Qui mi vo' pigliare licenza, che so che ai miei lettori parrà dovere, di stendermi alquanto nel racconto di Luigi Binda da Cremona figlio unico di padre dovizioso: costui amava di profondissimo affetto una fanciulla popolesca onesta nonmenochè bella, nè il padre suo consentendogliela a sposa egli menava vita desolata; finalmente il padre, considerando come tentata ogni via non fosse riuscito a distorlo da cotesto suo decennale amore, accolse la fanciulla, e la benedisse per figlia: pochi mesi il giovane Binda andò lieto nei santissimi amplessi, chè rotta la guerra all'Austria dopo stato alquanto in forse tra la sposa, e la Patria, l'amor della Patria vinse, e versandosi su i campi di battaglia egli combattè con l'ardore cui non seppe vincere lo smisurato affetto dell'amata donna: tuttavia si consolava della lontananza sempre di lei favellando, lei in mezzo ai pericoli invocando, e di tratto in tratto tra la furia del fuoco traendosi dal petto i capelli di lei baciandoli, e ribaciandoli. A Rieti lo fulminò la nuova della morte della sposa diletta, non pianse, non disse motto, ma gli amici che lo videro orribilmente mutarsi in volto procurarono badarlo attentissimi, onde per ventura furono a tempo a trattenerlo quando allo improvviso egli volse contro di sè le mani violente. Lo consolarono, e il forte uomo si consolò da sè, sentendo come ad ogni minuto gli si parava la occasione dinanzi di morire per la Patria; da per tutto ei fu, in ogni parte combattè sempre nella ferocia pacato, vigile, e previdente così, che la milizia gli conferiva il nome di perfetto soldato.

La storia dolente della morte della amata sua donna è questa; ella usava la mattina per tempo recarsi in chiesa a supplicare Dio per la conservazione del carissimo capo, l'adocchiò un ufficiale austriaco, e prese a perseguitarla per libidine assai, ma più per istrazio sapendola moglie di un ribelle; non valse alla meschina di starsi con riguardi, non di fuggire via un giorno, ch'egli in agguato la colse; nello androne della casa la raggiunse, la mano le pose fra i capelli, ed ogni sforzo tentò di brutale violenza, ma la valorosa si difendeva adoperandoci anco i denti, finchè la gente accorrendo tratta dal rumore del tumulto, costrinse il malnato a lasciare la donna non prima però di averla pesta co' piedi sul petto così, ch'ella infermatasi gravemente non ci lasciasse la vita.

Il Binda difese prima la villa Panfili, il tre di Giugno in una delle volte, che dopo respinti i Francesi, occupammo il Casino dei Quattro Venti lo preposero a tenerlo contro gli assalti nemici; toccò a lui la parte che prospetta Roma; i Francesi tornati tumidi e grossi instavano con tutte le forze a girare dietro le spalle dei nostri attelati davanti il palazzo: orribile lotta fu quella, la compagnia del Binda ne rimase quasi disfatta, gli ufficiali tutti morti o feriti, ma respinse sempre gli assalitori; lui pure colse una palla nella gamba sinistra, che lo rese inabile alla milizia. Ora se viva ignoro: possano queste inculte parole, se morto, cadere come corona di gloria sopra la sua tomba, se vivo di giusta mercede, e di consolazione all'animo tribolato di lui.

Qui in Toscana si formò già una legione di Lombardi, cui il governo provvisorio, come seppe meglio provvide: le cose di Toscana andate a male ella divisa in due corpi uno dei quali capitanato dal Mezzacapo, e l'altro dal Medici s'incamminò verso Roma; non però tutti furono generosi i Lombardi, al contrario gl'irridevano per cotesto partito l'Allievi, e il Griffini, ed altri che io non nomino poco prima avventati, allora rimessi, un po' più tardi servili, secondochè menava il vento, ed essi ci trovavano il conto. Altri narrò, sebbene non sia peranche palese lo scritto, le vicende, i rischi, e i patimenti di cotesta schiera di giovani ammirandi; basti per ora dirne tanto, che il generale Mezzacapo un dì volle metterla a prova di coraggio, e spediti innanzi gli stracorridori procurò gli riferissero circondarli da ogni lato i Francesi, chiusa allo scampo ogni via, o cedere le armi o morire. Morire, gridarono i giovani, e si disposero in battaglia per combattere fino agli estremi: sotto la sferza di cocentissimo sole gli fece durare per molte ore il Generale schierati su l'arme; all'ultimo assai commendatili dell'animo disposto concesse loro riposo.—Pel comune dei soldati più dura prova quest'altra, ma pei nostri gentilissimi e' mi sembra si potesse risparmiare: il Generale per via dei comandanti di compagnia annunziò finiti i danari della cassa, non sapere come sopperire alle spese, vivere di accatto male, di rapina peggio: chiunque si trovasse a possedere danaro lo mettesse fuori accomodandone il corpo: quei poveri giovani appena udito lo annunzio in un attimo si rovesciarono le tasche e chi diede cinque chi cento franchi: appena raccolto il danaro fu reso; rimase la memoria del fatto, ed io lo narro a lode e ad esempio.

