Opinione, ed anco comando era si avesse a camminare per via retta, ma il Garibaldi, che precedeva la colonna vestito del mantello bianco di un tratto piega, conforme in questo a se stesso, che dei suoi riposti consigli di guerra non conferisce con alcuno, e caso mai lo venisse a sapere la sua camicia, io penso, ch'ei la brucerebbe. Così procedendo arrivano al convento di San Pancrazio dove l'ufficiale di guardia annunzia verun moto essersi osservato da tempo in qua nelle Trincere francesi, e gli pareva buon segno; altri tenne avviso contrario; volle inoltre porgere istruzioni alla guida sul cammino da farsi, ma questa prosuntuosa vantò saperne di avanzo: allora il Garibaldi scese e seduto sopra un tronco di albero tolse a dirigere le mosse; e innanzi tratto ordinava all'Hoffstetter precedesse co' 200 Pollacchi a schiarire il cammino, lo seguitasse la legione italiana; il Manara non comandato, consentendo all'impeto della sua generosa natura lo seguita; ammonito dall'Hoffstetter che una scarica potrebbe ammazzarli tutti e due in un punto con danno della impresa, si allontana, ma poi non regge e ritorna. Persuasi dalla guida si cacciano dentro ad un canneto, oltre il quale, pensano sboccare davanti le Trincee francesi, onde si raccomanda ai Pollacchi ripongansi sotto la camicia la quale ormai non poteva apportare altro che impaccio e danno; la legione italiana rimane su l'orlo estremo del canneto; i Pollacchi dopo molto avvolgersi si trovano avere girato il convento di San Pancrazio, chè la guida prosuntuosa aveva sbagliato strada: toccò loro rifare i passi, e questa volta senza errore, sicchè riusciti ormai davanti una siepe, oltre quella, affacciandosi, vedevano le opere francesi. Mentre pertanto si accingono a saltar su, ecco nel canneto udirsi strepito come di cavalli ch'entrando a furia atterrino, e pestino le canne troncate.—Non erano cavalli ma fanti, non nemici ma amici; la colonna del Sacchi, la quale sbarattando senza riguardo il canneto mosse cotesto rumore, che riuscì esiziale, imperciocchè non pure i soldati, ma gli ufficiali altresì temerono ruinasse addosso loro la cavalleria nemica; per la qual cosa taluni, i più forti, fatto di se gomitolo con la baionetta calata si disposero a mo' di istrice; gli altri, e furono troppo più, vinti da subito terrore fecero impeto l'uno sopra l'altro, urtaronsi, rovesciaronsi, e pestaronsi; chi perse l'arme, e chi i berretti; molti i feriti; pareva un fiume che straripi; il Manara, il quale pretese opporsi stramazzato ebbe a sentirsi ammaccare tutta la persona; Garibaldi agguantandosi a un albero non buttarono a terra; la legione italiana non resse meglio degli altri, e andò sossopra nella fuga; chi resse furono i bersaglieri, i quali incrociate le baionette, le opposero al petto dei fuggenti e li trattennero; il Garibaldi montato in furia, riavutosi appena, salta a cavallo e con lo scudiscio frustando intorno urlava: «ah! codardi, ah! svergognati!» Anco il Mezzacapo in cotesta occasione fece mostra di coraggio a tutta prova. Riordinata alla peggio la milizia scomposta domandarono gli ufficiali al Generale se si avesse a proseguire la impresa, dacchè per somma ventura pareva che i Francesi non se ne fossero addati; rispose nulla potersi imprendere con gente codarda; rientrassero: ultimo come sempre alla dietroguardia; passate le porte o sia che la stanchezza lo vincesse, o sia che ormai sentisse lo interno turbamento dell'animo non potere più reprimere si gettò a terra fingendo dormire.
