Questo è il combattimento, che accadde al ponte Molle. I Romani temendo sorpresa, e danno dal lato dei monti Parioli attesero ad allungarsi sopra queste colline; scontratisi col nemico ne successero molte e varie avvisaglie di cui fu il fine, che i nostri snidassero i Francesi da certe case ch'essi occupavano, e le incendessero; però il giorno di poi non patendo essi cotesta cacciata, di buon mattino valicarono grossi il ponte Molle, senonchè bersagliati dai nostri cannoni che dalle alture li fulminavano ebbero a ripiegarsi su l'altra sponda; ma nel pomeriggio il generale Guesviller li riconduceva all'assalto contro la diritta difesa dal colonnello Masi; da una parte e dall'altra incerta la fortuna, pari il valore; i capitani di stato maggiore Podullack, e Taczanowski entrambi pollacchi accorsero al quartiere generale per rinforzi, egli ebbero ma tardi e pochi comandati da quel fiore di uomo Berti-Pichat nel quale ammiri in bellissima concordia congiunte la dottrina, la probità, e la virtù militare; bolognesi tutti. Quando arrivarono, le cose volgevano al peggio però che i Francesi di cheto presero per di dietro il luogo dove i nostri combattevano, i quali non potendo reggere si ritirarono, e i Bolognesi essendosi di troppo avanzati tardi si accorsero del passo disperato nel quale erano caduti; venticinque ad un tratto colpiti giacquero per non rilevarsi più; intimato il Podullack a cedere le armi rispondeva: «a voi altri cani vituperati io non mi arrendo:» e uccise due Francesi uno di spada, l'altro di pistola; giacque trafitto da cento punte, e lì rimase; reso il giorno veniente agli amici supplichevoli ebbe onorata sepoltura. Egli forse poteva salvarsi e non volle, non bastandogli il cuore di lasciare in terra l'amico suo Taczanowski col ventre lacerato; questi però scampava la vita; l'altro adesso riposa nella nostra terra. Ah! non sarebbe stato così, che noi avremmo voluto ospitarti cortese amico; pure abbiti quello che solo possiamo darti pio ricordo nelle nostre famiglie, ed augurio di libertà alla tua Patria; e forse un dì, affrancati anco noi dal grave aere, che ci opprime, compenso di sangue al sangue tuo. Il Tenente Brugnoli bolognese, comecchè squarciato, e grondante sangue ebbe balìa di uscire dalle mani ai Francesi, il soldato Schelini vedendo un Francese che aggavignato il Berti-Pichat intendeva strascinarlo seco, lo ammazzò di botto, dando facoltà al suo comandante di svignarsela incolume. Deplorammo il capitano Fiume spento sul campo, e Oliva da San Severo. Questi con più lunga angoscia lasciava la vita; sul punto di pigliare di assalto una casa tenuta dal nemico colto a sommo il petto casca su la soglia di casa; quattordici giorni si travagliò il misero lontano dai suoi, che non lo consolarono di conforti, nè di lapide funerea, inconsapevoli del luogo dove fu adagiato in grembo alla terra.—Io trovo scritto come in questa fazione morisse un'altro giovanetto di anni diciassette di gentile sembianza, e fiorentino; ferito nella gamba destra, all'ufficiale francese, che gl'intimò la resa ruppe la testa gridando: «va via soldato del Papa,» trafitto da cinque palle cadde sul nemico spento; si chiamava Gherardi: perchè queste anime nella mia terra non sono seme, che frutti? Quando ci si novereranno copiose come ora ci appaiono rare Firenze meritamente vanterà per impresa il suo leone; fino a quel dì le conviene molto meglio l'agnello di Calimara.—
