[85]. Nella processione del venerdì santo il primo rabbino accompagnato da altri Ebrei aspettava il papa presso l'arco di Costantino, se non erro, dove piegava il collo sotto il piede pontificio. Adesso non si costuma più; anzi a mano a mano si accosta la probabilità del contrario, dacchè Rotschild da un punto all'altro può espropriare il pontefice del suo stato e farselo aggiudicare allo incanto: però nel secolo passato mi assicurano che si praticava.
[86]. Washington Irving, Storia di Cristoforo Colombo, lib. V.
[87]. «Leggesi che a Parigi fu uno maestro che si chiamava ser Lò, il quale insegnava loica e filosofia, e avea molti scolari. Intervenne che uno de' suoi scolari, tra gli altri arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolaro morto gli apparì: il quale il maestro riconoscendo, non senza paura domandò quello che di lui era. Rispuose che era dannato. E domandandolo il maestro se le pene dello inferno erano gravi come si dicea, rispuose che infinitamente maggiori, e che colla lingua non si potrebbono contare; ma ch'egli gliene mostrerebbe alcuno saggio. Vedi tu, diss'egli, questa cappa piena di sofismi, della quale io paio vestito? questa mi grava e pesa più che se io avessi la maggior torre di Parigi, o la maggiore montagna del mondo in su le spalle, e mai non la potrò porre giù. E questa pena m'è data dalla divina giustizia per la vanagloria ch'i' ebbi del parermi sapere più che gli altri e spezialmente di sapere fare sottili sofismi, cioè argomenti di sapere vincere altrui disputando. E però questa cappa della mia pena n'è tutta piena: perocchè sempre mi stanno davanti agli occhi a mia confusione. — E levando alto la cappa, che era aperta dinanzi, disse: Vedi tu il fodero di questa cappa? tutto è bracia e fiamma d'ardente fuoco penace, il quale senza veruna lena mi divampa e arde. E questa pena m'è data per lo peccato disonesto della carne, del quale fui nella vita mia viziato, e continuailo infino alla morte sanza pentimento o proponimento di rimanermene. Onde, conciossiacosachè io perseverassi nel peccato sanza termine e sanza fine, e avrei voluto più vivere per più potere peccare, degnamente la divina giustizia m'ha dannato, e tormentando mi punisce sanza termine e sanza fine. E o me lasso! che ora intendo quello che occupato nel piacere del peccato e inteso a' sottili sofismi della loica non intesi mentrechè vivetti nella carne: per che ragione si dea dalla divina giustizia la pena dello inferno sanza fine all'uomo per lo peccato mortale. E acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile e ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro. — La quale il maestro porgendo, lo scolaro scosse il dito della sua mano che ardea in su la palma del maestro, dove cadde una piccola goccia di sudore e forò la mano dall'uno lato all'altro con molto duolo e pena, come fosse stata una saetta focosa e aguta. — Ora hai il saggio delle pene dello inferno, disse lo scolaro; e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione e tormento per la mano forata et arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata: donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro, compunto tra per la paurosa visione e per lo duolo, temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, diliberò d'abbandonare la scuola e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali, entrando la mattina vegnente in iscuola, davanti a' suoi scuolari, dicendo la visione e mostrando la mano forata e arsa, rispuose e disse:
Linquo coax ranis, cra corvis, vanaque vanis.
Ad loycam pergo quæ mortis non timet ergo.
Io lascio alle rane il gracidare e ai corvi il crocitare, le cose vane del mondo agli uomini vani: e io me ne vado a tal loica che non teme la conclusione della morte, cioè alla santa religione. — E così, abbandonando ogni cosa, si fece religioso, santamente vivendo infino alla morte.» Passavanti, Specchio della vera penitenza, Distinz. III, cap. 2.
[88]. E gli fu fatto in piazza per pubblico editto una statua di marmo con questa iscrizione
andrei . auræ . civi . optimo . felicissimo
vindici . atque . auctori . publicæ
libertatis . S. P. L. I. posuere.
Segni, Storie, lib. II.
[89]. «Le discordie tra la plebe ed i nobili danno agio ad alcuna famiglia d'innalzarsi: le fazioni Fregose e Adorne spente: i Francesi scacciati da Savona; Doria liberatore: ma cotesta libertà è ridicola; cambiando capo, la costituzione rimane la stessa; nobili dovrebbero essere uguali davanti la legge, le distinzioni al merito ed alla virtù. Doria renda le navi, con le quali la salvò, e con le quali può ridurla serva.» — Foglietta, Della Repubblica di Genova, lib. I, pag. 60.