Le sortite e gli agguati in guerra per ordinario, o non finiscono a bene, o tornano in capo a cui le ammannì, e Omero ab antiquo mette innanzi così nel coraggio come nella gloria il guerriero che aspetta celato, e di piè fermo il nemico, all'altro, il quale salta su con la lancia in pugno a zuffa manifesta; per condurre le sorprese a buon termine si richiedono mente serena, cuore inconcusso, e vigilanza mirabile; e cosa strana a considerarsi è questa, che forse gli uomini preposti alla sortita, ovvero allo agguato presi da solo a solo le qualità descritte posseggono anco in copia, uniti insieme ne mancano, dimostrando che le passioni superano nel contagio la stessa morìa. L'annotatore all'Hoffstetter volendo per via di esempio chiarire come un nonnulla mandi a monte siffatte imprese riporta il caso degli Oddi entrati notte tempo in Perugia per cacciare i Baglioni, i quali omai occupavano la città e solo rimaneva loro spezzare la catena della via che sbocca alla piazza, quando colui che doveva romperne i serrami, stretto dalla turba sorvegnente, mal potendo levare le braccia per menare la mazza ferrata esclamò: «fatevi indietro!» La quale parola propagandosi di grado in grado valse a impaurire gli ultimi; gli altri del costoro spavento atterrironsi, sicchè con grandissima furia si ruppero. Questo narra il Macchiavelli; questo altro più notabile assai riferisce Teofilatte Simocatta. Gli Avari invasa la Tracia avevano messo le tende vicino al monte Emo; di ciò avvertiti i Romani, su i quali imperava allora Maurizio, nello intento di sorprenderli ed opprimerli notte tempo si ficcano per certa forra angustissima camminando in due colonne con i bagagli nel mezzo; all'improvviso incespica e casca un somiero di cui il conduttore essendo andato innanzi, i sorvegnenti impediti nel cammino lo richiamano per rimettere in piedi la bestia gridando: «retorna, retorna fratre.» Queste parole passando di bocca in bocca fecero supporre, che trovato il nemico all'erta fosse mestieri ritirarsi: i più paurosi subito sbandaronsi, e gli altri, scomposti gli ordini, si trovarono costretti a seguitarli nella fuga. Agevole moltiplicare gli esempi, bastino questi per dimostrare come gli orditi con lungo studio dalla sapienza, la fortuna sovente in un attimo disperda al vento.
Troppo mi ha proceduto infesto nel suo libro dei Bersaglieri Emilio Dandolo perchè io trascuri di ricordare com'egli dolente per la riportata ferita, e più pel lacrimabile caso del suo fratello, non potesse rimanersi all'ospedale in cotesta occasione; volle andare co' compagni, onde fra la fatica durata, e il turbamento dell'animo gli si inacerbì la piaga non poco. A me piace la vendetta, e così mi vendico, dolente di non possedere maggiore ala d'ingegno per onorare conforme ai meriti il giovane egregio.
La legione italiana rinvenuta alquanto dalla turpe battisoffiola, non poteva darsi pace; le sembrava, e veramente si era coperta d'ignominia: per ultimo deputava messi al Generale supplicandolo le concedesse lavarla avventandola a qualunque più arrisicato assalto; gli udì il Garibaldi con gli occhi fitti a terra senza nè un motto nè un gesto, poi li licenziò con la mano, e parve non volesse rimoversi per istanza nonchè degli indifferenti degli amicissimi suoi: verso sera piegò l'ardua mente; stessero apparecchiati, li proverebbe domani.
