[1] Per somma ventura in certe note del generale Sacchi parmi averne rinvenuto il nome: «il Cucelli, scrive l'egregio uomo, giovane ventenne cresciuto nella legione italiana di Montevideo splendido per forme e per valore si distinse nel combattimento di Palestrina fra tutti ed a lui si deve la presa dei cannoni, dacchè per ispirazione propria dopo lungo giro con la centuria che comandava uscito alle spalle del nemico lo scompigliò. Questo giovane sonava divinamente la tromba a chiavette, e in mezzo alle battaglie soleva sonarla per modo da eletrizzare i morti.»
Memorie ms. del. Gen. Sacchi.
Così a manca: più duro certame a destra, e al centro dove irruppe il nemico grosso di novemila uomini; e munito di artiglierie: qui dunque convertono i nostri le forze, la più parte comandate: il Bixio poi spontaneo però che spedito a circuire i fuggenti a sinistra udendo a destra strepito di battaglia colà si volge, conforme lo porta la bollente natura: allora non costumava annoverare i nemici. I Napoletani si erano impadroniti del caseggiato opposto sul margine del campo, e dell'altro, che sorge la dove si tagliano le strade per Roma, quinci sfolgoravano i nostri accalcati dolorose. Il Bixio molestamente sopportando il fatto muove con audace ma non avvisato consiglio di contro alle case funeste, e perde parecchi prodi invano: già i superstiti balenavano quando l'Hoffstetter potè ripararli dietro certo avvallamento di terreno aspettando l'esito della mossa ordinata al capitano Ferrari, la quale consisteva nel circondare le case poste su l'argine riuscendo alle spalle del nemico per tragetti e per coperte vie, come accadde, di che pigliando spavento ei le vuotò in un attimo.
Ora sì, che il Bixio non si poteva reggere instando di avventarsi in massa co' nostri contro l'altro caseggiato del crocicchio; lo tennero, ponendo ordine allo assalto il quale fu ammannito così: dinanzi i legionari e gli emigrati traevano palle a grandine mentre due squadre di bersaglieri stretti correvano di contro alle case, dove giunti un cinquanta di passi forse lontani sbandaronsi; precipitano i nostri nello spazio, che passa tra l'una casa e l'altra, il quale così era breve, che la fiamma dei fucili nemici bruciò i capelli a parecchi dei nostri. Avanti a tutti il Bixio; così penetrarono dentro le case per le porte atterrate, e per le finestre scalate; molti ammazzarono, molti presero, troppi più fuggirono.
Quale lo esito dello assalto sul centro, non importa dire; colà erano pochi, ma con essi il Garibaldi, e basta.
Il nemico a rendere più infame la infamissima fuga si volta ad un tratto su la via di Roma e scarica i suoi moschetti addosso ai nostri; la mano dello schiavo tremante non aggiusta i colpi, nessuno rimase ferito: e' fu il saluto della viltà!
Questo insomma il combattimento di Palestrina, il quale partorì vantaggi, che in parte andarono perduti a cagione del sollecito richiamo del Garibaldi a Roma, durarono però la baldanza nei nostri di vincere quante volte fossero stati messi di fronte ai Napoletani, e la facilità di cavare fodero dalle provincie meridionali. Deplorammo diece morti, tra i quali anco il tenente Mengarelli, feriti venti e più; dei nemici rimasero spenti cinquanta, altrettanti e più feriti; fra i morti parecchi ufficiali stranieri, e tra i feriti altresì; ferite, e morti ignobili però che coloro i quali vendono l'anima e il sangue a prezzo altro meritino che precipitare per via di sangue nel sepolcro illacrimato: molti i prigionieri coperti di amuleti, abitini ed altre siffatte idolatrie abolite da Cristo e ritornate in fiore dai preti come merce fruttuosa su tutte per la religione bottegaia; nondimanco costoro maledicevano Dio, i Santi e il Papa.
Non si narrano le esultanze, ed i falò dei Romani per la vittoria di Palestrina; questo solo si nota, che i feriti udendo eccheggiare l'aria del grido: Viva la Repubblica, sporgevano il capo e le mani fuori delle carrette sclamando anch'essi «oh! viva, viva.»
