I bravi del cardinale, abbattutisi certo giorno in Cencio Guercio, che, bandito da Bettona, povero, pauroso, percosso nell'intelletto, si era riparato nelle macchie, dove traeva vita affatto bestiale, gli lanciarono contro i cani; — lo raggiunsero e lo tennero fermo, forte addentandogli la carne delle cosce; — sopraggiunti i bravi, senza pur dargli tempo di riconciliarsi con Dio, gli mozzarono il capo spietatamente[377].
Il mio poema è finito.
Ed ora che ho composto nel sepolcro le glorie del mio popolo, — chiuso la lapide — ed inciso sopra la iscrizione, — a che più oltre lo spirito della vita si trattiene quaggiù?
Vorrò, prefica incresciosa, sedermi sopra gli avelli a empire di singulti le tenebre? O come vaso di etere lasciato aperto consumare, — spandendolo, — il dolore?
No; — nel modo stesso che la terra nasconde nelle sue viscere la gemma preziosa, io voglio conservarmi dentro il seno il mio dolore. Perchè non dovrei prenderne cura del pari diligente? — Le foglie che compongono la corona della libertà sono nudrite col dolore, — le rugiade che l'alimentano, emanano dalle lacrime che la tirannide ha fatto piangere agli oppressi.
Io nascondo pertanto la lampana sotto il moggio. — Quando apparirà l'aurora da ben tre secoli desiderata, allora la riporrò a splendere sul candelabro; — dove le fosse venuto meno l'umore la riempirò col mio sangue.
O Speranza! o Speranza! Nel delirio del mio affanno, — nella febbre dei sinistri pensieri, io ti oltraggiai col nome di meretrice della vita. — Talvolta mi apparisti simili ai fuochi maligni i quali, — quando la notte è nera e la tempesta furiosa, — si mostrano al pellegrino smarrito e lo conducono al precipizio; — tal'altra mi sembrasti fata lusinghiera e fallace che si unisce ai passi dell'uomo, come l'ombra quando il sole tramonta, e il suo cammino volge all'oriente e lo mena lontano a insanguinarsi le piante nell'arduo sentiero della vita. — Spesso l'uomo sconfortato si abbandona a mezzo della via, e tu allora stacchi dalla tua corona un fiore stillante di rugiada e, gittandoglielo in volto, gli rinfreschi la fronte ardente di febbre, e sorridendo un sorriso di serena lo inviti a continuare di tribolo in tribolo, d'illusione in illusione fino alla fossa. Tratto che lo abbi in questa parte, tu intuoni una canzone di scherno, a cui gli angioli rispondono piangendo, e le bocche dei demonii divampano fiamme di allegrezza.
Leggendo del giuoco sanguinoso che tanto piace allo Spagnuolo, — allorchè il perfido uccisore si accosta insidiando col mantello rosso al re della mandra — e glielo para davanti agli occhi, — e lo induce a piegare il collo per cacciargli tra le vertebre la spada, — gemei e dissi: Così la Speranza!
Siede intera la umanità al convito di Tantalo, — lei la sete tormentano e la fame tra sorgenti di dolci acque che rifuggono dalle labbra inaridite, e tra frutti che si allontanano dalla mano bramosa. — Te salutai, Speranza, come il più tristo dei pensieri che nacque in mente a Lucifero — quando col cuore pieno di rabbia precipitava dal cielo all'inferno.
In cielo, in terra, in mare, tra uomini e tra belve, quanto mi occorse di perfidamente iniquo osai di assomigliartelo, o Speranza.