Si stringe intorno a Roma la fiera cintura di ferro e di fuoco, e il nemico moltiplica le artiglierie a porta San Pancrazio, donde si aspetta resistenza maggiore; apronsi finalmente dai Francesi le batterie di Breccia, le rintuzzano i nostri cannoni dai monti Testaceo ed Aventino; rabberciate le Trincee i nemici ripigliano il trarre, il Bastione VI non senza danni pure fa buona prova; tracolla tutto il muro di cortina al bastione VII, ma la terra non gli smotta dietro, anzi rimasta diritta a picco difende, nè per lanciarvi contro granate punto si smuove. I Francesi accatastando Breccia su Breccia ne costruiscono tre per tempestare il Vascello, la Villa Savorelli, e le case di fianco alla porta San Pancrazio: qui cadde il tenente Cesare Covelli cui il colpo stritolò il braccio; tribolava due giorni, e poi chiuse gli occhi alla vita, non infelice affatto perchè morì nella speranza, che Roma la potesse sgarare contro i Francesi; altri sei artiglieri morirono a un tratto per colpa di una palla, che imboccò dentro la cannoniera; anco il buon Ludovico Calandrelli percosso nel petto da un frammento di ruota ebbe a cessare le difese; chi lo vide mi dice, che portò lungamente la parte lesa nera più che carbone. Il Garibaldi considerando come cotesto Bastione armato di pezzi da campagna mentre al nemico non arrecava danno era causa di lutti deplorabili ordinò lo disarmassero; ed anco dalla Villa Savorelli gli toccava a sloggiare; ormai l'avevano tolta di mira, che non meno di 80 a 90 bombe al dì ci cascavano dintorno; una entrò in camera al Manara mentre stava facendo colazione, e tu pensa se sobbissassero soffitte, pavimento, porte, e finestre, un'altra fra i cavalli nella stalla di casa e non ne uccise veruno; invece un'altra caduta nella casa attigua ne ammazzò due; con questa pioggia di bombe pure bastava il cuore al Garibaldi di tenere lì dentro la villa un barile di polvere; nè per questo ei faceva le viste di andarsene; il giorno seguente le bombe caddero nella stanza dei segretari e ci appiccarono il fuoco, la prossima casa sfasciarono, e il Garibaldi non si decideva; alla fine gli misero in frantumi la torretta, e allora gli fu mestieri ricoverare altrove. Nè vo' tacere come un'altra bomba ruinata fra i galeotti i quali lavoravano alle trincee in un colpo ne ammazzasse sei; di sessanta ormai si trovavano ridotti a quaranta quando supplicarono il Generale gli avventurasse agli estremi pericoli, e premio di tanto fosse la morte onorata, o la colpa espiata, ed ei rispose loro sperassero, intanto continuassero a chiarire il mondo come nocenti cittadini fossero stati contro il prossimo, ma della Patria figli pur sempre: tutti si comportarono da valorosi, taluno da eroe, ed ecco come. Al Garibaldi, che certo giorno visitava le opere condotte da questi sciagurati, uno di essi parlò e disse: «posso io discorrervi?—Parlate.—Generale, perchè mo' ce lasciate là e' Francesi?» E gl'indicava il Casino dei Quattro venti; a cui il Generale sorridendo: «perchè non ci riesce a cacciarli via.—Ma scusate Generale se ce andiamo noi, loro non ci possono stare.—Qui appunto sta l'osso.