Che dirò io di questo fatto di guerra, che altri non abbia già detto troppo meglio di me: solo un'ufficio mi avanza ma sopra tutti è sacro aggiungere qualche notizia di alcun gesto glorioso di cui andò smarrita la memoria; e dissotterrare qualche nome, che fu sepolto col corpo di cui lo portava per esporlo alla lode e alla pietà dei posteri.

La villa Corsini disposta ai sollazzi della vita, si trovò eziandio (così volle fortuna), mirabilmente acconcia alle difese guerresche; forte il palazzo situato in alto dove si arriva per vari avvolgimenti di boschetti spessissimi seminati su di un terreno rotto da viali profondi; intorno intorno circonda la villa un'altissimo muro. Poteva anzi doveva rompersi il muro in più parti e penetrarvi per quelle; ma non fecero così, sempre ostinati a procedere per la via diritta, e questo a parere dei savi si giudica il primo errore; l'altro più grave fu di non assalire grosso occupando prima co' bersaglieri i boschi, le siepi, ed ogni altro riparo dentro la villa come ogni prominenza fuori di quella, e quinci senza posa bersagliare i Francesi, finchè colta la occasione fosse dato avanzarsi di fronte con lo sforzo dell'arme: invece mandaronsi manipoli dopo manipoli come si caccia il grano sotto la mola perchè lo macini: di ciò appuntano il Garibaldi, il quale unico nelle guerre guerreggiate sembra non sappia fare buona prova, quando si tratti di movere poderose falangi di gente armata.

A forza umana non era dato resistere allo impeto col quale si avventarono i legionari del Garibaldi; urtati a furia di baionetta i Francesi ebbero a rovesciarsi dandosi a fuga precipitosa verso la villa; ma il riparo di questa nè anco giovava, che fin là dentro gl'inseguivano, e ammazzavano; nè già le sole fanterie ma sì anco la stessa cavalleria capitanata da Angiolo Masina, la quale salita a sua posta al primo piano si dette a imperversare per camere e per sale, e quanti Francesi incontrava tanti metteva a filo di spada. Ajaci tutti in questo sforzo di guerra, ma sopra gli altri stupendi Daverio, Sacchi, Morocchetti, e Bixio; vi rimase ferito non morto il Masina, che andato a medicarsi tornò più tardi a pigliare parte ai nuovi assalti, imperciocchè in cotesta giornata non meno di otto volte fossero presi e perduti i posti messi dinanzi, quasi a premio della battaglia: nel terzo o nel quarto degli sforzi per isnidiare i Francesi dal Casino dei Quattro Venti il buon Masina mentre cavalcando forte arriva circa a mezzo il viale della villa Corsini con la voce e col gesto animando la gente a prove di valore estremo ecco una palla lo colpisce in mezzo al cuore, rasente non so quale croce riportata da lui nelle guerre di Spagna; egli precipitava giù da cavallo boccone, a braccia aperte senza nè un grido, nè un gemito; i suoi si fecero a ricuperarne la salma, contrastarono i Francesi, donde nacque una terribile pugna sul morto, forse quale non fu altrettanta sul corpo di Patroclo; ma con fortuna diversa, perchè i nostri non poterono avere il Masina, che giacque insepolto, miserando spettacolo, nella villa Corsini, finchè durò la difesa di Roma. Angiolo Masina fu da Bologna, e con la sua morte la Italia perdeva una delle prime sue glorie; di aspetto giocondo, d'inclita stirpe, provvisto di largo censo, di mente arguta, e comecchè di cuore tenerissimo feroce in guerra per modo da comparire piuttosto temerario, che animoso soldato intero così nella virtù come nei vizi; propenso alla buona cera, ma se non si poteva avere altro, che pane secco, egli con questo lietissimo cenava: amava molto, non già un'oggetto unico, bensì il suo amore diffondevasi sopra la universa parte femminea del genere umano. Il drappello dei cavalieri, che comandava egli vestì, e incavallò a proprie spese, ed erano tutti giovani di persona aitanti, di una terra stessa, e battaglieri al pari del loro capitano.

