Il Garibaldi poichè vide, che i parapetti non bastavano a ripararlo sapete voi dove andò a pigliare stanza? Nella torretta della medesima villa; quivi giacevasi nelle brevi ore di riposo, e quivi vegliava continuo le mosse del nemico; sopra la torretta havvi un terrazzino a cavalcioni del quale egli si tratteneva sovente dondolando le gambe, e fumando il sigaro.—Con esso viveva il Manara, che dopo il pasto, chiamato a sè certo giullare bergamasco gli ordinava rappresentargli qualche farsa volgare co' burattini di legno; di ciò prendeva il prode uomo maraviglioso diletto: ora è da sapersi, che la stanza dove cotesti giuochi si facevano (che era la sala dipinta da Salvatore Rosa) stava per lo appunto esposta alle batterie francesi, ma a ciò niente pensavano nè il Manara nè i compagni suoi, e nè manco il burattinaio: ventura fu, che di ora in poi veruna palla di cannone investisse cotesta casa, e delle palle di schioppo lanciate dagl'infallibili cacciatori francesi nessuna colpì il Generale, nè il Manara, nè veruno dei tanti, che affacciatisi al terrazzo della torretta se ne stavano a speculare il campo francese: onde vi ha chi pensa, che tirando di sotto in su la palla proceda diversamente che in linea orizzontale, e il colpo vada fallito: su di che giudichino gl'intendenti. Per me referendo simili spavalderie ho notato, e noterò sempre, che il soldato della Patria non deve mai atteggiarsi scenicamente, nè da gladiatore, bensì nel modo solenne del sacerdote che si offre vittima alla religione della libertà.
Innanzi di mettere parole intorno ad altri fatti, chi m'incolperà se io mi trattengo ancora a raccogliere qualche nome, e consegnarlo con intera fiducia alla storia? La religione della cosa non già la potenza dello scrittore varrà a mantenerla perenne nel cuore degl'italiani: in cotesta giornata caddero spenti altresì, che troppo ci vorrebbe a dire dei feriti, il Polini di Ancona colonnello, Cavalieri, Bonnet, e Grassi tenenti; allo Scarani, mentre agita il moncherino lacerato e se ne serve a guisa di aspersorio di sangue gridando: «vendicatemi» una palla nei reni tronca ad un punto la parola e la vita. Ed anco a voi Loreta di Ravenna, Gazzaniga di Roma, Meloni di Forlì, Bucci di Ancona, Marzari di Macerata, Santini e Covizzi la terra dei forti diede l'ultimo albergo. Visanetti di Cesena come fu riservato a più lungo martirio così porse maggiore testimonio di virtù, percosso nei fianchi dopo sei giorni in mezzo ad atroci dolori sempre invocando con devoto cuore la sacra Patria spirava. Scarcele sul fiore della vita, di forme leggiadre squarciato orribilmente il ventre, di una sola cosa pareva si pigliasse cura, ed era disporre il proprio censo, che possedeva larghissimo, a prò di persona diletta; la principessa Belgioioso che lo assisteva, sollecitamente ebbe chiamato il notaro per calmare l'ansietà del moribondo, ma forse più per udire il nome della donna, che così imperava sopra i pensieri di lui; la donna era la Patria, la quale redò le sostanze dello Scarcele.
L'assalto del Ponte Milvio per altro non merita andare rammentato, che per un gesto degno dell'antica storia, e veramente dei così fatti se ne incontra nella greca, come nella romana, ed eziandio nella nostra italica del decimoquinto secolo; se nonchè temo forte, che ogni popolo abbia voluto vantare il suo di simile natura copiandolo da un altro, il quale forse non sarà successo mai tranne nella immaginazione dello scrittore; ma quello, che io narro come accaduto ai giorni nostri, e che molti vivi lo possono testimoniare non può fornire argomento di dubbio. Il ponte Milvio si allarga una dozzina di braccia, ed è lungo circa a trecento: lo reggono cinque archi di quindici braccia di luce, e cinque piloni alquanto meno larghi; rotto il primo su la sinistra sponda per dodici braccia gli altri avevano minato con polveri artificiali per rumarlo, secondo la occorrenza, in un'attimo.
I Francesi qui come altrove ci colsero inaspettati, e con infallibile colpo uccisa la sentinella sostarono per paura di scoppio; pure bersagliando alla lontana chiunque si attentasse di porre il piede sul ponte dalla sponda sinistra. Per accertare l'esito della impresa un Leblanc colonnello del Genio francese aveva ammannito più sotto al ponte una zatta con armi da servire a parecchi bersaglieri che avrebbono traversato il fiume a noto; a troncare il disegno ecco un Fulgenzio Fabbrizi di città di Castello si tuffa ignudo nel fiume, e stretta co' denti la fune a cui stava ormeggiata la zatta, adoperandoci gli sforzi supremi la tira seco; se lo fulminassero i Francesi, che se l'erano vista fare proprio sotto gli occhi, non è da dire, e crebbero la furia quando cotesto animoso si trovò in mezzo alla corrente a contrastare coi vortici, che lo tiravano in fondo, e con la zattera, la quale sbalzata a urtoni gli ammaccava la persona, tuttavolta così egli provò amica la fortuna, che pesto sì, ma incolume di ferite potè attingere l'altra sponda.