Ora a questi toccò la volta di entrare in battaglia, sebbene ormai volgesse il giorno a vespero: prima di uscire di porta San Pancrazio sostarono alquanto per riordinarsi: cotesto fu un duro quarto di ora, imperciocchè sfilasse davanti alla presenza loro la processione dei feriti trasportati all'ospedale; e pure il fiero spettacolo, che avrebbe sgagliardito i meglio animosi, non isbigottì i giovani i quali udirono il comando di accorrere alla mischia lieti così come li chiamassero a pigliar parte ai balli; appena usciti ecco accorrere loro il Garibaldi quasi volando; di un tratto fermato il cavallo egli s'inchina loro, e con quella sua voce, che vibra come metallo battuto, stupendo di tranquillità dice loro: «avanti bravi giovani, vinceremo anche oggi.» Le grida di viva Garibaldi, viva la repubblica furono il saluto col quale essi accolsero le palle che lanciarono contro di loro i Francesi.—La prima schiera appena fuori della porta venne spartita, e parte andò ad occupare certa casa di fianco al Casino dei Quattro Venti, la quale poi ebbe nome di Casa bruciata, parte di rinforzo al Vascello dove dopo avere respinto i Cacciatori francesi, si ricongiunsero con l'altra della Casa bruciata; qui sostennero un battagliare tremendo, e comecchè con ogni precauzione si riparassero tanto non poterono schermirsi, che parecchi di loro non giacessero morti o feriti; così durarono fino a sera, quando Giacomo Medici pensando, che non ci si sarebbe potuto sostenere ordinò si raccogliesse nelle stanze terrene di parecchia paglia per abbruciarla nel punto in cui l'avessero dovuta abbandonare; ma fortuna volle che di un tratto andasse tutta in fiamme: al mirare cotesto incendio unanime si levò il grido: «i nostri morti!» E moveva da pietà d'impedire, che le amate reliquie andassero in cenere: in un'attimo ecco immemori, o non curanti del fuoco gittarsi in mezzo i giovani soldati per sottrarli a cotesta maniera di distruzione, quasichè importasse, che o in cotesto, o in altro modo rientrassero in grembo alla terra; tuttavia se pensi come i superstiti intendessero seppellire con le proprie mani i loro morti per religione alla memoria dei caduti per la libertà troverai che passione vince ragione così in questa come in molte altre cose.

Nè qui finiva; il Mangiagalli quando ormai la notte, la fatica, e i mutui lutti persuadevano quiete, ecco raccolto un manipolo di compagni avventarsi da capo, e forse riusciva a fugare i Francesi se non gli si fosse sgominato per via, lì sembra fosse ferito il Rozat; la ritirata fu due cotanti più luttuosa dello assalto; quel cadere senza pure esser visti, i gemiti confidati al buio della notte, l'atroce pensiero di sè, che nella sventura disperata ripiglia il sopravvento ricordavano gli affanni dell'Erebo immaginati dai Poeti. Il Garibaldi poi compariva da per tutto, vestito di bianco, sempre immobile sia che col destriere sostasse, sia ora qua ora là su le groppe di quello scorresse; più che conforto adesso metteva spavento: sembrava il simulacro del Destino venuto a contemplare il compimento dei suoi decreti.

Il Sacchi aveva difeso il Vascello; dopo lui venne il Manara, che lo presidiò co' suoi e in fretta in furia lo convertì in ridotto formidabile; i Francesi trasportati dal furore della vittoria irruppero per espugnarlo, ma non la poterono spuntare; allora il Manara lo consegnò al Medici, il quale per la virtù sua, e dei suoi lo rese monumento inclito del valore Italiano.

