E senz'altre parole aggiungere usciva della sala.
«Voi, messere Nicolò dotato come siete di più temperata natura», riprende Clemente, «considererete col buon giudizio vostro la mia offerta; — non vogliate delle cose l'estremo: accomodatevi ai tempi; — dominiamo insieme.»
«Le insinuazioni vostre», gli rispose il Capponi, «mi suonano uguali a quelle che mosse Satana a Gesù Cristo quando dal pinaccolo del tempio gli mostrava i regni della terra: ufficio di cittadino è turarsi le orecchie e fuggire dalle tentazioni.»
Profferiti cotesti accenti, Nicolò Capponi tenne dietro a Iacopo Guicciardini.
«Dunque non mi riuscirà a farvi intendere ragione, ortinati e protervi? Messere Andreuolo, fatevi messaggero dei miei sensi agli ottimati...»
«Dove un mio figlio sapessi ambasciatore di tanta nequizia, io gli andrei contro per ispezzargli la testa alla parete.»
Ciò detto, il Nicolini scomparve.
«Almeno voi, Soderini...»
«Io vi scongiuro, papa Clemente, a spargervi le chiome di cenere, umiliarvi nel santuario e domandare mercede davvero dei vostri peccati; se pure i vostri peccati non superano la misericordia infinita.»
E lasciò solo il pontefice.