Ma il ponte cadde in potestà dei Francesi, i quali padroni delle alture menavano strage dei nostri, senzachè potessimo offenderli noi.
Narra il Torre, che millanterie ne corsero da una parte e dall'altra; infermità comune massime ai popoli meridionali, ma alle millanterie i Francesi aggiunsero le menzogne più sbardellate; a mo' di esempio l'Oudinot dava ad intendere ventimila dei nostri impegnati alla difesa di villa Pamfili, ed in tutti noi non arrivammo mai a tanti: il vero era che appena toccavano i quattrocento: si gloriava avere conquistato tre bandiere, e n'ebbe invece una, non mica conquistata, bensì rinvenuta da lui dentro certa rimessa; vantava come sforzo solenne di guerra la occupazione di Monte Mario, e veramente utile gli fu, ma egli se lo recò in mano indifeso durante il tempo dello armistizio.
I Francesi non istettero a perdere tempo e nella notte del quattro al cinque giugno condussero la prima parallela di assedio a trecento circa metri dal punto designato da loro per lo assalto; in ciò essi seguivano i precetti dei loro maestri di guerra Vauban, e Cormontaigne; altri ingegneri operarono altramente, chi allontanandosi, e chi più accostandosi alle mura nemiche; mentre si rammenta Marescot che allo assedio di Landrecy aperse le trincee a 300 metri dalle opere estreme della piazza, Chasselup a Mantova le fece a 100 metri più presso, e Rognat a Tortosa anco meno discosto: ai giorni nostri la distanza di trecento metri non basta in virtù delle armi perfezionate che ti ammazzano anco da 1000 metri lontano, sicchè tornare ai 600 metri come si costumava prima del Vauban non parrebbe troppo, ma i Francesi senza un pericolo al mondo poterono praticare a Roma il modo, che tennero conciossiachè i Romani possedessero solo armi ordinarie e nè manco delle buone. Costruita la trincea alzarono due batterie, una per combattere il nostro baluardo, l'altra per rimbeccare la nostra artiglieria del monte Aventino. Nè i nostri rimasero a vedere, solleciti palancarono e terrapienarono la muraglia per quanto lungo è il tratto che passa fra Porta Portese e Porta San Pancrazio, voltarono i cannoni del monte Testaceo contro il campo francese, e condussero un camino per recarsi incolumi al Vascello; però in paragone delle apprestate offese le nostre difese languide; sarebbe stato mestieri irrompere con gagliarde sortite, ma le ci venivano dissuase dal difetto di fosso intorno alle mura, e dalla perdita dei tanti valorosi ufficiali da noi patita fin qui, tuttavia scambiaronsi di parecchie moschettate da una parte e dall'altra, si tentò anco pigliare certe case fuori del Vascello, e non si potè a cagione della grandine di palle, che i nostri dal bastione ci rovinarono addosso scambiandoci per nemici, e fu jattura gravissima. Verso sera il capitano David su la via del Vascello, percosso il ventre periva, feriti rimasero Giuseppe Brachi, Guglielmo Belluzzi, Emanuele Griffi aiutante del Generale Garibaldi, e più illustre di tutti il colonnello Pietro Mellara da Bologna, che una palla di moschetto colse nello interno della coscia sinistra, e lì rimase; parve da prima lieve piaga, o per lo meno sanabile; il fato rese monco lo augurio; egli periva dopo lunghi dolori; di lui più tardi a infamia del popolo, che vanta il primato di civile.
I colonnelli Buenaga per la parte di Spagna e D'Agostino per quella di Napoli recaronsi al campo di Francia offerendo aiuto, e concorso; l'aiuto accettava l'Oudinot dal Re di Napoli, il parco dell'artiglieria d'assedio, come se dei suoi cannoni egli non ne avesse di avanzo, tanto gli premeva vincere a mano salva; altro concorso no; bastargli i suoi; a questa ora se quei cialtroni dei diplomatici non erano sarebbe entrato in Roma non mica una volta ma dieci. Ciò era conforme al fine riposto della impresa di Francia, il quale consisteva nel surrogare il suo al patronato dell'Austria in Italia e durò sotto lo Impero quando ella parve venisse ad affrancarci da un'oppressore, e ce ne impose due; nè punto menoma, almeno per ora; di ciò ne porge testimonio la respinta proposta testè messa innanzi dalla Spagna di formare una lega cattolica per proteggere la ragione del Papa in Italia; di vero avendo la Francia (a suo parere) ottenuto con forza, e con astuzia simile patronato in Italia intende esercitarlo sola, non già in società con altrui, che chi ha socio ha padrone, e questo è detto antico. Al deputato Minghetti pare altrimenti, ed ebbe cuore e fronte per affermarlo in Parlamento; basta, il meno che possiamo dire di costui gli è che e' venne al mondo dalla parte dei piedi.
