[375]. Æneid., l. 6
[376]. Con tutto che si fosse perdonato a ognuno, Malatesta aveva ritenuto Benedetto da' Foiano, teologo e predicatore unico, e fra' Zaccheria, ambedue dell'ordine di san Domenico, osservanti della congregazione di Toscana; il che aveva fatto per far cosa grata al papa, per essere stati acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con l'esortazioni e predicazioni loro del governo popolare; e Malatesta aveva già incominciato a tormentare fra' Benedetto. — Frammento di Lettera anonima attribuita all'oratore veneziano. Documenti su l'assedio di Firenze, pag. 324.
[377]. Nel 1839 in Perugia fu pubblicato un libro di Giovambattista Vermiglioli professore, col titolo di: Vita e imprese militari di Malatesta IV Baglioni; nel quale per bene tre volte si lacera il mio nome e l'opera mia perchè ripetei quello che nessuno nega, e tutti, così antichi come moderni, confessano il tradimento del Malatesta: anzi neppure il Vermiglioli lo nega; se non che sostiene che a fin di conto ei lo fece per vantaggio di Firenze, ond'è giusto che gliene debba venire piuttosto lode che biasimo. Giova trascrivere in proposito quanto gravemente dichiara l'Alberi in fine della corrispondenza dell'oratore veneziano Carlo Cappello intorno l'Assedio di Firenze: «che dove pur fosse vero quello ch'è ad esuberanza provato, che cioè i Fiorentini non avessero potuto venire a capo di quella impresa l'obligo strettissimo dell'uomo che aveva giurato di dare non che le sostanze la vita per quella causa era di morire combattendo o dimettersi da quel comando. Ma il convenire e dargli lode di avere parteggiato co' nemici e trattenuto i Fiorentini dal venire a battaglia anche quando egli, il Malatesta, credeva che avrebbero potuto uscirne vittoriosi (pag. 115-116), e ciò per lo specioso titolo che quel popolo fosse poi per cadere nei pericoli delle discordie intestine, è tale spregio per la virtù che volentieri mi persuado non essersi dallo scrittore intesa la importanza delle sue proprie parole.» Ma vi è di più; neppure parto di furibonda fantasia possono dirsi gli ultimi momenti della vita del Malatesta quali vennero da me descritti; imperciocchè nelle Cronache del padre Giuliano Ughi minore osservante si legga quanto segue: «Partì Malatesta da Firenze e portonne seco molte bocche di artiglierie dei Fiorentini con grande quantità di danari, e pigliando la via verso Siena, fece peggio a San Casciano, a Poggibonsi e a Staggia che non havevano fatto i nemici Spagnuoli e Lanzi. Giunto a Perugia, incominciò un superbo et egregio palazzo al quale pose nome Firenzuola perchè lo faceva dei danari rubati alla Signoria et alli poveri soldati di Firenze; ma la divina giustizia non glielo lasciò vedere finito, perchè poco dopo un anno s'infermò di crudelissima malattia della quale morì come disperato: perchè appresso alla morte gli scoppiò un occhio con tanto strepito che si udì a più di 30 braccia lontano; e poco dopo gli scoppiò l'altro. Così rendè l'anima al diavolo (come si crede) andando a stare con Giuda e gli altri traditori. — Morì a Betona il 24 dicembre 1531 la vigilia di Natale, che cascò in domenica.»
Nè mancarono commozioni della natura le quali nella mente dei popoli confermarono l'opinione della grande ira di Dio che provocò sopra il suo capo cotesto scellerato; imperciocchè certo cronista perugino racconta come nella notte in cui passò il Malatesta «Vinero vente grandissime, cioè piovose, che non solo demustrò, che scoprì e tette e quante case se dimustraro verso el ditto vento, et portava le persone da locho allo altro, talchè come fu cessato, per le strade non si potia porre piè en terra, che non se calcasse el copertimo e rotto, et en quella notte venne pioggia, grandina e molte altre signale.» A cui piacesse avere un saggio della dettatura del professore Vermiglioli volentieri io gli porrò qui sotto una sua nota, affinchè si soddisfaccia: «Chi si sentisse voglia di grandemente adirarsi legga la relazione della ultima infermità e della morte di Malatesta nel romanzo di D. Guerrazzi. Egli la coniò a suo modo nella pazzesca e furibonda fantasia con la quale coniò l'opera stessa dell'Assedio di Firenze. Imperciocchè anche in quella narrazione la menzogna, l'audacia, il mal talento e la più sfrontata insolenza prendono il luogo della verità e vanno riunite a più modi volgari e triviali di espressioni e modi più acconci a narrare le vergognose crapule delle più vili taverne che la morte di un illustre capitano il di cui valore e militare scienza si celebrarono da tutti gli storici italiani!» Così i professori nel 1859, nè io credo troppo diversi adesso; ma la specie scema e, a Dio piacendo, cesserà del tutto, sicchè di tale maniera libri si conserveranno nelle librerie per maraviglia come nei musei, le ossa fossili delle bestie antediluviane.
[378]. Iliade, lib. 9.
[379]. Apoc., XIV, v. 15.
[380]. Sant'Ulfrido svedese chiamò intorno al cerchio degli scudi che gli facevano attorno i suoi prodi i tre bardi che lo seguitavano e disse loro: «Qui state e vedete quanto opererò di glorioso, onde, cantandolo, non abbiate bisogno udirlo dalla bocca altrui.»
[381]. Apoc., cap. XX.
[382]. Vixere fortes ante Agamemnona multi (Hor., lib. IV, od. 8).
[383]. Questo fu scritto nel 1855; oggi promettono emendare il danno. Dio lo voglia; staremo a vedere; se noi camminiamo con la valigia davanti, non ne abbiamo colpa; perchè il cane scottato dall'acqua calda ha paura della fredda. Basta; fatto il miracolo, venereremo il santo.