Il primo assalto come il maroso iemale che dopo avere attinto il sommo dello scoglio, quivi si rompe, e storna gorgogliante, era respinto dai Francesi, e ne rimasero i nostri lacerati orribilmente. Qui rimase ferito il Bixio, che trasportato a braccia fuori della mischia urlava a squarcia gola: «scrivete a mio fratello a Parigi, che una palla francese mi ha ferito all'anguinaglia,» e non si sa che cosa volesse dire; forse fidava il suo fratello avesse maggior credito nell'assemblea di quello, che veramente possedeva, o forse immaginava il popolo parigino più facile ad infiammarsi di quello ch'ei sia. Il popolo francese, parigino o no per cotesto quarto di ora dormiva, e i quarti di ora dei popoli durano secoli. E tu Mameli Tirteo, e Köerner italiano in questo combattimento riportasti la ferita, che inciprignendo ti tolse all'ammirazione della gioventù italica, allo amore delle Muse, e al culto della Libertà: la nemica palla ti colse sul terzo superiore della tibia vicino all'articolazione del ginocchio sinistro nè parve grave sicchè ti forniva argomento di motteggio: ora sei scomparso, e le notti di Genova proviamo più buie perchè uno dei suoi astri è tramontato per sempre; l'altro tengono lontano da te l'ira dei tiranni, e la viltà del popolo.

Al contrario del Mameli, Girolamo Indunio quel pittore, che Dio ha concesso per celebrare le geste del Garibaldi col pennello, intantochè si aspetta il poeta che deve celebrarle col canto, in questi assalti più e più volte trafitto era lasciato per morto a terra; di lui si prese pensiero Enrico Guastalla il quale lo fece removere di costà per dargli onorevole sepoltura, nondimanco, comecchè gli contassero sopra la persona bene ventidue ferite sopravvisse, e tuttora vive decoro della democrazia e dell'arte.

Ebbe altresì sfracellata la destra in cotesto combattimento il Giorgeri di Massa o di Carrara, leggiadro di volto, di persona grande e di cuore anco più; mentr'egli afferrata la baionetta di un soldato francese lotta con lui, questi gli spara a brucia pelo il moschetto contro, donde gli venne lacera la mano: come a Dio piacque guariva ma per incappare in ventura peggiore; rimasto a Roma i tribunali del mite Pontefice lo condannarono in galera a vita per avere, così dichiarava la Sentenza, contribuito moralmente alla morte di certi perfidissimi, i quali comecchè italiani furono colti fuori di Roma a tendere agguati per trucidare italiani: corse voce fossero gesuiti; il popolo inferocito avventatosi li scannò e gittò nel fiume, il Giorgieri desideroso di salvarli, trovandosi separato da loro da molta mano di popolo, tentava fendere la folla, ma gli tornò ogni sforzo invano: fu avvertito in quell'atto, che interpretato poi dai giudici cortesi eccitamento alla strage gli fruttava la galera a vita: adesso, se male non mi appongo, regge non so quale comando di piazza.

Dei nostri scrittori chi afferma che i Francesi non adoperassero cannoni in cotesta giornata, chi sì e dice due, e nomina l'ufficiale che li pose in batteria, ed indica il luogo; dalla parte di Roma si adoperarono certo, e la eccellenza degli artiglieri nostri se non potè fare fortunato cotesto giorno certo lo rese meno deplorabile assai. Imprevidenza assai ripresa dai pratici dell'arte fu, come si disse, quella di non abbattere i muri di cinta delle ville, però che non le volendo distruggere, nè le volendo, come si doveva, munire, era mestieri renderne agevole l'assalto caso mai prese dal nemico si avesse quinci nella prima puntaglia a sloggiare. Più degli assalti, micidiali le ritirate, dacchè nei primi i nostri sboccati appena dai cancelli si sperperassero per la villa, mentre nelle seconde si stipassero all'uscita, onde un colpo solo uccideva talvolta parecchi; cadevano boccone con le mani innanzi abbrancando la terra; da prima fu creduto che o per soverchia fretta, ovvero per impedimenti paratisi loro fra i piedi stramazzassero, ma il gemere profondo, lo storcersi angoscioso, e la rigida immobilità sorvegnente assai chiaro chiarivano non si sarebbero rilevati più mai.

Il numero soperchiante dei Francesi, l'arte con la quale essi combattevano, e le armi elette avrebbero in quel giorno nefasto fatto correre fiume del nostro sangue se il trarre mirabile delle artiglierie del Calandrelli non gli avesse sfolgorati irrequieto e mortale.