Però mentre il prode uomo mulinava il modo di picchiar forte il nemico accadde un'avvisaglia inopinata, la quale ci fu e per morti, e per altre sequele oltre modo funesta. Stavano il colonnello del Genio Amedei e i marraioli suoi lavorando il contrapproccio alla villa Corsini, e i Francesi lo andavano molestando con piccoli manipoli, sicchè egli per levarsi cotesto pruno dagli occhi ordinava al maggiore Panizzi, che lo rimbeccasse nelle regole: questi o trasportato dal proprio ardore, o tratto dallo impeto dei soldati muove col battaglione intero contro lo approccio nemico serrato in colonna: ne nacque una orribile mischia, nè il moschetto, nè la baionetta valevano, così erano venuti a corpo a corpo, ma i Francesi dettero indietro per adoperare le armi: ai nostri facevano difetto le munizioni; non per questo essi stornarono, somministrò nuove armi il furore, e i Francesi maravigliati si sentirono percossi da una sassaiola, che ridusse parecchi al lumicino. Dei nostri morì, e fu pietà, il buon Panizzi romagnolo, soldato vecchio, che aveva militato in Ispagna, e di fresco in Affrica co' Francesi; il giorno innanzi era stato promosso maggiore: tre palle nel petto lo freddarono, cadde nelle trincee nemiche, ma i suoi non consentendo lasciare il suo corpo prigioniero, tornarono allo assalto per riscattarlo: erano quindici, tutti sangue romagnolo; soli sei ne rimasero illesi: non importa, questi sei portarono seco il cadavere del diletto maggiore; il Fanti di Ferrara antico soldato del regno italico offeso nel braccio destro, ne sofferse il taglio con mirabile pazienza, e guariva, ma tanto lo strinse il dolore per la entrata dei Francesi a Roma, che di passione morì. Il Poggi da Imola soldato, a cui recisero il braccio sinistro, tagliato che l'ebbero se lo recò nella destra e guardandolo alquanto uscì fuori con queste parole: «mandatelo in Francia, e dacchè costà hanno fame di carne umana i Francesi se lo mangino.» Quaranta furono dei nostri morti o feriti. Il Garibaldi corrucciatosi per cotesta sconsigliata fazione, se la prese coll'Amedei, e a torto; lo mandò in castello e pretendeva sottoporlo a giudizio militare; se ne astenne meglio consigliato, ma da quel dì in poi fra il corpo del Genio, e lo stato maggiore del Garibaldi non corse più buon sangue, massime ch'egli surrogava al colonnello Amedei il maggiore Romiti; da ciò ne avvenne che si disfacessero i trinceramenti alle gole dei Bastioni, preparando in questa guisa facile l'accesso al nemico, e a noi togliendo l'abilità di difendere le breccie; la casa Savorelli non si volle atterrare, nè fabbricarci il ridotto come avevano divisato gli ufficiali del Genio, capace se non a preservare dalla caduta Roma, almeno a ritardarla.
In questa giunsero parlamentari[1] dal campo nemico, e si dovevano respingere, perchè le sono spie, e gli armistizi si chiedono dal nemico perchè ha bisogno di tempo per nocerti meglio; portavano lettere pel Generale dello esercito, per quello della Guardia nazionale, pel presidente della Assemblea, pei Triumviri, proclami pel popolo, e come se tutto questo fosse poco, inviti al Cernuschi, e al Lombard di recarsi al campo: sonavano tutte le carte lo stesso sermone; essere venuti a sostenere la libertà del Papa, e poi a sostenere quella del popolo, li lasciassero entrare e si troverebbero contenti: caso mai resistessero, guai! con sette Batterie allora allora messe in punto gli fulminerebbe.» Risposero per le rime: non si accettano le prepotenze, si sopportano dopo gli estremi sforzi per repulsarle: degne le parole di tutti, degnissime queste del Generale Rosselli: «considerando che vi è uno stato di vita per gli uomini peggiore, che morte, se la guerra, che ci fate arrivasse a porci in questo stato, meglio sarà chiudere per sempre gli occhi alla luce, che vedere le interminabili oppressioni, e miseria della nostra Patria.» Il Cernuschi e il Lombard andarono in campo dove udirono proporsi una maniera di rappresentanza scenica mercè la quale aveva a stabilirsi, che dopo aperta la breccia, e salvo a questo modo l'onore soldatesco Roma si arrendesse: risposero, che i popoli si ammazzano col ridicolo, ma caduti nel sangue risorgono. Accettabili simili temperamenti pei Francesi, per gl'Italiani contennendi, e abominati. Dopo l'Oudinot tentava nuovo assalto di viltà il Corcelles, gli rispose il Mazzini, e fece male; con nessuno valsero mai ragioni, e meno che con altri co' Francesi quando si sentono in dieci contro uno.
[1] V. Grassi Dizionario militare a questa voce.
