritornò il suo spirito al bacio di Dio così puro come già se n'era dipartito. Cosimo I allora s'impadronì del suo cadavere facendolo dentro una balla di mercanzie rapire da Roma, e quanto più seppe lo deturpò con onori principeschi; però, comunque s'ingegnasse, non giunse a profanare quella gloria solenne, imperciocchè lo spirito di lui ormai fosse fatto cittadino del cielo, e la sua fama avesse già aperto ale poderose da attingere, coll'avvicendarsi delle generazioni, la fine dei secoli[362].
Raffaello Girolami, non pure fatto securo della vita, ma tenuto bene edificato, accolto simulatamente in grazia e perfino promosso all'ufficio dei Dodici, mentre va accomodando l'animo ai tempi, all'improvviso è preso e confinato nella rôcca di Volterra, — poco dopo trasferito nella cittadella di Pisa. — Un giorno, aprendo la carcere, lo trovano steso morto per terra; — le membra tuttavia attratte da orribili convulsioni, la faccia colore di piombo, qua e là chiazzata di macchie brune, i labbri laceri fanno fede del veleno a lui ministrato. Papa
Clemente fu quegli che ordinava lo attossicassero; nocquero a Raffaello le cure del suo fratello prelato in corte di Roma e le istanze di don Ferrante, il quale gli aveva dato fede di renderlo sano e salvo ai suoi. — Il veleno d'ora in poi vedremo essere mezzo del tutto mediceo per ispegnere i nemici e bene spesso anche gli amici della nuova tirannide: adesso lo adoperava Clemente per liberarsi dalle molestie fraterne e amichevoli[363].
«Dormite voi?» — tentando un giacente sopra un lettuccio nelle carceri del Palagio domandava sommesso un uomo che vi si era introdotto al buio, con lievi passi, senza pur si udisse il minimo cigolio della porta volgentesi sopra gli arpioni; e l'altro non mutando costa con voce fievole risponde:
«Sì, — l'ultimo sonno sopra la terra.»
«A Dio non piaccia, — voi vivrete, messere Francesco.»