Alla legione, che in compagnia degli altri combattenti sostenne prima gli assalti sottentravano i Lombardi del Manara. Una compagnia di bersaglieri fu mandata a pigliare certo casino trascurato fin lì, e l'occupò agevolmente, senonchè avendo scorto poco dopo come fitti, e ordinati venissero contro a loro i Francesi sbigottirono come se fossero stati condotti al macello; volgendo gli occhi scorrucciati verso i loro capitani quasi per rimproverarli di avergli cimentati a cotesto sbaraglio li videro fermi come statue di marmo; per la qual cosa vinti da ira, e da paura, urlando come vesani si rifuggirono verso il Vascello; i Capitani Manara, Ferrari, Rosaguti, ed Hoffstetter commossi profondamente cacciandosi tra loro ne trattenevano la fuga, compito che riuscì loro più agevole per la sopravvegnenza di altre due compagnie una comandata dal Dandolo, l'altra dal Rozat. È da credersi che il Manara col sangue acceso per cotesto brutto scompiglio ora avventasse i suoi soldati a gesto, che si potrebbe giudicare piuttosto disperato che magnanimo; avanti! avanti! gridava il feroce, e primo di tutti entra nel viale di villa Corsini; precauzioni, e ripari egli sdegna e con lui gli uffiziali, che splendidi di virile bellezza, e di vesti dorate senza piegare collo se ne stanno ritti e scoperti in mezzo al viale. Qui cadde Enrico Dandolo, qui furono feriti Signorini, Mangini ed altri parecchi, ma gli altri non si mossero per la quale cosa ai soldati i quali pure dietro ai vasi di limoni, o ai piedistalli, o ai pilastri si schermivano prese talento di mostrarsi non da meno dei capitani; la paura della vergogna aveva superato in essi la paura della morte.

E ci hanno i gaudi della battaglia, certaminis gaudia, e questo si capisce; ci hanno altresì i gaudi del morire, e questo s'intende meno, tuttavia è così; nè solo nel più forte sesso, ma eziandio nel debole, e di ciò porgono testimonianza le fanciulle milesie prese dal furore di uccidersi; e non fu trovato rimedio a cotesta insania, fuorchè minacciando, che il corpo della violenta contro se medesima sarebbe stato esposto ignudo al ludibrio del vulgo. Adesso cade Enrico Dandolo antica stirpe non degenerata; a lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo Corsini si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con parole italiane: siamo amici! Il Dandolo e i suoi allora accostansi come chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il capitano di Francia di un tratto saltato da parte ordinava ai suoi scaricassero l'arme a trenta passi di distanza: un terzo e più della compagnia Dandolo giacque spenta, degli ufficiali Ludovico Mancini ebbe forata una coscia, alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio; Silva lamentò una mano lacera, a Colomba toccava una palla in bocca che stracciata tutta la carne gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla traditora trapassò il corpo da petto ai reni: i suoi rincalzati dai Francesi, lasciaronlo solo; ma solo non si poteva dire perchè rimase al morente il Morosini gentile sangue latino. Dopo breve intervallo i soldati nostri ripresero animo irruppero a corpo perduto contro i Francesi: allora due pietosi si fecero a mettere in salvo il Dandolo e il Morosini; questi come a fortuna piacque illeso, l'altro ahimè! boccheggiante nella morte. Dopo breve egli periva bello, elegante di forme, di costumi santissimi; non contava ancora ventidue anni. Percuote la mente di pietà la trepidazione del fratello dello spento capitano Emilio Dandolo, il quale fermo sotto l'arme non poteva sovvenire, nè andare in traccia del diletto capo; ne domandava ai feriti i quali gli passavano vicino, e il Mancini gli disse: «tuo fratello….» e più non potè dire; più aperto ma sempre dolorosamente incerto un Bersagliere; «or'ora cadde per ferita mortale.» Il dabbene giovane trafitta l'anima senza potere porgere aita al pericolante, senza potergli dare l'ultimo bacio, e chiudergli gli occhi con passi concitati camminava su e giù di fronte alla compagnia vinto da ira, da pietà, e da dolore, mordendo la canna di una pistola per impedire le lacrime che traboccassero. Mentre durava il giovane in cotesta agonia, ecco sopraggiungergli addosso il Garibaldi e dirgli: «andate con 20 dei più valorosi dei vostri a pigliare con la baionetta la villa Corsini.» Al Dandolo parve sognare; arduo conoscere la cagione dello spietato comando; forse, nonostante la calma olimpica che ostentava il Garibaldi, anche a lui la febbre avvampava il sangue, o forse conoscendo come da tutte coteste morti non potesse uscirne altro bene eccetto quello di mostrare al mondo la virtù nostra disegnasse fargli toccare con mano, che molti anco adesso la Italia novera dentro a se Leonidi alle Termopili, e Fabi a Cremera. Cotesto era comando disperato da darsi ad anima disperata, e tale si sentiva in quel punto Emilio Dandolo; trovò i venti perduti, e andò con essi, correndo tutti, a capo basso, senza contare chi cascava, arrivati sotto il palazzo erano dodici; di faccia fulminavano i Francesi da tutte le finestre del palazzo, dietro le spalle mulinava un turbinio di mitraglia dei nostri cannoni, e' fu mestieri uscire di là se pure non volevano coi frantumi delle proprie membra lacerate seminare il terreno; nel ritirarsi una medesima palla ferì nella stessa parte, la coscia, il Signoroni, e il Dandolo; di ventuno, al Vascello tornarono sei.