I Francesi, e lo stesso Vaillant scrissero avere prescelto questo lato alle offese per istudio di non ingiuriare i monumenti di Roma, e sono solite vanterie, onde i Francesi da per tutto il mondo vennero in fama di sazievoli: difatti da cotesto lato appunto occorrono i più gloriosi monumenti della Chiesa, e dell'arte; e nonchè essi andassero immuni da ingiuria furono guasti e malconci.
Che dal riconoscimento della piazza fato dal Vaillant ne uscisse danno irreparabile non credo, tuttavia importa notare, ch'egli ci entrò sotto mentite spoglie di medico quando l'Oudinot, pei consigli del Lesseps mandava in dono ai Romani un carro pei feriti. Così tutto o buono, o reo dei francesi doveva cascarci addosso pernicioso, la generosità del Lesseps, come la perfidia dell'Oudinot: i Romani commossi ricambiavano cotesto dono da Sinone con altro carro carico di sigari, e davvero sarebbe grulleria dolercene, chè simili arguzie formano parte degli strattagemmi di guerra per cui il capitano piuttosto lodasi, che no. E poichè da quanto siamo venuti esponendo la villa Corsini si reputasse meritamente la chiave dei vari punti di offesa fuori della porta di San Pancrazio, così l'Oudinot attese ad occuparla ad ogni patto anco con frode: a questo modo gli uomini vulgari per procurarsi plauso fanno fango della nobile fame, barattandone l'apparenza con la sostanza.
Costui pertanto dopo la promessa che non avrebbe investita la piazza prima del lunedi mattina, almeno, ch'era il 4 di giugno, proditoriamente nella notte del tre assaliva i posti avanzati fuori della porta San Pancrazio: vilipeso della sua perfidia da nostrani come da stranieri rispondeva: invano rinfacciarglisi la tradita fede; altro essere piazza, ed altro posti avanzati; ma un uomo riputato di guerra ebbe a dirgli, che i soldati di onore non devono farsi a pescare cotesti sottigliumi dagli azzeccagarbugli. Certo dal nemico bisogna sempre aspettarci ogni guaio peggiore; e chi si fida suo danno se poi si trova deluso: e nei tempi antichi, che risentivano tuttavia del salvatico non si stava tanto su lo spilluzzico, pure le immanità, e i tradimenti espressi si narrano non si commendano: ai tempi nostri spettava ai Francesi, i quali pretendono a un punto il vanto di civili, e i vantaggi sanguinosi della barbarie, non solo pareggiare, ma vincere le truculenze tartare, e scitiche. Se da un lato non si scusa cui si lasciava prendere alla sprovvista, dall'altro poi vituperiamo la frode del Francese tanto più rea quanto che commessa da popolo gagliardissimo su le armi contro un popolo debolissimo ed innocente.
Prima del giorno il chirurgo Ripari stava medicando le ferite al buon Garibaldi il quale nel tumulto della battaglia se l'era dimenticate, ma ora posando, esse si ricordavano di lui, quando il cannone si fece sentire, ond'ei rimase sospeso con le fasce in mano: ecco allo improvviso salta in mezzo della stanza il pro' Daverio esclamando: «su per Dio!» senonchè visto lo stato del Generale soggiunse: «dunque finisci di medicarti, e tu fa presto e vieni via; intanto io vado.» «Va pure, rispose il Garibaldi, ma qui vi è la bandiera, e bisogna provvedere a cui darla, e per cui mandarla; da una parte e dall'altra per questa operazione ci vogliono ufficiali.» «La è presto fatta, mandala per Ripari al Masina.» E il Ripari come gli ordinarono fece, ed avendo trovato il Masina a dormire lo tirò per un piede gridando: «come! si sparano cannonate contro ai Francesi e tu dormi?»—«Mo'! esclamava il Masina, io non sentiva niente» e calzati gli stivali scappò via con le altre vesti in mano abbigliandosi in fretta e in furia per le scale, e per la strada intantochè correva.
