Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»

E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio di decezione avere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.

E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (Documenti, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.

Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'Apologia dei Cappucci, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'Arch. Stor. Ital., pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere stato mirabilmente sbigottito per la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.

[296]. Ecco come lo descrive Filippo Sassetti nella sua Vita in fine: «Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lacrimanti, colore vivo, lieto nello aspetto, scarso nelle membra, veloce nel moto, destro e sofferente della fatica, insieme severo e di grande spirito, animoso, modesto e piacevole; ardeva nella collera e tantosto tornava in potestà di sè stesso.»

[297]. Guicciardini, Stor.; Magri e Santelli, Cronache di Livorno.

[298]. Tit. Liv., Histor., l. 30.

[299]. Del Frangsperg è proposito nei capitoli antecedenti.

[300]. Specialmente in quella di Ferrara.

[301]. Iacopo Nardi ci conservò questa preziosa particolarità, il disegno, cioè del Ferruccio di portare la guerra a Roma. Stor., l. 2.