Apersi il volume della storia, investigando questa epoca di umana felicità, e lessi con l'anelito del moribondo che sospira la luce. Oh quanti giorni consumati invano! Oh quante volte caddi col capo sulle pagine funeste, dolente, non disperato, esclamando: Sarò più avventuroso domani! Venne il domani e il giorno appresso e l'altro, nè da alcun lato si diradava la tenebra. Questa è la storia delle fiere del bosco! Gittai il libro, ma col libro non gittai la conoscenza del male. Notti vegliate su i volumi di coloro che mi hanno preceduto, irresistibile agonia di sapere, qual frutto apportaste all'anima mia? Con l'avvilimento e il dolore ho tessuto il manto funerario alla speranza.

Guardai l'Italia, e vidi sorgere una gente, sparpagliarsi pel mondo a incatenare la creatura di Dio; poi la pazienza degli oppressi convertirsi in furore, l'antica iniquità caduta, giunti i giorni dell'ira; popoli barbari, come fanno degli armenti i mandriani, cacciarsi davanti altri popoli barbari alla volta delle nostre contrade: inonda il torrente dalle Alpi a Reggio, un trono è leva per sovvertire un altro trono; noi infelicissimi, vinti, portiamo la impronta della caduta di tutti. Dopo le contese sacerdotali succedono le civili. Guelfi e Ghibellini; Bianchi e Neri; Montecchi e Cappelletti; Maltraversi e Scacchesi; Bergolini e Raspanti: sangue gronda ogni sasso alla campagna, sangue ogni torre in città; repubbliche discordi, misere, perpetuamente guerreggianti tra loro; interni ed esterni tiranni, lascivi, avari, paurosi delle tenebre stesse, e pure senza misura crudeli; traditori e traditi; braccia poste all'incanto, anime italiane vendute; città nobilissime patteggianti coi turpi masnadieri; alti inteletti sotto la feroce ignoranza dei sacerdoti curvati; per ultimo, come la tempesta si leva dagli abissi del mare, ecco sorge la tirannide, Briareo maledetto, che le cento mani distende, il cielo e la terra arraffando contamina, snatura anime e corpi, semina il deserto e sta.

E tu, Firenze, figlia generosa di nobile madre, cedesti alla onnipotenza dei fati, come conveniva all'ultimo santuario della italiana libertà! Inclita per magnanime geste, consacrata dal sangue dei martiri, la tua caduta farà sospirare il nostro cuore finchè la creta animata si scaldi al sole dell'opre magnanime. Ahimè! pur troppo la vita dei reami e delle repubbliche è misurata come quella degli individui! Però non ti valse prodezza nè consiglio de' tuoi; giacque la tua libertà sepolta con essi, e luminosi di gloria immortale vivete insieme nello stesso sepolcro.

Non confidate nella speranza: ella è la meretrice della vita.

Dunque un destino inesorato ci condanna, come il serpente antico, a nudrirci per sempre di cenere, a traversare il futuro non movendo altro suono che quello del tergo percosso dalle verghe e del piede avvinto dalle catene?

Chi disse questo! La forza non ha concluso un patto eterno con veruna nazione del mondo. Qual mano di uomo strappò l'ale alla vittoria? A Roma gliele troncava il fulmine, ma tornarono a crescere co' secoli, ed ella fuggì via. Finchè sollevandosi al cielo le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate.... combattete: anche col ferro in pugno si prega; anzi cotesta preghiera è la sola che si addica agli oppressi. Iddio sta co' forti! La vostra misura di abiezione è già colma: scendere più oltre non potete: la vita consiste nel moto, dunque sorgerete. Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia su i labbri, nella destra la morte; tutti i vostri dii caschino in pezzi, non adorate altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete, cadrete, tornerete a sorgere: la vendetta e l'ira vi renderanno immortali. La mano del demonio settentrionale, che osò stoltamente cacciarsi tra le ruote del carro del tempo per arrestarlo, indebolita vacilla e sarà infranta. Se potessimo porgli una mano sul cuore, conosceremmo la più parte delle sue pulsazioni muovere adesso dalla paura. Ma se ci fosse dato di porgli una mano sul cuore, certo non sarebbe per sentirne le pulsazioni... Oh no! viva per morire sotto le rovine dello edifizio che ha fabbricato; prima di restarci sepolto intenda il grido di obbrobrio che mandano gli oppressi sul tormentatore tradito dalla fortuna. La morte percuote del pari gli eroi della virtù e gli eroi del delitto: Ma Epaminonda tenne l'anima chiusa col ferro finchè non conobbe la vittoria della patria, e morì trionfando; lui poi trapassi la spada sul principio della battaglia, e non gli sia tolta dalle viscere finchè non sappia la nuova della sua sconfitta; perisca, soffocato dal fumo dei cannoni che annunzieranno la nostra vittoria; si disperi nell'udire i tamburi che saluteranno l'aurora del nostro risorgimento. Sventolerà un'altra volta la nostra bandiera su le torri nemiche, terribile ai figliuoli dei Cimbri; scoperchierà lo spettro di Mario l'antica sepoltura; un'altra volta trascineremo per la polvere al Campidoglio le corone dei tiranni dei popoli... Ma saremo allora felici? Che importa? Tornino, oh tornino desiderati quei giorni all'orgoglio italiano! Amaro è il piacere di opprimere, ma è pure un piacere; e la vendetta delle atroci offese rallegra ancora lo spirito di Dio...

Qui sorge una voce amica e mormora queste parole: «La scienza del dolore non ha mestiere d'insegnamento, perchè nacque congiunta col cuore dell'uomo.»

Ed io rispondo: «Bada, la prosperità è proterva, la mestizia pensierosa, e nel pensiero sta il principio delle imprese: a Cesare davano ombra i foschi nel sembiante, nelle chiome scomposti e scinti; i lieti poi e gli azzimati non curava; umana arena questi a cementare i fondamenti di tirannide.»

Altre voci, e non amiche, ora parmi che si levino e dicano: «Noi non intendiamo donde muovi nè dove vai.»

Ed io rispondo: «Peggio per voi; le vostre sono anime invano.»