Improvvido di consiglio, si volge attorno esterrefatto, ed altra via di salute non gli si offre, tranne la catena rovente.

Vi si aggrappa con le mani e co' piedi; — la catena si distende con orribile cigolio; — la lancetta del quadrante divora lo spazio che la separa dall'ora con la velocità del cavallo sfrenato, — la squilla suona.

Si aperse la terra, — l'anfiteatro cadde disfatto, — le statue l'una sopra l'altra rovesciaronsi, precipitarono le stelle dal firmamento, — ogni cosa creata si sformò, e un gemito lungo si diffuse per la natura moribonda che diceva: — «È arrivata l'eternità.»

Malatesta si drizzò sul letto e urlò disperato:

«La eterna dannazione incomincia!»

E poi ricadde sfinito, — gli venne meno l'anelito, — prostese le braccia — e con un roco singulto declinò la testa.

Il frate confessore gli pose una mano sul petto e favellò sommesso:

«È passato.»

I circostanti, compresi da ribrezzo, abbandonarono la stanza. Non avvertito vi rimase Cencio Guercio.

Accovacciato come un cane, egli stette assai tempo immemore di sè, profondamente avvilito sotto il peso della paura e del rimorso. Alfine rinvenne e pensò al miserabile suo stato: se si fermava, lo avrebbe manomesso Ridolfo Leone che gli portava mal di morte, riputandolo istigatore dei misfatti paterni; se invece usciva dal castello, lo avrebbero messo in pezzi gli aderenti del cardinale Ippolito. Ad accrescere le sue angustie si aggiungeva che gran parte del male acquistato in Firenze sperperò giocando a carte, e quello che aveva potuto avanzare, tutto intento alla fuga, nel subito caso della sera precedente lasciò a Perugia. Come fare? Non fidava in congiunti, non avea amici, chè nei giorni della prosperità fu suo diletto l'offesa, e l'altrui danno contentezza.