«I figli di Annibale..., ma egli mi è nipote..., e poi è prete, — finchè da me sperava il vescovato con la rendita di diecimila scudi, non mi si dipartiva mai dal fianco e non cessava dal tempestarmi le orecchie con le autorità dei santi padri e coi testi della Scrittura ond'io mi mi rendessi a fare le voglie del pontefice; — mi assicurava della eterna salute, — difensore della Chiesa mi salutava e propugnacolo della fede; — adesso volge le sue lusinghe a più potente di me; — simile agli oremus del suo breviario, egli cambia nelle sue adulazioni il nome e le applica ad un altro, — mi abbandona ai pericoli e ai rimorsi, — nè gli mancheranno citazioni per giustificare il suo operato, — perchè no? Non insegnava il suo Cristo che l'albero quando non è più buono a produrre frutto deve essere reciso? Ah! la parola di Cristo sta in bocca ai preti come il suo sepolcro in mano ai Turchi. — Egli s'ingegna nascondere il nome della sua stirpe sotto il titolo di qualche dignità ecclesiastica, — fosse anche quello di vescovo d'Aleppo. — Sta bene, nè io posso biasimarlo di sottrarsi alla torre che crolla. Dio lo esaudisca secondo i meriti suoi...

«Clemente! Clemente! Se le mie colpe saranno gravi sulla bilancia dell'Eterno, quanto mai vi peseranno le tue! Comecchè io fossi degno di avvilimento e di peggio, non per questo mi sei meno spergiuro. Tu hai falsato meco tutti i tuoi giuramenti...; solo mi gittasti davanti un brano di popolo ond'io mi v'insanguinassi le labbra, — e potere dir poi: Vedete, anch'egli è della famiglia dei lupi...

«A che mi valse il tuo consiglio, Cencio? — I miei bravi percorsero tutte le corti d'Italia, mandarono cartelli a chiunque osasse chiamarmi traditore. Sono stati derisi, e gli hanno rimandati dicendo: Non fa mestieri duello, — chi dubita essere stato traditore Malatesta?

«Clemente ha preposto al governo di Perugia Ippolito cardinale suo nepote: questi ogni giorno appresta insidie alla mia vita; — mi dolgo al papa, ed egli risponde non essere atto a fare stare a segno un cervello così eteroclito e balzano, volendo per questo modo significare che mi concede in preda al mio nemico, tanto crudele più — quanto la sua ira non nasce da passione, ma da disegno. — Odia costui la tirannide perchè non fu promosso tiranno, — ora ostenta modi ed affetti repubblicani, blandisce i fuorusciti, accarezza Dante da Castiglione, aizza contro di me i Perugini; — queste misere reliquie della mia vita contende alla infermità e desidera spingermi per morte sanguinosa dentro il sepolcro. — Ahi stolto! se tu indovinassi quali giorni io tragga, tu manderesti pel fisico più famoso del mondo onde cercasse allungarmi la vita. Qual supplizio presumi inventare più tormentoso della mia coscienza?»

E Cencio, che pochi giorni innanzi era stato preso a sassi dalla famiglia del cardinale, ed uno dei fanti aveva ardito perfino levargli la spada, romperglierla a mezzo, e quindi dargli dei tronconi nel viso, con voci di sospiro lo interrogava:

«Ma qual pensiero, quale ostinazione è questa vostra? Perchè volete rimanervi qui a farci ammazzare tutti come paterini? Avete munito di anni e di ogni sorta di provvisioni il vostro buon castello di Bettona, nè sarà facil cosa al cardinale superarne i ripari.»

«I miei capelli, comunque crescano sopra testa maladetta, sono numerati; non dubitare, Cencio, neppure uno di essi cadrà, se lo impedisce il Signore; e se per lo contrario al cardinale fu commesso dalla provvidenza di trucidarmi, le salde mura di Bettona si romperanno come vetro al suo urto; — il frutto quando è maturo bisogna che caschi. — Nessuno, Cencio, più di noi può rendere testimonio che Dio esiste... — noi sentiamo la sua esistenza come un chiodo nel cuore...»

«Ahimè! finisce il mondo, Malatesta sermoneggia», interrompe Cencio sforzandosi, comecchè inutilmente, riprendere l'antica gaiezza; «mettiamoci in salvo. Che dice il proverbio? Aiutati con due mani, e Dio ti aiuterà con una...»

«Cencio», gridò Malatesta, «non bestemmiare, vedi, o ch'io ti faccio gettare giù dai balconi...»

E alzò irato il volto per aggiungere alle parole la minaccia degli occhi.