Valentissimi gl'ingegneri francesi, e indefessi non menochè intrepidi gli esecutori; riparato il guasto fatto alle opere loro dalle nostre artiglierie costruiscono la terza batteria e l'armano di obici per battere con fuochi verticali i bastioni sesto e settimo; i Romani dal canto loro compiscono le trincee del Vascello, altre ne imprendono a sinistra di porta San Pancrazio a fine d'impedire, caso mai che qualche sortita venisse respinta, che vinti e vincitori entrassero in Roma alla rinfusa; ripigliasi il fuoco nel giorno sesto, e con maggior furia di prima, anco il cielo si commuove e piglia parte alla lotta; tempesta in terra, tempesta in cielo; fuoco, e strepito da empire di spavento da una parte e dall'altra; natura ed uomini parevano risoluti a sconquassare il mondo, nè il peggio sarebbe stato se fossero riusciti. Il Vaillant vigilissimo sospettando sorpresa alle ville Corsini, e Valentini asserraglia le prossime strade, e si avanza senza intromissione; non così i Romani i quali cominciano opere grandi, e per certo utilissime, ma poi lo smettono o che mancasse loro la costanza o piuttosto, come credo, la potenza; per siffatta guisa idearono erigere un trincerone il quale servisse a mo' di piazza di arme dove milizie nostre ad ogni evento si assembrassero per contrastare al nemico, il quale, superate le trincee giungesse e scacciarne i difensori; ed altre più difese si disegnarono, ed anco fu statuito condurre a termine per asserragliare le strade, forare le case onde porgersi aita scambievole giusta la imminenza del pericolo per quinci rifuggire senza danno o con poco nella città leonina, dove potesse rinfocolarsi la guerra più acerba, più feroce, e forse meno disperata di esito propizio. Tutto questo o non si fece del tutto, o principiato appena fu smesso, per lo che ai Francesi venne agevolato, e di molto il conquisto di Roma.
La nostra artiglieria durante la notte o rallentava i tiri o li cessava dando occasione al nemico di spingere innanzi le sue opere, alacre, e sicuro, nè andavano con miglior fortuna le cose pel contado dintorno a Roma, che il generale Morris scorrazzando per la campagna dalla sinistra del Tevere sovente s'impadroniva del fodero avviato alla città penuriante. E pazienza si fossero rimasti i Francesi a pigliare le robe, ma per atterrire straziavano le persone, nè solo le nocenti, bensì ancora le pacifiche: veruna arte di barbaro nonmenochè vile predone tralasciarono per accertarsi la vittoria: e perchè non paia che io mi comporti narrando più passionatamente che a storico non convenga scerrò tra i moltissimi due casi, dei quali il commissario Andreini riferì all'Assemblea. Gervasio Pasquali, e Vincenzio Sandroni mitissimi agricoltori alieni da ogni rumore pensarono potersi rimanere alla cura delle proprie vigne fuori delle mura, che chiudono il Vaticano: spaventati poi dagli orrori della battaglia s'intanarono dentro certe grotte scavate lì presso la vigna, il primo solo, l'altro, il Sandroni, con la moglie e tre figli uno dei quali pargolo alla mammella. I Francesi spintisi sotto le mura, e disseminati a combattere non tardarono a scoprirli, e ad incrudelire su cotesti inermi supplicanti la vita; furono esauditi a colpi di fucile; nè contenti di tanto il Pasquali stramazzato e stretto a gridare: «viva Pio IX» poi rovistategli le tasche dei pochi baiocchi che possedeva io rubarono.—Più lacrimevole fato incolse al Sandroni però che di prima colta rimanessero feriti lui e due figliuoli, e poichè ricaricati i moschetti con cera micidiale inoltravansi i Francesi, la misera madre genuflessa al fianco del giacente marito, e circondata dai due figli insanguinati, sporgeva il lattante gridando: pietà! Come alla prima invocazione fu dato alla seconda una risposta di piombo: tutti ne andarono da capo percossi, eccetto il pargolo per ventura che parve e fu creduto miracolo. Il Sandroni poi per coteste ferite periva nell'ospizio di Santa Maria lasciando desolati la moglie e i tre figli: dopo ciò, neghi chi ha cuore, che là dove occorre una causa di civiltà a sostenere quivi non isventoli benefico il vessillo di Francia.