—Scusate Generale questa difficoltà non ce la vedo, se me date quaranta omini di fegato, io ve caccio li Francesi da quel posto.» Ebbe il servo della pena i quaranta compagni, e andò diritto al palazzo Corsini pigliando per la porta e per lo mezzo del viale fiancheggiato da cipressi; appena i Francesi li scorgono con le infallibili carabine li fulminano, taluni cascano, altri riparano dietro ai cipressi, ma il condottiero di cotesta impresa non curante di loro procede imperturbato col suo moschetto sopra la spalla; il nemico riseconda la scarica, e per questa eziandio taluni ristanno per ferite, altri per paura, nè costui piega collo, solo passa la linea delle scolte nemiche, e solo arriva a piè del palazzo, dove per mostrare ai Romani, che dalle mura lo seguitavano trepidanti coll'occhio, come in lui non allignasse jattanza o se pure jattanza non superiore alla virtù si pose a sedere su la gradinata davanti all'uscio col fucile fra le gambe. Il Garibaldi acceso in volto eccitava i circostanti ad avventarsi con lui al soccorso dell'animoso; il forzato intanto poichè si fu rimasto tempo più, che bastevole per essere veduto così dagli amici come dai nemici, si leva in piedi, e con l'archibugio su la spalla ripassa la linea delle sentinelle francesi, e di bel nuovo per lo mezzo del viale s'incammina a Roma; ormai ne aveva trascorso più che un terzo quando una palla lo ferì nei reni, ed egli tracollando inforcò con la testa un cipresso dove finì la mal vissuta, ma ben conchiusa vita. Il Garibaldi a quella vista si picchiò del pugno su la fronte, e volto al cielo mormorava non so che parole; forse avrà invocato Dio; io però non lo guarentirei. Pochi giorni dopo successe un'altro caso, il quale dimostra come facile si apprenda in cuor di popolo l'agonia di gesti generosi, ed io lo racconto non solo per questo, ma altresì perchè si vergognino (se mai fosse possibile) coloro, che per essersi messi un dì al cimento per la Patria non rifinano mai di rinfacciarlo pretendendo di essere adesso mantenuti del danaro pubblico oziando nel Pritaneo, o di risucchiare eterne mignatte le tasche dei privati.
Certo Barabba, che tale hanno nome i facchini a Milano, avendo osservato come i Francesi lavorassero indefessi ad alzare un terrapieno dalla sinistra parte del Vascello, se ne andò in fretta ad avvisarne Giacomo Medici, il quale rispose breve: saperlo. Il Barabba incollerito ripiglia: «o perchè non s'impedisce?» E il Medici più aggrondato, che mai: «non si può.» Il Barabba sta cheto, e quinci partitosi si accorda con alquanti dei suoi compagni, gente pronta a mettersi in qualunque sbaraglio, e con essi esce dal Vascello; di celato si accosta ora nascondendosi dietro a un vaso di limoni, ed ora dietro una siepe al terrapieno; alla stregua, che sparisce lo spazio ai compagni viene manco il coraggio, sicchè all'ultimo resta solo, nè di ciò si accorge: solo pertanto arriva al terrapieno, e solo di un salto piomba giù fra i soldati gridando: «siete tutti morti!» I Francesi naturalmente temendo gli tenesse dietro grossa mano dei nostri, gittati via i badili, e le vanghe scappano via a pigliare i moschetti, per difendersi; ma il Barabba volgendo allora gli occhi per contare un po' con quanti moveva all'assalto, si scorge solo: pianse di rabbia, e per questa volta la fortuna risparmiando l'animoso gli concesse tornare salvo al Vascello, dove il Medici dopo avergli concesso le meritate lodi lo volle con una moneta ricompensare: il Barabba gli ficcò gli occhi addosso a squarcia sacco, ma il Medici pronto riparava la svista dicendo: «tienla per cambiarla in una medaglia.»
Molti i feriti da questo continuo grandinare di palle; fra i morti ricordansi il Lenzi tenente, Tavolacci, Marucci, Fedeli, pure tenenti, e il capitano Minuto.
