Oh come tremenda travagliava cotesta ora l'anima del Baglioni! Prossimo ad abbandonare il suo corpo, lo spirito, a un punto vittima e carnefice, domandava a sè stesso ragione della sua esistenza. Truce rendimento di conto egli è questo, che pure noi tutti dobbiamo fare una volta. Costui tentava sottrarne alcune partite, altre s'ingegnava attenuarne, proponeva difese, implorava perdono. Se codesti arcani dibattimenti si fossero potuti significare con parole, in fede di Dio avrebbero disgradato le più magnifiche orazioni di Demostene; — ma la coscienza a sua posta incalzava, chè non è dato all'uomo mantenersi ipocrita con sè medesimo. E conchiuso ch'ebbe il calcolo, una voce profonda in suono di sospiro gli uscì dalle viscere che disse:

«Che cosa ho mai fatto?»

Parendo a Cencio che la domanda fosse indirizzata a lui, levò il mento per rispondere; se non che dalla immobilità del sembiante del Malatesta sospettò la volgesse a qualche larva infernale, — si tacque pauroso. Il Baglioni indi a breve replicava:

«Che cosa ho mai fatto?»

Quindi, sforzato ad aprire intero il suo riposto concetto, continua:

«Mi odiano tutti! Sono venuto al mondo in orrore... e a me stesso! Sempre mi vedo al fianco queste sedie vuote... ma che? forse non mi rallegrò mai affetto di padre? O genitore infelice sopravvissi ai miei figli? No. — I miei figli vivono, — ma sfuggono da me... sono solo... Solo? no... io sto in compagnia dei miei delitti... della mia vergogna... de' miei rimorsi...

«Ahimè! e non pertanto mi sento solo, e quando la mia solitudine mi tormenta, e vacillante... tentone alla parete... con pericolo imminente di percotere del volto la terra, io muovo in traccia della mia figliuola, la rinvengo nella domestica cappella, genuflessa davanti la immagine di Maria santissima, ed io l'ascolto tra i singhiozzi supplicare la regina dei cieli che impetri perdono della misericordia di Dio ad uno scellerato che ha venduto il sangue de' cristiani, che ha tradito una terra nobilissima, che ha condannalo la sua stirpe ad una eternità d'infamia...; e quello scellerato sono io... L'ira mi spinge al coltello la mano... Povera figlia! perchè dovrei punirti della mia colpa? — Io mi sento costretto ad allontanarmi, badando ch'ella non mi avverta..., perchè dov'ella mi scorgesse, l'ultima stilla di sangue mi tingerebbe di vergogna la faccia. — I miei figliuoli cerco a un punto e fuggo; i miei figliuoli fuggono me, essi portano in fronte una rampogna, — il padre loro la infamia...

«E tu, Ridolfo Leone, che dovevi essere l'orgoglio della mia vecchiezza... tu, sul capo del quale aveva accumulato tante speranze..., tanto tesoro di affetti..., tu, che, per farti crescere di stato, mi costi sudori, fama e perfino la salute dell'anima..., perchè lasci il padre infermo a rodersi con le sue malattie e la memoria? Il principe di Camerino lo ha respinto dalla sua casa, come un vassallo, e gli ha detto: Il mio sangue non si mescolerà col sangue dei traditori. — E la sua figlia, — la fanciulla amata da lui col delirio del primo amore, — si è chiusa in monastero per tôrselo dal cuore siccome se lo tolse dagli occhi. — Sta lontano da me, Ridolfo, perchè io temo che ad ogni istante tu venga a domandarmi. Per qual cagione mi hai procreato? — E non pertanto vorrei che prorompesse contro di me in detti amari, ancora in contumelie, versasse tutta la piena del suo furore sopra il mio capo... Ma vedi, Cencio, alla croce del vero Dio! quei suoi labbri compressi, quella sua parola fredda quando mi chiama padre, mi lacera le viscere... Pensi forse ch'io non m'accorga com'egli chiama in più dolce suono il suo cane? Pensi ch'io non veda ch'egli s'ingegna nascondere alla gente che nasce di me — e muta veste e s'infinge plebeo? Cencio, dimmi, hai per avventura osservato com'egli abbia tolto dal pomo del suo pugnale l'arme di casa Bagliona? — A quest'ora egli mi maledisce... nè Dio giudice riprova cotesta maledizione, perchè meritata.

«Intanto queste sedie rimangono vuote accanto a me.

«Una parete — e un abisso mi dividono dai miei figliuoli...