E come spensierato commisi il mio corpo alle acque, così affidai la mia anima all'anima dell'uomo. Ahimè deluso! non mi era anche nota la maledizione dello spirito[3]. Io reputava impossibile la parola proferisse un pensiero non sentito dal cuore. Paragonai la vita non con la eternità, di cui non concepiva idea giusta, bensì co' secoli precorsi; e mi parve tanto breve, tanto miserabile cosa, ch'io argomentai gli uomini, sentendosi destinati ad altre sorti, poco curassero i diletti caduchi della terra. Per questo modo la vita umana immaginando quasi preparazione di vita celeste, mi piacqui fingerla uguale all'ora facile dei testamenti, in cui anche gli avari sono larghi di loro sostanza ai superstiti. Vidi gli uomini che si stringevano una mano, e non curai osservare dove celassero l'altra; notai gli amplessi, trascurai i volti: feci tesoro di qualche bello atto di cortesia, e reso cieco gridai: La creatura si ama!
Ma il tempo si portava le illusioni.
Il sole sta immobile globo di fuoco a illuminare l'ozio di pochi, l'affanno di molti, le miserie di tutti; indifferenti si versano i suoi raggi sul ferro dell'assassino e sopra la ferita dell'assassinato, sopra la vita e sopra la morte. Se Giosuè lo costrinse col miracolo a fermarsi nel cielo, non fu per benedire una pace, sì bene a illuminare una strage[4].
E quando le ombre si addensarono sopra la terra, gemei e dissi: L'ora dei tradimenti si avvicina. Guardai le stelle e mi parve impallidissero alla maledizione che il sicario nascosto nella tenebra mandava a quei fuochi di amore. Le strida delle migliaia dei disperati mi percossero, udii il pianto, vidi le mani stese verso il cielo... il cielo stava inecittabile e chiuso come una volta di bronzo, quanto una massa di granito. Non più rallegrava il mio spirito la pelle dipinta degli animali; vidi le labbra sanguinose, conobbi il veleno e commosso da troppa passione domandai alla fiera della foresta: Perchè laceri la creatura di Dio? La fiera della foresta mi rispose sbranando. Seppi la donna avere sfrondato la savina per disperdere il frutto dell'amore; calpestai la cicuta, ne svelsi le radici, le detti ai venti: invano; già gli uomini ne avevano estratto la bevanda che spense Socrate, il più virtuoso dei filosofi.
Ahimè! ahimè! Non querce, olivo e alloro, ma ferro, laccio e veleno sono le tre corone della virtù.
Il vento sorgeva impetuoso. Io me ne andai lungo le sponde del mare, e da lontano mi apparve un rompente che sbalzava nella rabbia della distruzione: presso la sponda raccoglie l'ira e la forza ad inondare la terra, ma gli si oppone la parola di Dio[5], e la superbia di lui rimase rotta traverso gli scogli in minutissimi spruzzi; si spiegò sopra sè stesso fremendo, e tra quelle spume scôrsi una tavola.... la reliquia della barca del pescatore. Da quell'ora in poi in ogni mormorare di flutto ravvisai l'agonia del pescatore, il pianto della moglie e le strida dei figli... poveri figli! Oh! tu sei forte, oceano, contro la barca del pescatore; ma con placide onde, un giorno, i vascelli Portoghesi e Britanni veleggianti alle Indie orientali lambisti, amico il seno agli Spagnuoli per le stragi americane schiudesti. Mi attristai nel profondo, considerando come gli uomini, la natura e tutto congiurassero in danno del debole: pensai l'oceano anch'egli fosse lusinghiero del potente, e il mio spirito fu dipartito dal mare.
Conobbi la fiera dal sembiante umano: erano le sue imprese la calunnia delle altrui virtù, interpretava come oltraggi i consigli di amore, si tormentava l'intelletto per ravvisare nel benefizio una offesa onde trarne argomento di ricompensarlo con l'odio; vituperò come misfatti i voti più puri dell'anima ardente in fiamma di carità, chiamò la scienza dei grandi follia, avvelenò affetti santissimi, punì il pensiero, insidiò vite e le spense; uguale rimaneva pur sempre l'amico stendere della mano e il sorriso soave e la parola cortese e l'umile invocare dell'Eterno... Io vo' vederti il cuore, o creatura perversa! E un giorno pure ebbi tra le mani un cuore. Egli mi apparve di fuori lucido e liscio, sì che quasi affascinava a vagheggiarlo. Lo tagliai per ispiarne l'interno. Oh! chi descrive la serie infinita delle fibre che vanno l'una confondendosi nell'altra? Chi la serie portentosa delle vene disgradanti senza numero? Con la punta del coltello presi a seguitare la traccia di un filo, vi applicai argutamente il tatto e la vista; nondimeno lo perdei, nè mi riuscì seguitarlo fino al suo principio o al suo termine. Risi della scoperta... Così... così e non altramente doveva essere composto il cuore dell'uomo!
Ma il dolore concetto dissimulava, e quantunque volte un pietoso ufficio mi chiamò a favellare alle turbe, volgendomi ai giovani solamente, però che i tempi mi avessero insegnato come i capelli bianchi non sieno aureola di pazienza a' vecchi capi, ed ogni anno saccheggi una virtù, e l'uomo prima assai di morire diventi cadavere, volgendomi, dico, ai giovani soltanto, gli ammoniva: «Fratelli! io vi conforto ad essere grandi: certo nel proferire sì fatta parola tremo nelle ossa; pure a Dio piaccia che per viltà mi rimanga del manifestare altri sentimenti. Regge il creato una legge dura che impone: Sii grande e infelice: ma un'altra legge impera più universale che comanda: Sii uomo e muori. Ora se nessuna forza può tôrvi la bella morte, che cosa mai presenta la vita onde la conserviate a prezzo del vituperio? Invidiereste voi forse la stilla del cielo che scende tacita e si confonde inosservata nel mare? Chi non amerebbe piuttosto un giorno dell'esistenza dell'uccello, esistenza di canto e di volo; chi non più tosto il minuto del fulmine, minuto di fragore e di luce che il secolo del verme dei sepolcri? Gravi mali vi aspettano, il vostro cuore lacerato si romperà; morrete: ma presso il morire ricorderete l'esilio di Dante, le catene del Colombo, la corda del Machiavelli, il carcere di Galileo, i delirii del Tasso (e non ricordo le morti per ferro, per laccio, per veleno e fin anche per fame, perchè le sventure dei grandi sono troppe e troppo dolorosamente copiose), e di queste memorie vi farete zona di costanza intorno ai reni per durare imperterriti nella miseria, traverso la quale la stirpe dei tormentatori vi travolgerà. La tirannide umana che vi appariva dianzi quasi colosso di bronzo, ora la schernirete vedendo le sue piante di creta, e la sperderete con quella stessa agevolezza con la quale l'angiolo di Dante si sgombrava dal volto il fumo dell'inferno.»
Così favellavano le labbra; l'anima intanto inaridiva nell'amarezza.
Ora dentro di me si levò una voce che disse: «Non sempre Dio si pentì di avere creato l'uomo. Tu vivi in secolo che vinse il paragone di tristezza con ogni più vile metallo[6]. Ricerca per le storie, e troverai tempi secondo il tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla virtù dei morti prendi argomento di flaggellare le infamie dei vivi. Le opere famose dei trapassati ti daranno speranza del valore dei posteri: imperciocchè nulla duri eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e del male si alterni continua sopra questa terra. Tu vivrai una vita di visioni degli anni passati e dei futuri.»