Cessate le frodi ritornano le violenze: già i Francesi stavano presso un sessanta passi ai Bastioni primo e secondo, le Batterie per abbattere il Vascello, e le case circostanti erano compite; trentacinque cannoni, e più gli altri, che come avvertimmo, fornì il Re di Napoli si trovavano in punto di fulminare le mura; nè basta, anco i mortai in procinto d'incominciare il fiero lavoro, che di vero incominciò e terribile; nè si creda, che i Francesi rispettassero gli Ospedali, o i Musei; venivano giù le palle senza misericordia; forse un giorno i Francesi diventeranno civili, per ora si contentano dirlo. Le mura di Roma non potevano resistere, sarebbe stato buona provvidenza terrapienarle, ma non lo fecero, sicchè ruinavano, scheggiavansi, e i frantumi schizzanti provavano i nostri più dannosi delle palle; essi però non si sgomentavano, e quando vedevano le bombe precipitare urlavano: «ecco Pio IX!» Appena cadute con temerità piuttostochè con audacia saltavano loro addosso, e ne staccavano la spoletta, o la troncavano portandole con grande allegrezza al Garibaldi, il quale le pagava uno scudo l'una, sicchè, per questo modo, veniva al difetto delle munizioni a sopperirsi con quelle tolte al nemico. Anco allo stesso Garibaldi accadde, che mentre visitava le difese una bomba gli cadesse forse dieci passi distante, fuggirono tutti, egli rimase imperturbato e solo; per ventura scoppiando lo coperse di terra senza fargli altro male; allora gli si strinsero tutti alla vita gridando con immenso entusiasmo: «viva Garibaldi!»
In quei giorni il capitano Castelnau recatisi a bordo del Magellano buona quantità di soldati si recava a sobbissare la fonderia di Porto Anzo, la quale cosa gli venne molto agevolmente conseguita; sovvertì le fabbriche, ed inchiodò i cannoni; fatto questo, ripartiva per Civitavecchia portando seco ottocento palle di vario calibro, e novemila libbre di mitraglia; ed anco questo stroppio accadde per imprevidenza, dacchè ogni qualunque soldato comecchè mediocremente esperto avrebbe avvertito di tenere le polveriere, gli arsenali, i magazzini insomma delle cose necessarie alla guerra in parte dove il nemico non potesse agguantarle con subita scorreria.
La procella del fuoco, e del ferro imperversa più furiosa che mai, ad onestare la barbarie i Francesi penseranno più tardi, e poi facile impresa è per loro perpetuamente mentire; muoiono combattenti, muoiono non combattenti, cittadini inermi, vecchi, donne, e fanciulli; il tempio della Fortuna virile è manomesso, guasto il dipinto dell'Aurora di Guido Reni, e gli altri del Pinturicchio, e del Domenichino. I nostri quanto potevano facevano; anzi sopra le altre preclara l'opera degli artiglieri, i quali non mai domandavano sollievo non che sollazzo; tranquilli, taciturni surrogavansi a vicenda, i vivi venivano a riempire i vuoti, che lasciavano i morti senza osservazione, o lamento. I nostri ingegneri nel presagio che la prima cinta sarebbe superata intendevano compirne un'altra, e ci posero mano, ma anch'essa non fu condotta a termine, per mancanza di braccia, però che i soldati del Garibaldi non potessero sopperire a tutto, e il governo non provvide che 700, ovvero 800 uomini al dì, non bastevoli all'uopo; forse non era sua la colpa; facile sempre la censura, ed i Governi, comecchè solertissimi, nel tumulto degli eventi, e nella perturbazione dell'animo provvedere a tutto non possono; chi sta su la fossa piagne il morto: di ciò parleremo anco altrove.—Certo buona volontà non mancava, e i cittadini solo, che fossero stati chiamati, non sarebbero rimasti sordi allo appello, però che fosse mestieri piuttosto cacciarli, che spronarli, ed in fatti un giovanotto essendo stato respinto dalla trincea perchè troppo piccolo, se ne tapinava esclamando: «o che forse il Generale è grande!»