Era prima del giorno, nè la legione italiana del Garibaldi dormiva; ella all'opposto vegliava facendo cosa che nè anco in mille anni la s'indovinerebbe se io non la palesassi ad un tratto: cantava la messa! Ed ecco come; appena tornata da Anagni la stanziarono nel Convento delle Convertite in prossimità dei Condotti; eranci bensì delle monache, le quali nè furono mandate via, nè se ne vollero andare, e tutta volta il luogo capacissimo albergava comodamente milleseicento uomini e più: i giovani baldanzosi, ed anco protervi presero a scorrazzare pei luoghi donde si erano ritirate per paura le donne, e trovarono vaghe logge, cortili, camerette discrete, lettere erotiche, ed anco altri arnesi del regno ampio di amore che qui non importa ricordare, e molto meno descrivere: le donne rimaste poi così non osservarono la clausura, che prima una, poi due, all'ultimo la più parte non comparissero fuori, come costumano le rane negli acquatrini, nè già smarrite, o fuggenti i rimorchi, o sogguardanti sottecchi, mai no; al contrario dagli occhi fermi mandavano faville, sicuramente di amore non divino; pallide però tutte, e con un cerchio intorno ai cigli nero per modo che pareva fatto con un carbone spento cavato di su l'ara a Venere pandemia; lo incesso poi, e gli atti procaci a bastanza le palesavano addestrate nella palestra di amore, e
«Generose così come una madre «Di dieci eroi[1].
[1] Questi i luoghi dove l'amico mio barone d'Ondes Reggio dice, che crescono le candide rose destinate a formare la ghirlanda immaculata della Regina dei Cieli!
La gioventù irrequieta frugando i luoghi appunto in cotesta notte era capitata nella Chiesa del Convento dove avendo rinvenuti ammitti, camici, pianete, piviali, dalmatiche, ed altre di questa maniera sacerdotali vesti, se ne abbigliò e fatta prete volle dire la messa; nè mancò il suo bravo organo, sebbene pareva che sonasse piuttosto a stormo, che a laudi; chi seduto nei confessionali confessava, chi battezzava, ma il battezzato talora troppo bagnato rendeva al battezziere la sua acqua co' cambi; le candele, e i ceri quanti ve n'erano accesi, canti vari moltiplici nè sacri veramente tutti, nè tutti musicati al medesimo modo, quindi un baccano accompagnato da risa, urli, e fischi, ed anco da qualche infrazione al primo comandamento del Decalogo; a compire la confusione nuvole fitte ingombravano ogni cosa mandate fuori dai turiboli, e dai bracieri dove a piene mani gettavano i sacri timiami. Allo improvviso il tuono del cannone ruppe cotesti saturnali, quasi bacchetta di mago che sciolga gl'incanti; spogliano a furia i mal vestiti panni, ed assunta in breve sembianza, e atteggiamento soldatesco corrono colà dove li chiama il pericolo della Patria.
Andarono, ma ormai per sorpresa erano cadute in mano dei Francesi le ville Pamfili, Corsini, e Valentini; le due compagnie che presidiavano la villa Pamfili sopraffatte dal numero riboccante caddero in potestà altrui, tuttavia resistendo sicchè il Mellara che le comandava offeso da mortale ferita fu raccolto da terra sfidato di vivere; le altre compagnie considerando di nulla potere divise si raccolsero nella villa del Vascello.
Il generale supremo Rosselli avendo preposto alla difesa della porta San Pancrazio il Garibaldi, questi mena la sua legione alla porta Cavalleggieri nello intento di minacciare di fianco i Francesi, e sloggiarli dalla posizione presa: facile comprendere come se non si fosse liberata, la difesa di Roma più che altro sarebbe stata agonia: di qui pertanto la smania dei Francesi di occuparla anco con la frode, e la pertinacia del Garibaldi a volerla riconquistare. Egli però bentosto si avvisava sarebbe riuscita la immaginata mossa indarno avendo ormai i Francesi raggiunto lo scopo al quale miravano, e quinci agevole per loro percotere chiunque arrivasse dalla parte dei prati; per la qual cosa ei riconduce la legione dalla porta Cavalleggieri a quella San Pancrazio. Colà uno dopo l'altro arrivarono a ingrossarlo i Dragoni, gli Scolari, gli Emigrati, i Finanzieri, ed altri; insomma in tutto un tremila persone: con queste milizie, dopo presidiato le mura, e le prossime case si spingeva ad assaltare la villa Corsini.