Perderono dunque per via tempo maggiore, che non avessero voluto; pure il Garibaldi trascorrendo oltre arriva co' suoi la mattina sotto Velletri avendo però mandato avviso al Generale Rosselli perchè si affrettasse a rinforzarlo, e questi gli rispose: andasse cauto, si astenesse da ingaggiare battaglia, solo attendesse a spiare ogni mossa del nemico, ricordasse essergli giunte testè le vettovaglie in campo, ed esperienza, e insegnamenti dissuadere la zuffa con milizie sconfortate di cibo e di bevanda. Ora gli emuli del Garibaldi lo appuntano della seconda colpa, la quale fu, postergato ogni consiglio o piuttosto ordine, avere continuato la marcia, anzi pure attaccato la mischia, e non è vero.
Velletri è città di 12,000 anime, situata in cima ad un colle; la via che mena a lei per circa tre miglia prima di arrivarci è tagliata ad angolo retto, a destra ed a sinistra, da talune eminenze fra mezzo alle quali essa procede; il Garibaldi con disegno accorto dietro queste eminenze dispose grosse squadre di soldati regolari mentre egli coi legionari, e volontari suoi prosegue per la via: passate coteste alture la campagna si stende con piano inclinato, e la via continua traverso a quelle, quasi chiusa, fra due argini che la sovrastano una trentina di braccia e più; tutta questa stesa appellano i colli latini; e qui pure il Garibaldi ordinava i suoi dal manco lato e dal destro in modo che tagliassero la strada con linee parallele e diritte. Il Garibaldi disposte le sue genti a quel mo', dopo avere spediti qua e là stracorridori a speculare si mise a sedere sotto un pino che ombreggiava la via, ed essendo ormai le ore otto voltosi ai compagni disse loro: «Orsù vediamo di rompere un po' il digiuno.» Dentro un tovagliolo allora gli portarono tre panini, quattro once di salsamento, e forse altrettante di cacio cavallo; non mancava il vino, forse un bicchiere e nemmeno: i convitati otto, col Garibaldi nove. Taluno disse al Generale: «mangi tutto lei, almanco uno di noi si caverà la fame.» Egli al contrario: «no abbiamo a mangiare tutti, capisco che non ci è pericolo di morire per ripienezza.» Mentre egli recatosi in mano un panino faceva atto di spezzarlo ecco un lanciere sopraggiungere da Velletri a briglia abbattuta, e domandare da lontano: «dov'è il Generale?» Qui, fugli risposto, ed egli tostochè lo vide: «Generale dalla città sboccano in massa cavalleria e fanteria.» Il Garibaldi, che teneva fra le dita un pezzo di pane lo depose per bene nel tovagliolo, si levò, e fregatasi due o tre volte col palmo della destra la fronte si abbassava la falda del cappello su gli occhi, poi con voce forte e pacata ordinò al lanciere: «Tornate addietro, e date ordine che tutti i corpi avanzati si ripieghino in ritirata.» Il lanciere volte le groppe del cavallo, tocca di sproni, e via; dopo ciò il Garibaldi accenna della mano al dottore Ripari e gli dice: «tu fa voltare le mule ed i cannoni, e torna indietro a piccolo passo.» Il buon Ripari che di queste cose m'informa, ingenuamente aggiunge: «voi capite, che anco al medico col Garibaldi tocca a fare un po' di tutto.» Gli ufficiali di stato maggiore furono lanciati in questa parte ed in quella a portare ordini, il dottore se ne torna bel bello in giù a capo di quattro cannoni, e di quaranta mule cariche di munizioni rasentando l'argine a manca per lasciare libera per quanto più poteva la strada, il Generale anch'egli seguitava lento a cavallo dietro l'ultimo cannone. Intanto giovanetti a corsa passano domandando l'uno all'altro: «dove vai?» A chiamare il Rosselli, rispondevano. «Ed io pure.» Già i traini erano giunti alle eminenze negli intervalli delle quali il Garibaldi aveva disposto i soldati regolari, quando dalla parte di Velletri fu udito strepito di moschetteria, e indi a breve arriva tempestando un cavaliere che sussura nelle orecchie al Generale un motto, per cui questi mutata fronte va via di corsa col cavaliere. Il Ripari piantato lì in asso non sapeva, che farsi; statosi alquanto sopra di se ordina sostino le mule, e i cavalli della batteria, ed egli pure dietro al Generale.
