Ma che tarda il Rosselli? Se arriva in tempo questo combattimento non si risolverà solo in onoranza delle armi italiane, ma forse avrà virtù di mutare le condizioni della guerra: disperso l'esercito regio, in potestà nostra le armi, e gli arnesi guerreschi di quello, sbigottiti i nemici già ciondolanti, i popoli levati a novità, aperte le porte dello stato, il re vinto dalla paura più che dalle armi; a Napoli tutto procede a mo' di lava, tanto il fuoco che irrompe dal Vesuvio, quanto la passione, che trabocca dall'anima degli uomini. Ecco arriva finalmente il Rosselli non con la foga di cui voglia avventarsi allo sbaraglio, bensì con la circospezione di quale teme venire sorpreso; il Garibaldi lo attende dentro una casupola a destra, dove ei si sta speculando lo irrequieto affaccendarsi del nemico; appena lo vide in questi precisi accenti li favellò: «Generale, mirate; se vi regge la vista vedrete ad occhio nudo, se no pigliate il mio cannocchiale; ponete mente a cotesta linea nera sopra la strada, quegli è il nemico, il quale non si ritira, ma fugge.»—«È vero! È vero! Risponde il Rosselli.» Orsù via, soggiunse il Garibaldi, «addosso alla coda del nemico, e pigliamogli più roba che possiamo: due strade ci si parano davanti per agguantarli; la prima è quella, che gira sotto le mura, e a questa non ci si ha da pensare, perchè esposta troppo ai cannoni, ed ai moschetti nemici; l'altra più lunga, ma più sicura ci corre qui a sinistra in mezzo ai campi, che potendosi tagliare a diagonale ci lascia agio di giungere a tempo: è l'ora di Marengo, le 4 e mezzo pomeridiane.—Sì, sì, replica il Rosselli, bisogna fare a quel mo' e lo faremo.»—«E sia Generale, replica il Garibaldi, «ma avvertite, che i miei uomini stanno al fuoco dalle 8 di stamattina fino ad ora, bisogna rilevarli.»—«Avete ragione, così faremo;» conchiuse il Rosselli.

Presenti fra gli altri a cotesto colloquio il colonnello dei Dragoni Marchetti, e il colonnello di stato maggiore Daverio, il quale disse al primo: «Marchetti, quanti cavalli hai teco?»—«Adesso quaranta o cinquanta, l'altro rispose.»—«Ebbene soggiunse il Daverio, va tu innanzi per campi di traverso con quanta gente più puoi, e acquattata dove ti paia più destro: io mi ti lego per fede di sovvenirti fra breve.» Il Marchetti andava, il Torre dice con 120 uomini (forse questi più gli si saranno aggiuti per via) e si pose in agguato nella selva che spessissima fiancheggia la via consolare fra Velletri e Cisterna.

Però nonstante la buona volontà dimostrata dal generale Rosselli tanto egli che il suo colonnello di stato maggiore Pisacane non procedevano di buone gambe in cotesta impresa però che eglino le mosse del nemico non giudicassero fuga, all'opposto maneggi per circuirli, e mettersi in parte da presentare battaglia con profitto il prossimo giorno. Mirabile il giudizio subitaneo del Garibaldi quanto il concitato comando: entrambi quasi sempre infallibili: le prove di ciò replicate e continue: onde quanti con esso lui militarono in America gli avevano cieca fede; non così gli altri un po' perchè lo conoscevano meno, un po' per saccenteria di regole e un po' per astio, le quali cose tutte, comecchè in particole pure si appigliano anco allo spirito dei migliori. Da siffatto screzio nacque, che invece di spingersi gagliardi contro Velletri si gingillarono in avvisaglie alla spicciolata fino a notte; fu spedita sopra la strada di Terracina una scarsa banda di gente buona a raccattare prigioni, non atta a combattere nemici: le tenebre posero termine al combattimento, e diedero principio al votare della città: bene si accorse della ragia il Marchetti, che non essendo rinforzato mandò messi su messi affinchè lo ingrossassero; aspettato lunga pezza invano, da una parte egli si vedeva tolto fare cosa che approfittasse, e dall'altra non gli pativa l'animo di tornarsene senza costrutto: tenendosi sempre prossimo alla selva per rintanarsi al bisogno si gittò su la strada dove mise le mani addosso sopra nove mule cariche di gallette, e per poco non fece preda troppo più importante, il fratello del re che in quel punto giungeva: fu salvo in grazia della stupenda velocità dei suoi cavalli.

