«Cornelio Agrippa, fissandolo dietro e con quelle sue labbra aperte malignamente sorridendo, mormorò: «Vedi, ve' che teste da portar corona! Un'accensione di sangue cagionata dallo sforzo degli organi visivi egli scambiava in splendore di stelle.... ah!»
«Agrippa!» esclama Carlo, calmata che fu la doglia delle sue pupille, «io voglio anche una volta veder la mia stella. — Additamela; io voglio...»
«Silenzio! Ecco, la mirifica congiunzione succede; — adesso si opera il portento dei cieli; il cielo della stella austriaca è compito: dapprima lambiva rasentando Saturno... apportatore, per essere frigido e uliginoso, d'infermità corporee, come chiragra, podagra ed idropisia...»
Qui Carlo trasse un gemito, perocchè una crudele podagra spesso lo tormentasse e gli facesse risovvenire che apparteneva anch'egli alla terra.
«Possano i re non avere mai col mondo vincolo meno doloroso di questo», diceva in cuor suo l'astrologo maligno; quindi a voce alta continuava: «e poco dopo si spiccò dal pianeta di Saturno, e a modo di ninfa che corre co' capelli sparsi lungo la riviera, trapassò gran parte di cielo spandendo lontano il fulgore de' suoi raggi; si fermò alquanto nella casa di Marte, il quale l'accolse nella guisa che si ricevono gli ospiti augusti; quinci si rimosse tendendo alla stella di Giove, l'aggiunse, si ricambiarono un bacio di luce; ed ecco quella parte del firmamento ormai apparirà più chiara agli occhi mortali pei due astri fratelli. — O Cesare augusto, divo, fortunatissimo, concedi ch'io primo mi prostri ai tuoi piedi. Dopo Dio chi più potente di te? Il mio cuore, come tazza di soverchio piena, non può contenere la sua gioia; i miei occhi sono costretti a piangere lagrime dolcissime di tenerezza...» E prostrato abbracciava le ginocchia di Carlo.
Stava per profferire più parole assai, quando Carlo, vinto dalla fumosità libera, prese ad esclamare:
«Sento l'influsso della mia stella. — Che in paradiso un apostolo avesse cura speciale della nostra sacra persona, cel sapevamo; — che nel cielo girassero pianeti a noi propizii, non ignoravamo; grandi cose abbiamo fatto, più grandi ne faremo in seguito. Conquistato che avremo il mondo, chi ci insegnerà la via di arrivare agli astri del firmamento?»
Cornelio Agrippa steso ai piedi di lui pensava: — Sta lieto, Carlo, con due dita di lama di Cordova tu potrai fare un assai lungo viaggio. —
«Quale indugio è mai questo? I miei momenti sono secoli per gli altri: ogni istante della imperiale nostra vita contiene il destino di cento generazioni. Che fa egli questo neghittoso di papa? s'egli non istà pronto ai nostri cenni, noi lo rimanderemo come un veterano invalido...» — E così favellando alzò i piedi per balzare, sicchè forte percosse con uno nella bocca all'Agrippa, e poi correndo ad afferrare un campanello lo agitò violentemente a più riprese.
Cornelio, sorgendo e con la mano tentandosi le labbra per vedere se lo avesse ferito, mormorava rabbioso: «Cane di Fiamingo, tu paghi le verità da re, — impiccando chi te le dice, — e le menzogne da sacerdote, con le promesse! Un giorno o l'altro, io faccio conto che tu abbia a inventare le indulgenze imperiali. Superbo e misero, io ti avrei lasciato e ti lascerò forse tra poco pel tuo emulo Francesco di Francia; un imbecille coronato al par di te, ma più prodigo di quello che rapisce ai suoi popoli: — trattanto io mi compiaccio di tormentarti... ho qui in tasca sei congiunzioni di stelle tutte funeste per te... per ora va' lieto a prendere la corona; per oggi il tuo demonio ti scioglie la catena: — ungiti del crisma; poi, unto o no, con la corona o senza, tu non sarai meno il trastullo dei miei ozii fantastici.»