E' gli pareva trovarsi dentro ad un immenso anfiteatro, migliaia e migliaia di volte più vasto del Colosseo. Tutte le generazioni della terra stavano sedute sopra i gradini in sembianza di statue scolpite nel granito. Occupavano i più prossimi, uomini del suo tempo, la maggiore parte a lui noti, gli altari di forme sconosciute, e quanto meglio i gradini s'innalzavano, le forme apparivano più gigantesche e più strane; orridi ceffi, appena umani, che tenevano in grembo o sotto il braccio tigri, leoni e grifoni, come i damigelli del medio evo portavano in pugno sparvieri; la estremità dell'anfiteatro andava ingombra da simulacri di più immane grandezza, — dalle razze ciclopiche che scrissero la loro storia nelle montagne... che maneggiarono l'intero abete aguzzato al cratere del vulcano per arnese di guerra... cavalcarono il mastodonte come caval di battaglia... e una caligine misteriosa le ravvolgeva a mezzo dentro di sè.

Malatesta, scorgendosi solo nell'arena, notando che gli occhi di tutti stavano fitti contro di lui come archi tesi, s'ingegnava stringersi, impiccolirsi, celarsi nelle viscere della terra, — ma la terra era di granito anch'ella impenetrabile e liscio.

Il piano di granito stava inclinato, e dalla parte ove giungeva il massimo declivio usciva un frastuono di mare in tempesta e urla disperate di naufragio, — e divampava un fuoco vermiglio ad ora ad ora rotto da fulmini, e tra i fulmini appariva un quadrante con una sola lancetta, — e un'ora sola, — l'ora della eternità.

Di sotto al quadrante, una catena infiammata pendeva nell'abisso.

Le viscere del mondo si commossero, — un terremoto empì della sua romba il firmamento; — le colonne e gli obelischi dell'anfiteatro piegarono come cime di alberi al soffio della bufera, — le statue furono trabalzate dai loro seggi, — i grifoni e le tigri, comunque di pietra, sembrarono lanciarsi nell'arena atterrite dal pericolo.

Le labbra delle stirpi vissute nel mondo si aprirono, — voci diverse e orribili favelle, che nonpertanto la giustizia di Dio volle che in cotesta ora fossero rivelate all'intelletto del Malatesta, gridarono:

«Perchè si tarda? — La eternità è poca al supplizio del traditore.»

Di repente ecco una forza irresistibile strascina Malatesta; gli trema sotto la terra, egli vacilla com'ebbro, tenta appigliarsi alle pareti dell'anfiteatro, — ma non trova luogo dove introdurre le dita; — erano perfettamente liscie e commesse, come se fossero state non di pietra, bensì di metallo fuso; — ei fu costretto a cadere, e appena caduto, quantunque agli occhi il pavimento rimanesse fermo, assunse egli pure l'impeto del torrente e travolse il Malatesta con forza irresistibile. Allora cominciò una lotta miserabile a vedersi. Il Baglioni s'ingegna trovare un qualche rialzamento dove attenersi e ritardare la caduta; — il suolo si stende disperatamente unito. Forte abbranca colle mani la pietra per imprimervi le unghie, — la pietra non si graffia, ma le unghie gli si arricciano dolorose verso la radice.

Mentre palpitante si affanna in siffatto travaglio, un vento infiammato investe l'arena e mena in giro nuvole di terribile mole, — e tra le nuvole appariscono i fantasmi di tutti coloro che egli aveva menato a morte a cagione del suo tradimento.

Prima degli altri gli si mostra lo spettro di frate Benedetto da Foiano, — scheletro affatto, — meno che negli occhi, i quali stavangli incassati sotto le ciglia ossute, come palle di vetro: — «Dannati, traditore!» gli disse dandogli una spinta e passò[376].