Verso le due ore del mattino il tenente colonnello Leali ebbe ordine di occupare col battaglione del 5.º reggimento l'altura dei Cappuccini, che trovò deserta. Emilio Dandolo con soli 40 uomini stracorso ad esplorare la città s'imbatte in due contadini, i quali lo accertano della partenza dei Napoletani; fattosi oltre scavalca le barricate, ed entra nella città abbandonata del pari; solo il nemico ci aveva lasciato i feriti e i prigionieri.

Con questi esempi lo esercito napoletano non si educava a gesti eroici; e più tardi a piccolo urto noi lo vedemmo cedere; però prima di cotesta infamia fu chiaro in armi, e lo ridiverrà in breve, chè la colpa non ispetta a lui, bensì al codardo guidatore ed educatore. Di rado i Borboni di Napoli mostraronsi prodi come sovente feroci, chè ferocia e viltà paiono più presto sorelle che cugine, e Velletri se con Ferdinando vide una fuga vergognosa, lei fecero illustre i medesimi napoletani condotti da Carlo III quando colà percotendo gli austriaci salvarono le terre del regno dalle offese di cotesti barbari. Ferdinando fino al Dumo di Gaeta sostenne la parte di cui turpemente fugge; nel Duomo assunse quella di vincitore, e in rendimento di grazia per la ottenuta vittoria cantava il Tedeum; cosa da fare ridere i celicoli, se lassù in cielo queste nostre miserie toccassero; intanto i diari del governo annunziavano le milizie regie congiunte alle francesi combattere aspre battaglie; vinta Roma; con maschio valore averne i Napoletani espugnato due porte; nè diversamente era da aspettarsi da uomini, quali avevano promosso santo Ignazio da Loiola, stipite dei Gesuiti, al grado di perpetuo maresciallo di campo del re di Napoli!

Chi poi non si sapeva consolare di cotesta vittoria era il Masina; sbuffava, e tempestava urlando, che a quel modo non si espugnano terre; se gli fosse riuscito avrebbe preso pel collo il re di Napoli e costrettolo a rientrare in Velletri, perchè se da re non aveva saputo difenderlo lo difendesse da uomo; ma intanto che col re non si poteva sfogare non dava pace ai compagni, e gli destava a calci, pur sempre sclamando: «e ora bella forza prendere Velletri! Sono stato in città e non vi è più nè manco l'odore di Napoletanni.»

Adesso nelle mie note trovo scritto un caso che parmi ottimo a riferire; forse taluno osserverà, com'ei non si addica al sussiego della storia e di ciò non curo, però che io reputi degno della storia tutto quanto ammaestra la vita: Garibaldi a Velletri pose stanza nel medesimo palazzo dove albergò il re Ferdinando; colà adagiato sul letto mandò pel medico perchè gli visitasse l'affranta persona, e vedesse un po' se vi era verso di farlo soffrire meno: il medico venne, e gli ordinò il salasso, ma ei non ne volle sapere; allora un bagno, e a questo aderì: mentre per tanto ei se ne stava immerso nell'acqua fu udito dalla contigua stanza dare in iscoppio di riso, onde il trombetta Colonna che lo serviva da cameriere entrato nella stanza gli domandò: «che ci è da ridere Generale?» Ed egli: «rido perchè mi è caduta la camicia nel l'acqua, ed io l'ho figlia unica di madre vedova.»—«Aspetti un minuto, replicava il trombetta, vedremo di rimediarci.» Ed uscì fuori interrogando i presenti se potessero prestargli una camicia, ma quanti udi si trovavano nei medesimi piedi del Generale, eccettochè a loro la camicia non era cascata nell'acqua. Messo alle strette il giovane Colonna si accosta al dottore Ripari e si gli dice: «io ce lo avrei il ripiego, ma non mi attento.» Il dottore di rimando: «parla franco.» Allora il trombetta: «oh! la senta, nel convento degli Agostiniani a Palestrina nella camera di un frate, mi saltarono, sto per dire, da se nelle mani parecchie camicie, ed io per non fare il superbo con la Provvidenza me le riposi nello zaino, dove a tutt'oggi si trovano; però se le paresse cosa io ne darei una al Generale…—Certo, che la mi pare cosa da farsi, rispose il dottore.»—A quel modo Garibaldi potè adagiarsi nel letto di un re con la camicia di un frate! Vicende del mondo, bizzarrie di cervello secondo la indole italiana. Nella sala del palazzo Angelotti o Ancillotti a Velletri ci era un trono, tutto damasco ed oro, dove si assideva nella sua maestà il Cardinale legato: al dottore Ripari prese il capriccio di mettercisi a sedere fumando la pipa: il dottore notò che ci si stava come in qualunque altra seggiola ordinaria; forse peggio; ed io poi aggiungo, che l'azione che ci fece egli, certo fu la migliore di quante il Cardinale ce ne avesse mai fatte. E un'altra ventura non meno piacevole è questa: i ragazzi del Sacchi, co' feriti meno gravi stanziarono dentro un convento, distribuendoli soldatescamente, con le sentinelle, le veglie, e con gli altri tutti ordini, per bene: non andò oltra un'ora, che da quella parte fu udito uno schiamazzo da assordare la gente a un miglio di distanza: accorsero per vedere che disgrazia fosse accaduta; non trovarono sentinelle, le porte sprangate, più e più volte chiamarono, e in mezzo a quel diavolìo non fu possibile farsi sentire; atterrarono le porte, e rinvennero i ragazzi, non esclusi i feriti, a corrersi dietro urlando freneticamente inebriati di chiasso; li ripresero, e si misero a ridere, li minacciarono e risero più che mai: che pesci pigliare? Soldati erano di undici a sedici anni.