Ora al Vascello; forte edifizio, con alcune case dintorno: di giorno lo difendeva il Medici con 150 soldati, cui nella notte rinforzavano ora con una mano di uomini di questo, ed ora di quell'altro corpo Unione, Finanzieri, Studenti, o legione Arcioni.—Avendo il Medici condotto una Trincea dal Vascello fin presso la casa Giacometti proprio di rincontro alle Trincee dei francesi, questi per levarsi cotesto pruno dagli occhi, che del continuo li molestava, si giovarono di una nebbia che sorse densissima nella notte del 21 Giugno, pensando cascare improvviso sopra i trentacinque uomini custodi della nostra Trincea e della casa: però tanto non seppero studiare il passo che intralciati dalle vigne non dessero la sveglia; onde il comandante dei nostri trentacinque ordinava, non fiatassero, sfolgorassero il nemico appena pestasse le canne stese oltre la porta un dieci passi, poi fuori a ributtarlo con la bajonetta; e così fecero; erano i Francesi due compagnie di granatieri del reggimento trentesimo sesto; scorate scapparono lasciando in terra morti il capitano, con altri dieci soldati; moribondo un sergente, con parecchi granatieri feriti. Per ora taccio del Vascello, ci tornerò in breve; intanto si sappia che il Medici lo difende sempre, e che i Francesi sfogando sopra quello la soldatesca rabbia lo hanno lacero in modo, che se si regge ancora pare miracolo.—
Fra le dolenti mi occorre narrare adesso dolentissima storia; correva la notte del 21 al 22 fosca per fitti nuvoli, e piovigginosa: anco dai più imperiti si comprendeva essere mestieri raddoppiare vigilanza, e di vero si raddoppiò, perchè temendo l'assalto appunto dalla parte donde venne furono mandate per tempissimo nel pomeriggio del 21 sei compagnie del Battaglione della Unione a presidiare il luogo; quivi erano state fatte tre Breccie facili a salirsi, se non che i nostri vi avevano a poca distanza scavato una fossa, e riempitala di materie infiammabili, che avrebbero dovuto scoppiare appena fossero comparsi i Francesi, la quale opera avevano confidata a certo ingegnere prussiano, e a lavoranti stranieri. Delle sei compagnie tre ne posero a custodia del Bastione secondo, una dietro la Breccia della Cortina, due di presidio al Bastione terzo: anco due sentinelle furono collocate su i palchi rimasti ritti ai fianchi del Bastione secondo, e sei altre su l'alto della Breccia dietro a macerie di sassi; venne loro ordinato: «stessero vigili, appena udissero rumore gridassero: all'armi! meglio spaventarsi indarno, che rimanere sorpresi.» E poichè lì presso sorgeva un folto canneto ebbero avvertenza di metterci un'uffiziale con quattro soldati con ripetuto comando, che al menomo stormire di gente incendiassero il canneto; furono eziandio disposti due punti di ritirata; diligenze pari adoperaronsi al Bastione terzo; anzi ammoniti gli ufficiali a volere persuadere i soldati a vegliare tutti, questi senza attendere domanda con gran voce esclamarono: «noi veglieremo, e faremo tenere desti i compagni.—Al Bastione quarto si raccomandò conservassero a qualunque costo la casa vicina per avere adito di ripigliare ad ogni sinistro la breccia, e siccome pareva, ed era il presidio debole fu sollecitato il maggiore Cenni a rinforzarlo.—Per non mancare poi alla più minuta diligenza, che l'arte della guerra suggerisce al Bastione secondo venne deputato a soprastare l'ufficiale di stato maggiore Capitano Stagnetti; al Bastione quarto il capitano Caroni.
