Clemente in questo punto tradì sè stesso: balzò in piedi, proruppe in dimostrazione di allegrezza, e, mal sapendo che cosa si facesse, si trasse dal dito l'anello pontificale e lo pose in quello del masnadiero. Cencio, come colui che astutissimo era, se lo cavò subito dal dito e lo ripose diligentemente nella cintola. Il Papa, fissandolo dentro agli occhi, interrogò:

«Guarda dall'ingannarmi. Io ti farei mettere in pezzi anche nel tempio di Cristo in Gerusalemme! Tu non mentisci?»

«In fè di Dio, e vi par'egli che vorrei commettere un tanto peccato? Forse non so che per ogni menzione conviene penare sette anni nel purgatorio? O che credete l'anima non prema anche a noi? Però il pericolo è grande, e vi abbisogna mercede proporzionata. — Sul prezzo ci accomoderemo di leggieri; sul modo del pagamento, con maggiore difficoltà...»

«Desideri Malatesta; — si sforzi a desiderare: — noi qualunque sua voglia faremo piena. Ama la salute dell'anima? — Noi gli apriremo le porte del paradiso, senza che pur di volo tocchi il purgatorio.»

«Anche questo a qualche cosa è buono, ma or si domanda», e con la mano il masnadiero faceva atto del soppesare, «e ora si domanda.... via.... meno spirituale guiderdone.»

«Ben lo sapevamo noi che senza prezzo nulla si compra: — esponi il patto.»

«Prima di tutto, il signor Malatesta vuol sangue.»

«Sangue? Di cui sangue?»

«Di Sforza e di Baccio Baglioni, seguaci, complici ed aderenti loro: oramai pretende che voi non gli abbiate a ricovrare sotto il manto della Chiesa; mandateli in pace; ognuno abbandonate nelle braccia di Dio. Sorga tra loro arbitra la giustizia della spada...»

«Avanti.»