Il Garibaldi inseguiva i Napoletani, ma per quanto affrettasse il cammino non li potè raggiungere; lo abbandonava il Rosselli richiamato a Roma, ed egli aggiuntasi la brigata Masi si gittò su la provincia di Frosinone a purgarla dalle bande dello Zucchi, uomo nel trentuno tenuto in pregio e più tardi comparso a prova cattivo soldato, e pessimo cittadino; il peggio è vivere troppo. Allo accostarsi dei nostri le bande dello Zucchi spulezzavano; i nostri dovunque mostravansi come liberatori venivano acclamati; forse erano coteste accoglienze sincere, ma siccome i popoli le profferiscono a tutti, così riportando l'effetto non giudichiamo lo affetto. Questo poi è sicuro, che i Napoletani non opposero resistenza nè ad Arce nè a Rocca di Arce: stavano in procinto di avviarsi a San Germano quando richiamati a Roma rifecero i passi per Frosinone, Anagni, e Valmontone.

Anco questa questa impresa andò fallita perchè al Rosselli pareva zarosa troppo, dovendo assalire un nemico potente di artiglieria, e di cavalleria, e due cotanti più forte appoggiato alle fortezze di Capua, e di Gaeta; le sono saccenterie di uomini mediocri, che a sè, e ad altri danno ad intendere per sapienza; con cento volte meno di forze il Garibaldi più tardi mandava in fasci cotesto reame; e il Rosselli avrebbe dovuto dirmi se reputava più agevole tornarsi addietro per combattere con le forze della repubblica romana la repubblica francese. Il Triumvirato poi fra i due partiti o di richiamare tutte le milizie a Roma, o di spingerle tutte contro Napoli e' si apprese ad un terzo e fu il peggiore, le scisse in due senza saperne il perchè.

Adesso prima di accostarci a Roma per non dipartircene più fino al fato supremo ci occorrerebbe per via di episodio favellare dei casi di Bologna e d Ancona; altri gli ha descritti, e non potendo io agiungere nulla di nuovo me ne passo; solo rilevo, ma importa poco (non già perchè non lo meriti, che anzi lo meriterebe moltissimo, ma sì perchè la gente non ci bada, e non ci ha badato mai) che ci furono minacce terribili del soldato Wimpfen, ed anco terribili fatti, ma questi meno acerbi di quelli, e furonci eziandio minacce del prete Bedini, ma blande così che parevano carezze; i fatti poi atrocissimi, pari in tutto alla mente di quel piissimo Pio IX, il quale come notai sul principio di questo libro, fuggendo a Gaeta pregava Dio pei suoi traviati figliuoli, chetornato poi faceva paternamente decapitare.