E malgrado tuttociò verso le ore undici di notte un aiutante del maggiore Delaj comandante le sei compagnie della Unione, arrivava tutto smarrito a riportare al Generale Garibaldi come i Francesi senza colpo ferire avessero preso le tre breccie.—Quello che il Garibaldi in cotesta occasione facesse e dicesse mi occorre scritto nelle memorie di tale che ci si trovò, presente: «verso la mezzanotte il Generale scese taciturno, e torvo, Manara scriveva; incontrato il centurione Zannucchi il Garibaldi gli domandò:—che ci è di nuovo?—Generale i Francesi hanno superato la breccia.—Gli hai tu veduti?—Non vi state a confondere pur troppo ci sono.—Allora mosse frettoloso quattro passi o sei per uscire, poi di un tratto si volse a me dicendo:—chi sa, che cosa hanno mai veduto! Avete pronta la vostra gente? Mandate un'uomo capace a scoprire.—Io vi mandai il sergente Marcheselli mantovano, e al tempo stesso schierai la coorte; di un tratto il Generale senza aspettare l'arrivo del Marcheselli mi ordina seguirlo coi miei soldati; così camminammo un pezzo, quando fummo prossimi alla breccia a tramontana levante della Villa Spada, mi disse: «voi andate per di lì, e mi additava un sentiero verso la breccia, egli poi avendo incontrato il maggior Leggiero si avviò con quello verso porta San Pancrazio, ma non fornirono insieme il cammino perchè indi a breve il maggiore ferito malamente in un piede non potè più andare.—Io proseguii, e mutati appena duegento passi una voce si fece sentire che domandò: êtes-vous français? Ed io senza gingillare ai miei: «fuoco!» Cotesta risolutezza ci salvò, perchè ne surse un diavolìo di moschettate da altre parti, e noi potemmo non curati salvarci senza morti, come senza ferite.»
Nè al Garibaldi solo parve incredibile il fatto, ma alla più parte dei suoi, segnatamente a quella anima virtuosa di virtù antica Ugo Bassi.—Adesso del Bassi veruno parla come pur si dovrebbe: troppi morti ci domandano ricordo e compianto, e poichè tutti in affetto sono pari così non si distinguono, e non si possono distinguere: ma il Tempo agita continuo il ventilabro, e lo sceveramento si opera necessario; più tardi verrà chi di lui amoroso ricerchi, ed arguto ragioni: singolare miscela fu di due nature non pure diverse ma contrarie, ora avvampante, ora riserbato e freddo, tra pochi timido, male e scarso favellatore; tra molti turbine di parole, e temerario; quando sentiva strepito di cannone, o di moschetti non si poteva tenere, e gli era forza avventarsi là in mezzo al fumo, e al fuoco senza nè manco sapere, che cosa ci andasse a fare: che cosa lo reggesse davvero non si sapeva, poco si nudriva, meno beveva, di rado lo visitava il sonno: sottile e pallido e tuttavia infaticabile, e di nervi gagliardo. Quando sovveniva qualche caduto poteva scoppiargli una bomba accanto non che ci si fosse mosso, non l'avrebbe nè anco sentita. Certo dì cavalcando in compagnia del Garibaldi casca vicino a loro una bomba; potevano sottrarsi al pericolo con la fuga, ma il prode uomo non ci pensa nemmeno; in un'attimo è sceso, strappa la spoletta, la spenge, ed impedisce, che scoppiando danneggi altrui e sè. Il Garibaldi frugatosi nelle tasche ne cavò un baiocco e sorridendo gli disse: «piglia, questa è la decorazione, che sola può darti il capitano del popolo.» In questa notte pertanto il Bassi facendosi a trovare il medico del Generale tutto affannoso gli diceva: «O Ripari mio; i Francesi hanno preso la breccia; possibile mai! Io non ci credo. Bisogna saperlo di certo.—E come possiamo fare? Rispondeva il Dottore.—Andare noi stessi a vedere.—Questo non si può, troppo lunga è la strada, pioviscola, e sul cammino si sdrucciola.— Vieni, ma vieni, fammi la carità, non mi mancare amico.» E il Ripari, che mai non seppe negare siffatte voglie allo amico andava con lui.