[291]. Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»

[292]. Nell'Apologia di Cappucci d'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

[293]. Varchi, Stor., l. 11; MS. dell'Ambascieria di Baldassare Carducci in Francia presso Gino Capponi; Nardi, Storia.

[294]. Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:

Non fu peccato il mio parer sì lieve

Non ricovrar quel dì la bella donna,

Che per voi troppo amar giogo riceve.

[295]. Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.

Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizione senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua. Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi: Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore.» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava di voler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati.»

Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezza senza includere alcuno... Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)