Si spalancano le imposte, e una turba di uomini e di donne inonda la sala. Alcuni dei sopravvenuti portavano torcie di bitume, sicchè la nuova scena andava illuminata da quel sinistro splendore. Non si sapeva la cagione vera del trambusto, — urlavano tutti, e più di tutti una donna, che disperatamente si abbandona sopra un ferito trasportato dai suoi compagni; — chi quell'uomo e quella donna si fossero non si distingueva, tanto erano contaminati dal sangue che copiosamente sgorgava da una profonda ferita fatta all'uomo nella gola. In mezzo a tanti gridi il Baglioni giunse a capire che poc'anzi a bello studio era passata prossima alla sua casa una masnada di bravi della famiglia del cardinale e che, avendo rinvenuto poc'oltre un suo paggio, lo avevano preso a malmenare, — ch'egli si era rifuggito a stento dentro la porta, ma che cotesti scherani, mal sopportando fosse loro scappato di mano, avevano atteso a rompere gli usci e violare il domicilio di messere conte: — che allora essi, seguendo lo esempio di messere Ridolfo figlio di messere Malatesta, avevano aperto le porte e respinto la forza con la forza; — esserne nata una molto terribile mischia, — due della famiglia del cardinale rimasti morti sopra la strada, — il maggiordomo di casa avere tocco una ferita mortale nella gola, sicchè, come poteva vedere, più poco gli rimaneva di vita; — in breve si aspettasse a sostenere più duro assalto, perocchè i famigli del cardinale, partendo, avevano promesso sarebbero tornati in forza, per lo più tardi, tra un'ora.

Malatesta udiva il racconto impassibile come se a lui non concernesse. Intanto gli occhi del moribondo natanti nella morte lo cercavano per raccomandargli con l'ultimo fiato della sua vita la moglie e i figliuoli; — favellare ad alta voce non poteva; — con lo spirito pronto a partirsi un argomento per richiamare l'attenzione di lui cercava, e non gli occorreva; — sentendosi avvicinare il diaccio della morte sul cuore, raccolse nel cavo del pugno alquanto di sangue e glie lo gettò sul viso. Malatesta si riscosse, e vedendosi cosparso da quella terribile pioggia, girò attorno lo sguardo e s'incontrò in quello del maggiordomo, il quale con estremo conato mormorò:

«La mia famiglia...»

«È morto!» urlò la moglie; e i figli con eco straziante rispondevano: «È morto! — è morto!»

«Fuggiamo, messere Malatesta», insta Cencio Guercio tremante.

«Mettetevi in salvo, signore», supplicano a mani giunte i vassalli, «tra pochi minuti non saremo più in tempo.

«Anch'io ho figli... che mi abbandonano... e che io non posso abbandonare», favella Malatesta immemore di quello che avveniva intorno a sè.

«Io non vi abbandono», susurrò Ridolfo Leone, che gli si era posto al fianco per ricoprirlo del suo corpo; «finchè il mio braccio basterà a sostenere la spada, voi vivrete, signore.»

«Ed io non ardiva abbracciarvi, riprende la sua figlia, — per paura di affliggere il vostro corpo già intormentito. — Monaldesca vostra non sa ferire, ma pregherà Dio per voi... e riceverà nel suo seno il colpo diretto al vostro cuore.»

«Ahi, figli miei! Venite qui appresso a me.» E così favellando solleva le mani, come per imporgliele sul capo, se non che, di subito mutato consiglio, lascia caderle abbandonate. I suoi occhi tentano piangere, ma non rinvengono lacrime, — invece per lo sforzo s'infiammano e par che versino sangue. «Benedirvi! No, figli miei; la mia benedizione scenderebbe veleno sopra di voi e v'inaridirebbe la testa... Figli miei, io vi domando perdono...»