Incerto il numero della gente che mosse da Roma alla impresa di Velletri, chi dice 8,000, e chi 10,600, certi corpi, e li comandava il colonnello Morrocchetti, ed Haug erano preposti all'avanguardia, il Garibaldi alla battaglia, alle dietro guardie ed alla riserva il Galletti. Altri notò e bene quanto malvagio partito fosse quello di mettere a capo di una divisione due Generali pari in grado permanente, all'uno dei quali si conferiva il supremo comando; di fatti indi a poco il Garibaldi si faceva cedere dal Morrocchetti anco il comando della vanguardia, dissidente o non consapevole il Rosselli, e certo questo fu grave fallo del Garibaldi: non importa ricordare qui gli esempi rigidissimi co' quali i Romani mantennero la disciplina, imperciocchè ogni uomo comecchè imperito di milizia vada persuaso come senza disciplina si abbiano torme di predoni non già soldati; ed io per quanta reverenza porti al Garibaldi non posso difenderlo dalla colpa commessa; lui scusano l'amore immenso per la Patria, l'anima ardente di sacro entusiasmo, ed il sentimento del sapere e del potere, e tuttavolta la colpa rimane.
Chiunque vuol conoscere come fossero disposti i Napoletani può cavarsene la voglia leggendolo nell'Hoffstetter, e nel Torre, ma in questo meglio che nel primo, il quale assai mi ha l'aria di arruffone e di millantatore; al mio bisogno basta esporre, che i nostri instando sul centro del nemico avrebbero fatta mala prova sempre, perchè difficile vincerlo in questo lato difeso stupendamente dalla natura e dall'arte, e quando vinto egli poteva ritirarsi senza una molestia al mondo; nè compariva più savio partito assalirlo al fianco sinistro, dacchè il nemico poteva ripiegare l'ala sul centro, e noi inoltrati circuire col centro stesso disteso dietro le nostre spalle, costringendoci a deporre le armi, ovvero a morire senza pro; ottimo avviso battagliare dal lato destro, dacchè qui il terreno montuoso si adattasse meglio al modo di combattere scompigliato dei nostri, i quali arieno potuto esercitare la prestanza individua, mentre per converso il nemico poco vantaggio o punto avrebbe cavato dalla sua disciplina; oltre questa occorrevano altre ragioni e del pari gagliarde, che per istudio di brevità si tacciono. I nostri delle due vie che conducono al nemico stanziato presso Valmontone, Frascati, Albano, Genzano. Velletri, e per le terre, che si avvicinano al mare presero quelle che da Zagarolo mena a Valmontone ed a Montefortino più lunga, ma meno esposta alle molestie nemiche. Le spie messe dietro allo esercito napoletano riportavano come egli con celeri moti si raccogliesse intorno a Velletri non lasciando indovinare se per allestirsi alla battaglia, ovvero per evitarla con la ritirata; per noi qualunque fosse il concetto di lui urgeva assalirlo, chè riusciva impossible ad uomo frenare lo impeto dei soldati; ma dove non valeva l'uomo, valse la fame: mancarono i viveri; di quì le querimonie scapigliate contro l'amministrazione ed a torto, imperciocchè non a lei, bensì allo stato maggiore corresse l'obbligo di vigilare che gli ordini del supremo Comandante sortissero adempimento, i quali furono che ogni soldato si portasse le cibarie per due giorni. Questo negozio delle munizioni in ogni tempo sperimentammo arduo. I Romani recavano seco armi di ferro atte così alla offesa come alla difesa, scudo, lorica, elmo, e per di più il palo onde ad ogni fermata costruivano il vallo, e per giunta il nudrimento di quindici dì: oggi le razze non so se nascono più affrante, ma certo per manco di esercizio, o per uso intempestivo, e troppo delle forze vitali le proviamo di nerbo sotto alle antiche e di molto. Al pane si potrebbe surrogare biscotto, il quale se fatto nelle regole, e di roba buona risparmia macinatura, cottura ed altre faccende di simile sorte nè facili nè brevi per le milizie in campagna, dacchè lo vediamo quotidianamente sopperire ai lunghissimi viaggi di mare.