Io ti calunniava.

Figlia alata del desiderio, secondo che tuo padre ti genera turpe o generosa, tu ritorni a rallegrare la mente donde sei uscita, come la colomba dell'arca con l'olivo in bocca in segno di più felice avvenire, o, come il corvo, ti svii a divorare i cadaveri.

Tu nasci dal fuoco, però che il desiderio sia una fiamma, — e s'egli arda fosco e colpevole, tu ti diffondi per l'orizzonte della vita come fumo di bitume che i venti disperdono, e gli uomini maledicono; — se invece sieno sacre le fiamme che ti partoriscono, te accoglie il firmamento candidissima nuvola che la luce ama tingere nei colori della conca marina, e gli aliti della sera ondulare soavi, quasi perla sul seno della vergine che palpita. — Gli uomini desiosi tengono dietro al tuo volo perchè tu rassomigli lo spirito eletto che muove alle dimore celesti, — il voto del cuore generoso, — la preghiera di anima innamorata, — e appresso te sospirano, perocchè pensino che quel gemito a te affidato possa toccare le soglie del paradiso.

Tu, dea, conosci se i miei desiderii furono per me, — se spuntarono dalla mia testa truci, quali i serpenti da quella della Gorgone, — o se piuttosto, a mo' di raggi degni di splendere intorno alle chiome dei santi; — tu sai che io ho mai desiderato salire per le tre scale — della ipocrisia, — dell'abiezione, — e della infamia alla reggia del vituperio; — se mai mi talentò staccare dalla massa di ferro che si aggrava sul petto degli oppressi una verga onde batterne a mia posta il capo al mio fratello per fargli sapere che vivo; — se mai mi prese vaghezza stendere il cavo delle mani ebbre di cupidigia allo strettoio ove si spremono monete e sangue ai popoli — la vendemmia dei re!

Il mio desiderio si volse a tutte le nuvole pregne del fuoco celeste onde lanciassero il fulmine sul capo, — a tutte le pietre perchè si scoppiassero sotto ai piedi degli oppressori; — avrei voluto che il mare sopra ogni flutto apportasse loro una maladizione, — una maladizione cadesse sopra di loro da ogni stilla di rugiada che emana dalle foglie, — che l'universo avesse una voce di obbrobrio per quelli che fanno piangere. — O Cristo! non troverai un'altra piscina entro la quale sanare la umanità dalla lebbra dei tiranni?

Io ti chiamo in testimonio, o Speranza, se in mezzo alla più atroce delle sventure che mai possa aggravarsi sopra un cuore superbo, — la miseria, con la quale tentarono avvilirmi, — io mai abbia pensato a cosa che fosse turpe, — o se il mutamento della mia condizione abbia preposto a quello della mia patria.

Nel mio povero tetto educai un cipresso per tesserne ghirlande alla maestosa defunta, — e venni quotidianamente inaffiandolo col pianto dei popoli; ma poichè mi avanzava copia di umore — (non ho io avvertito ch'egli era pianto di popolo?) — spensierato vi piantai accanto un alloro, — e nello inacquarne le radici, spesso, quasi mio malgrado, diceva: Forse... chi sa?...

Ora accadde che la terra degl'incliti trapassati è stata potente ad alimentare ancora l'alloro. — Egli crebbe glorioso accanto il cipresso. La immagine della morte e la immagine della vita si confondono insieme, — i rami loro s'intrecciano, — e le frondi susurrano, quasi due amici che si ricambino misteriosi colloquii; — forse l'uno confida all'altro il segreto per cui vediamo che un Dio e un popolo non possono lungamente tenersi chiusi dentro il sepolcro.

La fenice è una favola, ma un popolo che rinasce dalle sue ceneri può essere verità...

O Speranza, — quando, votata la coppa dell'ira di Dio, ti contemplai nel fondo — io volli quinci rimoverti come la più amara di tutte le fecce, — ma tu mi parlasti dicendo: A che mi getteresti? Io sola posso riempire questa coppa della linfa di vita, — dell'acqua che scorre dalle fontane celesti, destinata al battesimo delle generazioni che rinascono.