—Le mura si vedovano per l'aere fosco a cagione della linea anco più nera, che disegnavano in quello; di un tratto la mirano spezzata, con molta cura accostansi, ma non rinvengono persona, che occupasse lo spazio vuoto; proseguirono fino alla seconda cinta, e qui notarono incoronate le macerie di punte. «Eccoli lì, parlava sommesso il Ripari, coteste le sono baionette. E il Bassi,—non si può negare, ma come ci chiariremo se le sono nostre o piuttosto nemiche? Aspetta mo', che ti chiarisco io, riprese il Ripari; poi a voce alta gridò: «chi va là?» Dalla trincera con accento strano risposero: «amizi, amizi.» Nè di tanto pago il Ripari da capo esclama: «avanti!» E la medesima voce di rimando: «non puole, non puole.» «Ti basta?» Il Bassi strinse la mano al Ripari come convulso, e questi lo persuase a gettarsi seco nelle vie coperte praticate dai nostri lungo le mura per iscampare ad imminentissima morte.—
La breccia era presa: ora come mai avvenne questo? Corse subito il grido di tradimento, e tuttavia dura, però importa considerare come quante volte simili sorprese succedono, la voce di tradimento venga a galla sempre, e la cosa ci sia di rado: qui dissero, che un'ufficiale corso calatosi dalle mura andasse ad informare i Francesi, che lì presso alla breccia occorreva un antico acquedotto, e per questo i Francesi inoltrandosi sicuri, e d'improvviso apparissero sopra la breccia come usciti di sotto terra, e non fu vero: di acquedotto non si rinvenne traccia, nè ai Francesi faceva mestieri di fuggitivi, che gli ragguagliassero; come altrove accennai, molte lettere arrivavano loro pel Tevere chiuse in boccie vuote, e quasi queste non bastassero col favore dei preti entravano ufficiali francesi ad ogni momento per ispiare lo stato delle difese: fantasticarono altresì, che l'ingegnere prussiano co' suoi lavoranti invece d'incendiare le mine praticate nelle vie coperte se la intendesse co' Francesi e loro consegnasse per pecunia le vie dond'essi sbucarono: ed anco questo sembra falso; vero questo altro: che i Francesi cadutigli addosso repentini, lui, e i suoi menassero prigioni: non mancarono attribuirne la colpa al maggiore Delaj, ed anco si ventilò se avesse a sottoporsi a Consiglio di guerra, ma poi si lasciò correre. Per chi costuma leggere storie conosce come non ci abbia diligenza per accurata che sia, che il nemico solerte non arrivi a vincere. Nella vita di Arato il Plutarco egregiamente racconta il modo col quale cotesto eroe penetrava in Sicione malgrado l'abbaiare dei cani, e il continuo aggirarsi delle guardie, sicchè la scalata accadde per lo appunto dopo il passo di due di loro, strepitose per campanelli agitati, e schiarite da molte fiaccole. Narrando io di Andrea Doria ricordai come questi, il quale sapendosi in odio a Francesco I, e il nemico quasi in casa, stando pure su l'avvisato la sgarò di un pelo di cascare in mano ai Francesi, che con notturna scorreria assaltarono Fassuolo, e non la scampava se per ventura taluni soldati non avessero preferito al sonno il giocare a carte: e se la fama porge il vero quando il generale Lamarmora s'impadronì nel 1849 di Genova trovò le guardie messe a difendere la Lanterna le quali senza un pensiero del nemico su le porte si sollazzavano parimente con le carte.—Posto da parte l'ultimo esempio, se le altre due sorprese compironsi a danno di uomini vecchi, sospettosi, e guardinghi che stavano a buona guardia, tanto più agevolmente poterono condursi a termine in questa occasione in cui forza è pur dirlo, le provvisioni furono o fatte male, od omesse, parte per difetto di facoltà, e parte per imperizia: abbondavano nei nostri impeto, e ardire, ma di pazienza non volevano saperne; soprattutto la disciplina avevano in uggia, è mancando questa all'ultimo le imprese riescono sempre a male: poi come succede ognuno saltava su a dire la sua, nè solo la diceva ma pretendeva si eseguisse, e se inesaudito empiva la città di querimonie e di sospetti; il