Mentre in questo modo si affanna, i suoi occhi si posano sopra la corona di conte del Baglione che doviziosa di perle posava sopra un pulvinare di velluto cremesino a canto del letto: con l'atto precorse il pensiero — l'afferrò bramoso e fuggì via.
Pervenuto nell'altra stanza, si accorge che non potrà passare, con quel volume, inosservato in mezzo alle guardie del castello; pargli consiglio migliore staccarne parte delle perle, specialmente le più grosse, le quali giusta la foggia delle corone dei conti ne sormontavano le otto punte. — Ponendo portando senza intermissione ad effetto il suo disegno, trasse il pugnale e prese a scastonarle; — ad ora ad ora suo malgrado si volge verso la stanza dove si giace Malatesta, sospettando non abbia a rilevarsi e venire a strappargli la corona dalle mani.
Ed invero Malatesta non era, siccome pensava, ancora defunto; — uno svenimento cagionato dalle terribili commozioni lo aveva assalito e, trovando le membra fievolissime, lo lasciava inerte come morto; — però sentì lenta nelle vene risuscitarsi la vita e, prima che la coscienza della sensibilità lo ravvivasse, lo gravò indistinto un senso di angoscia ottusa, affatto macchinale; — poi tornò la coscienza, e con la coscienza il pensiero, sibbene deviato dal vero, quasi strale che non colga più il segno. Allora lo punsero cocentissimi cruciati, e gli parve essere steso con mani e piedi legati sopra un letto di fuoco; — ineffabili erano i suoi sforzi per muoversi, ma rimaneva irrevocabilmente confitto tra quei carboni ardenti. Schiudendo gli occhi, si vede apparire trucissima davanti la testa mozza di Lorenzo Soderini; — con occhi aperti senza palpebra lo fissava e con le labbra insanguinate lo baciava, sicchè le stille del sangue gli gocciavano in bocca e, corrosive come acido di vetriuolo, o gliela ulceravano o gliela empivano di vesciche. Si volge a destra, e la visione lo seguita, — la testa gli si pone accanto sul capezzale; — si volge a sinistra, non gli giova meglio. — Chiude gli occhi, ed ecco dagli occhi del Soderini esce uno sguardo tagliente che gli fora la pelle del ciglio e costringe la pupilla a guardare; — torna ad aprirli smanioso, — la testa mozza non si muove, — lo sguardo non cessa, — non si sospendono i baci.
Gli fremono le fibre di spasimo; — tenta disperatamente un ultimo sforzo per muoversi e vi perviene; — agita le mani, come se gli fossero rimasti attaccati intorno ai polsi i frantumi delle catene; disegna levarsi dal letto e sente un'angoscia acuta, quasi gli staccassero da dosso un panno attaccato alla piaga; non importa; si alza mormorando tra i denti stretti:
«Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo... io voglio domandargli la morte dell'anima.»
Cencio Guercio, avendo staccata l'ultima perla dalla corona, si accingeva a rimetterla al suo posto, allorchè si vede comparire davanti il simulacro di Malatesta Baglione.
Parte delle membra gl'ingombrava il lenzuolo che si era tratto dietro di sè, parte apparivano ignude nella loro lividezza ed estenuazione cadaverica, — le palpebre teneva socchiuse, e le pupille dentro erano color di cenere, come si osserva negli uomini a momenti trapassati; — dritti gli stavano su la fronte i capelli quasi stecchi d'istrice, — le labbra aveva peste, intorno sordidate di sangue rappreso; — con una mano si reggeva un lembo del lenzuolo sul petto, — l'altra agitava in atto di uccello grifagno, — e forte ansava preso dal rantolo dell'agonia.
Cencio appena potè articolare parola; — diventa pavonazzo nel volto e stramazza per terra, come tocco da apoplessia, — gli sfugge la corona dalle mani, che, dopo avere rotolato alquanto sul pavimento, si ferma in piano presso al Baglione.
Malatesta incespicando nello strascico del lenzuolo a sua posta rovina la faccia in avanti, con la testa percuote su la corona, — ed una punta privata della perla gli scoppia l'occhio sinistro egli penetra lacerando in mezzo al cervello.
Due mesi dopo questo fatto un boscaiuolo, tornando da tagliar legna, incontrò una testa spiccata dal busto e dopo due miglia un busto senza testa.