Poichè il perduto non si poteva più riacquistare il Garibaldi vigilò, affinchè quello, che ci era rimasto si conservasse; crebbe le artiglierie sul bastione, provvide l'annona, imperciocchè in tutto quel giorno i soldati non che con altro, neppure con un sorso di acqua si fossero confortati: insomma perchè io in troppe parole non mi dilunghi non omise diligenza che a capitano solerte, ed avvistato convenga. Giorno miserabile fu quello dacchè la legione italiana deplorò 500 tra morti, e feriti, i Bersaglieri piansero 150 di loro; in tutti furono 1000, ovvero un quarto della divisione del Garibaldi, fra cui 100 ufficiali; fiore di giovanezza e di virtù; dei nemici ne caddero molti, noi non li potemmo noverare, nè potendo avremmo voluto farlo; i Francesi sogliono alterare in meno le loro perdite, tra gli altri privilegi quasi pretenderebbero essere ciurmati, ed i romanzi loro rubata questa qualità ad Achille la regalarono ad Orlando; la quale cosa non tolse che tanto Achille quanto Orlando di ferita perissero.

Il Generale Garibaldi, nelle memorie manoscritte, di cui mi fu cortese compie il racconto della infelice giornata con queste parole: «nel 3 Giugno furono decise le sorti di Roma. I migliori ufficiali morirono o giacquero feriti: il nemico rimase padrone dei Quattro Venti chiave delle posizioni dominanti: ci si stabilì gagliardamente, e cominciò i suoi lavori di assedio come se Roma fosse piazza forte di primo ordine.»

Adesso mi occorre narrare il fatto di cui si trova memoria nelle storie dei tempi in diverse guise; il caso andò in questa maniera. Il Garibaldi dopo la giornata del 3 Giugno venne a pigliare stanza nella villa Savorelli dentro le mura e si pose in certa cameretta terrena che guardava la villa Spada sul bastione a sinistra; per giungere costà occorreva passare per una galleria la quale illuminavano quattro finestre aperte al medesimo livello di quella dove abitava il Generale. Colà si trattenevano parecchi i quali venivano a visitarlo per cagione di ufficio, tra gli altri un dragone di ordinanza. I Francesi come quelli, che erano informati delle minime particolarità di quanto avveniva a Roma un giorno trassero un colpo sì bene aggiustato, che se non fallivano di finestra ammazzavano di un tratto il Generale che per lo appunto si giaceva su di un lettuccio alto un po' meno della finestra; la palla, trapassato il muro, che per vero troppo spesso non era, colpì il povero dragone nel ginocchio destro intanto, ch'ei se ne stava seduto su di una seggiola coi gomiti appoggiati alle cosce e le mani sotto il mento: tanta fu la violenza del colpo, che tutta la gamba, sfracellato il ginocchio, era volta alla rovescia, per guisa che dove stava prima la punta del piede ora ci si vedeva il calcagno con lo sprone.—Atroci gli spasimi, atroci i gridi ond'ei feriva le orecchie, e l'anima, trasportato all'ospedale volante lo amputarono di corto. Fatto sosta il dolore, il dragone voltosi al cerusico gli disse: «ora pregovi di una carità, che voi non mi potete negare.»—«Ed io, riprese il cerusico, non te la negherò di certo solo che stia in me di potertela fare.»—«In voi sta, chiamatemi il mio brigadiere a cui io vorrei raccomandare certa mia faccenda prima di andarmene allo spedale grande.» Avvertito il brigadiere, venne il dragone chiamatoselo e vicino al letto così gli parlò: «brigadiere date retta, voi capite, che a cavallo ormai non ci è verso ch'io monti più, però desidero come la grazia più grande, che voi possiate concedermi, ed io chiedervi che la mia cavalla… la mia buona… la mia cara cavalla non sia montata da altri che da voi; me lo promettete brigadiere?»—Sì, sì, con voce arrangolata rispondeva il brigadiere, te lo prometto, povero giovane, te lo prometto.»—Oh! soggiunse il ferito, voi non potete comprendere quanto bene mi faccia la vostra promessa; e voi non mi mancherete… no… abbiatene cura, sapete, non le manca, che il parlare.» E così favellando piangeva. Così è; gli uomini, se non tutti, la più parte sente altissimo il bisogno di amare, e dove manchino loro oggetti più naturali di tenerezza come i congiunti, i figli, e le mogli si attaccano agli animali, e talvolta anco ad enti inanimati; di vero Plinio ce ne porge di parecchi esempi, ed è noto che Serse spasimava per un'albero intorno alle radici del quale spargeva spesso libamenti, e l'ornava con corone, e monili di oro.