Adesso narro cosa che a parecchi saprà di agrume, ma io la vo' dire perchè tante sono le prove del valore italiano, che davvero egli non può patire manco di fama per qualche colpa commessa; e poi tanto mi uggisce la jattanza francese di non averne tocche mai, che quasi mi piace raccontare come gl'Italiani non repugnino dal confessare per essi talvota non essersi compito il debito. Il Masina capitanava novantasei lancieri, bolognesi la più parte; prodi uomini tutti ma nuovi, egli poi comecchè giovane di anni, vecchio di perigli e di prove; militò in Ispagna, e da pertutto dove si combatteva per la libertà; per lui niente impossibile, il numero non contava come pel Garibaldi, usi a mutare in vere realtà le fantasie dello Ariosto: costui vedendo ruinargli addosso due squadroni di cavalleria napoletana si volse ai suoi, e parendogli che nicchiassero, con parole di obbrobrio li vituperava aggiungendo poi: «e che vi ha da importarre che i nemici sieno mille? O che me ne importa? O che fa averne di fronte quattro od otto? Su giovanotti alla carriera.» Ed egli via a precipizio; comecchè fosse cavaliere se non unico raro, pure montando certa cavalla inglese ardentissima storna di pelame, appena gli riusciva tenerla agguantando con le due mani la briglia; a quella guisa correndo primo e solo andò a dare di fronte nella cavalleria napoletana. Il Colonnello di quella vecchio di anni e di mestiere facendosi cuore gli si avventò contro menandogli un gran fendente sul petto il quale per ventura non lo arrivò; Masina allora abbandona le briglie, e trae in un attimo la sciabola tenendola voltata e ferma al collo nemico; la cavalla libera scorre via come saetta, il colpo coglie fulminando il Colonnello, che rovesciato a terra perde la vita. Il Sacchi nelle sue memorie afferma che il Masina trapassasse il Colonnello napoletano con un colpo di lancia, ma non è vero, chè egli non andava armato di lancia in cotesta congiuntura. Ora mentre il Masina tutto bollente si volge per incorare i suoi ecco si trova solo, imperciocchè i suoi lancieri, essendosi appressati ai nemici, e scorto com'essi di cinque volte e sei li superassero, e subito dopo venissero le fanterie a battaglioni, invilirono; presi da paura voltate le groppe fuggono. Il Generale Sacchi ne incolpa i cavalli sbrigliati, non assueti alla vampa ed allo strepito delle armi, ed è menzogna pietosa: i lancieri del Masina sotto Velletri scapparono abbandonando il Capitano a morte quasi sicura; ed anco peggio essi fecero se pure peggio si poteva, imperciocchè il Garibaldi pensando che il suo aspetto bastasse ad arrestarne la fuga, si pose col cavallo di fianco traverso la strada, e seco lui il moro Aguiar; ma lo aspetto non valse, nè il grido, nè il cenno, chè via trascorrendo lui, e il moro mandano sossopra, alcuni in essi inciampando rotolano per terra, onde in breve cotesto luogo fu ingombro da un mucchio di cavalieri caduti, e di cavalli. Afferma il Torre, che Garibaldi caduto stesse sul punto di restare trafitto dal Colonna maggiore napoletano se prevenendolo un lanciero non lo avesse morto prima di vibrare il colpo, e confonde forse col fato del Masina; altri, l'Hoffestetter, racconta come il Garibaldi avesse feriti la mano e il piede di palla, e nè manco questo è vero. Crediamo il Garibaldi che così mi narra il fatto, ed io tal quale lo trovo scritto nei suoi ricordi lo riferisco altrui. «Una compagnia di ragazzi che si trovava alla mia destra vista la mia caduta si scagliò su i napoletani con tal furore da fare stupire: io credo dovessi la mia salvezza a cotesti prodi giovanetti poichè essendomi passati parecchi cavalli sul corpo ne rimasi contuso per modo, che a fatica poteva rialzarmi, e rialzato mi toccava le membra per vedere se vi era nulla di rotto.»
Il Ripari visitandolo dopo la vittoria trovò il Generale ammaccato in tutta la parte destra del corpo, al malleolo esterno, al ginocchio, all'avambraccio, al cubito, ed alla spalla; la mano destra sul dorso riteneva la impronta di un ferro da cavallo; però finchè durò la battaglia il Garibaldi pareva non sentisse dolore, e forse l'anima sua tutta versata altrove non lo sentiva.