corpo degl'ingegneri nostri eccellentissimo di peregrini ingegni, ma imperito nelle opere militari, quello dei Francesi all'incontro superiore a molti, secondo a veruno, ed il suo capo Vaillant celeberrimo per meritata fama. Anco il nostro ministro della guerra, ch'era quel prode uomo che il mondo conosce, Avezzana, sapeva di barricate, non d'ingegneria militare per difendere piazze, e mentre a quelle dava opera premurosa ed inefficace, di queste poco si prendeva pensiero. Del Garibaldi parmi senza esitanza potersi affermare, che a lui non si confanno i modi dello star chiuso a difendere mura; egli ama i campi aperti, le selve, i monti; secondo il suo genio i colpi arditi, lo avvolgersi impenetrabile, lo avventarsi prodigioso come di aquila, che piombi giù dalla rupe.—Rosselli per indole, per istudi, tutto diverso a lui, egli ricercatore di teorie, e a quelle ossequente minuzioso. A comandare troppi, troppi pochi a obbedire: forse anco un po' di screzio si era intromesso fra i capi; i continui sforzi non allietati mai dalla vittoria, e la certezza di avere pure a cedere il primitivo ardore in parecchi più speculativi avrà sboglientito di certo, e chi altramente si avvisa non conosce o non vuole conoscere il cuore dell'uomo; nè il Garibaldi lo dissimula nelle memorie che mi manda, dove trovo queste parole notabili; «i corpi ormai andavano privi dei migliori ufficiali e soldati: anco fra quelli che prima si erano comportati mirabilmente, adesso che vedevano le cose incamminarsi a male, si manifestava una tal quale reluttanza, ed anco, se vuoi, resistenza, massime tra gli ufficiali che ormai tendevano ad acconciarsi con la restaurazione del Papa: resistenza, che era ad un punto causa di continui imbarazzi, e preludio di quasi certa rovina.»
Tali, con breve sermone io lo esporrò, l'apparecchio, e l'assalto dei Francesi: allestirono dodici compagnie della seconda divisione, e sei divise in tre colonne preposero all'assalto delle brecce: ad ognuna di queste assegnarono centottanta tra zappatori, e lavoranti perchè rimovessero gl'impacci, e con gabbionate costruissero subitanei ripari; le altre sei alla riserva: ancora due battaglioni della guardia della trincea al bisogno dovevano soccorrere la riserva; soprattutto badassero a impedire che i nostri sortendo da Porta San Pancrazio circuissero gli assalitori alle spalle. Tutta la prima divisione in arme nelle ville Pamfili, e Corsini in procinto di accorrere alla riscossa là dove se ne fosse manifestato il bisogno.—Con accorgimento vieto di guerra, e tuttavia sempre efficace i Francesi dissimularono il vero assalto con due finti alle mura di Porta San Paolo, e ai monti Parioli in vicinanza della villa Borghese adoperandoci cinque battaglioni, e artiglierie a macca, le quali diluviarono bombe, granate, e di ogni maniera arnesi di distruzione sopra la più bella parte di Roma. Alle undici di notte dava il segnale dello assalto il colonnello Niel, i Francesi procedendo cauti, ed ordinati, colgono i Prussiani nella via coperta, e presili a man salva, impediscono la strage che avrebbero menato le allestite mine se fossero state accese; una sentinella sola porse avviso, ma tardi, o per sua negligenza, o per mirabile celerità del nemico, che davvero parve ai nostri trasognati balzasse fuori di sotto terra; la paura (che paura fu) s'impadronì dei soldati della Unione, i quali ripiegaronsi, scaricate le armi a tumulto, sopra le due case, nè li ristettero, anzi dando indietro alla dirotta, travolsero nella turpe fuga i difensori di quelle, e gli altri, che dovevano tener fermo alla cortina.—Il tenente colonnello Rossi preposto alla difesa della seconda linea non si potendo dar pace per cotesto inopinato rovescio, e reputandolo uno dei soliti spaventi senza causa andò a speculare per lo quale inoltratosi fino in mezzo ai nemici che lo lasciarono avanzare cadde prigioniero.