Dei ragazzi di cui parla il Garibaldi così mi occorre scritto nelle note fornitemi dal Generale Sacchi: «erano giovanetti di 16 anni o meno, che componevano insieme una compagnia comandata dal Capitano Airoldi bergamasco, e formavano parte del mio corpo: qui a Velletri si distinse per prova di stupendo coraggio assaltando i nemici alla baionetta, e molti di essi facendo prigionieri, i quali poi strana figura facevano di sè, tratti in mezzo a cotesti fanciulli; nè a Velletri solo ma nello assedio di Roma, e nella ritirata a San Marino sempre comparve indomita di coraggio, e pagò largo, ahimè! troppo largo tributo di sangue alla Patria.»
Il Garibaldi rimontato a cavallo ordina a talune milizie disposte per le frastagliature dei colli latini avanzino celeri e chiudano la strada, alle altre poi comanda non si movano, rimangano ai lati del nemico, il quale improvvido delle insidie era trascorso oltre, lo fulminino nei fianchi, e così fecero, sicchè le palle percotevano sopra masse dense e compatte, però quanti colpi tante morti e forse più morti, che colpi; cascavano giù come frutti colti dalla grandine; miserabile il luogo, impossibile vincere; da prima venne meno la baldanza, poi subentrò la voglia di ritirarsi, all'ultimo cadde su l'anima di costoro la paura, e a rifascio per cotesta via incassata i cavalli tempestando stornarono, le colonne della fanterie susseguenti rovesciano, pestano, e passano; anco i non percossi disposti sopra i rialzi laterali della via sono travolti nella fuga.
Il re Ferdinando era presente alla battaglia, e la stava mirando, col cannocchiale da una finestra del palazzo Angelotti; visto il caso non volle saperne altro; ordinato pertanto ai suoi soldati il celere ritirarsi, nei passi retrogradi, li precedeva: il suo posto era dietro quando essi camminavano avanti; avanti quando camminavano indietro.
Nella fuga ruinosa lasciarono cavalli, ed uomini feriti, armi sparse, zaini, e vesti; tanta carta avevano addosso costoro, che sparsa a terra parve ci fosse nevicato. Al Masina, cercando, venne fatto rinvenire il Colonnello napoletano morto da lui, scese da cavallo, e gli tolse la tracolla orrevole di dorature, della quale come di spoglia opima meritamente si decorò.
E nè anco voglio omettere un fatto strano, perchè anch'egli dimostra a qual misero stato di errore conduca la falsa religione il volgo di Napoli, e forse il volgo tutto dei cattolici; i soldati napoletani ripresi agramente della poca resistenza opposta rispondevano a scusa, che tanto avevano visto il combattere inutile, dacchè la gente del Garibaldi uccisa, appena tocca terra resuscitava; errore, che ebbe origine da questo: i giovanetti di membra agilissime e spigliati appena esploso il moschetto si lasciavano ire a terra dove giacenti lo ricaricavano, e poi di un tratto sorgevano a replicare i colpi.
I soldati di Garibaldi non paiono contenti di ricacciare il nemico; lo vonno spento; e' fu lo inseguimento feroce: dove i napoletani levano il piè, lo pongono i Garibaldini; il Daverio, il Masina con altri animosi cacciaronsi in mezzo a loro lupi fra pecore, e stette a un pelo, che menati via dalla corrente non entrassero alla rinfusa con essi nella terra, e vi cadessero prigioni; altri si spinsero fin sotto l'altura dei Cappuccini ira di cannoni, e senza curarsi della mitraglia, che schizzava a diluvio, dissero: «qui siamo venuti per combattere, e combattere vogliamo,» pregaronli a ritirarsi, e non approdavano; non l'Hoffstetter vi riusciva, non il Manara; intanto la mitraglia semina la morte, e non per questo rimovonsi dal disperato proposito; allora i due ricordati si consigliano andarsene ad avvisare il Generale e così facendo poco oltre incontrano una mano di soldati, i quali ebbri dallo strepito dei cannoni, e dall'incessante clangore delle trombe incuranti delle granate, che ruinavano giù in mezzo a loro ballavano; appena essi giunsero ecco un colpo di mitraglia ferisce due danzatori; sostano tutti, ed esitano un momento, ma il Manara subito grida alle trombe: «musica!» e gli altri più frenetici che mai ripigliano i salti. Anco il principe di Condè si legge, che in Ispagna quando i suoi si accinsero a salire su la breccia di Leira fece sonare i violini: queste jattanze non invidinsi ai Galli; devono gl'Italiani affrontare la morte da eroi, non irriderla come giullari.