Se la fuga vergognosa arrugginisse il cuore del Garibaldi pensi chi legge, molto più, che egli aveva dichiarato, come il Palafox a Sarragozza, volere difendere le breccie col coltello mostrando la faccia alla fortuna; chiamato pertanto il Sacchi gli comanda tolga seco due compagnie, e corra a ripigliare ad ogni costo il Bastione: «scelti, scrive il Sacchi (il quale si compiacque anch'egli sovvenirmi in questo lavoro) la terza, e la quinta centuria entrambi comandate da due ufficiali di Montevideo: ricordo il nome di uno ch'era Cuccelli; ho dimenticato l'altro, ma si diceva Corso; si spinsero innanzi con maraviglioso ardimento, ma giunte forse venti passi discosto dal nemico un fuoco micidialissimo le decimò: ciononostante gli ufficiali animosi s'ingegnano spingere i soldati contro i Francesi, i quali se ne stavano al coperto dentro ad un fosso scavato dai nostri a danno loro dirimpetto alla breccia, e che adesso li protegge a danno nostro: alla prima scarica successe un grandinare di palle dal ciglione esterno del bastione occupato del pari dai Francesi: per colmo di sventura un colpo di mitraglia diretto contro i nemici investe i miei poveri soldati, i quali laceri da due fuochi si scompigliano e cedono dopo avere dato prove di valore disperato.»

Quivi morì Sampieri giovane vicentino, bello di corpo e di animo bellissimo, il quale non si sapendo trattenere saltò nel fosso e rimase sopra le baionette francesi trafitto; altri giacquero spenti sul ciglione, sicchè alla dimane i nostri ci raccolsero ben ventidue cadaveri; tra questi Quirino Bernardini sergente nella prima centuria della legione italiana: a questo prode giovane sembrando possedere virtù pari a coloro, che innanzi a lui erano stati promossi (e certamente l'avea), tenne che ciò accadesse non per colpa degli uomini, bensì per malignità della fortuna, la quale gl'impediva illustrarsi con qualche generoso fatto, onde deliberato di mettersi allo sbaraglio nella prima occasione, depose il suo testamento in mano amica, e poi cercò il destro di condurre a fine il suo proposito, per la quale cosa comecchè non chiamato volle spontaneo far parte della gente del Sacchi commessa a cacciare via i Francesi dalla breccia; andò, combattè come uomo che ormai si era votato alla Patria: per ferite non si rimase, finchè alito gli durò percosse, e fu percosso; coll'ultimo colpo abbandonò la vita, spettacolo di orrore, e di stupore ai suoi medesimi nemici.

Già accennai come in quella notte nefasta andasse perduta la villa Barberini; alla difesa di lei fu un tempo preposto Carlo Gorini; quinci egli doveva custodire la breccia, e tenne lo impegno disperdendo a suono di archibugiate il nemico ovvero lanciando granate a mano in mezzo di lui.

Il Cadolini ch'era dei soldati del Gorini ci narra perigliosissimo il compito loro, imperciocchè avendo a vigilare scoperti al lato della breccia di frequente andassero feriti dai frantumi, che schizzavano dai sassi percossi dalle palle nemiche. Mi parrebbe mancare al mio debito se tacessi quali nella massima parte fossero i soldati di Roma, e qual genio gli animasse: giovani illustri, delle più inclite famiglie italiane, pieni di grandezza l'anima, come di valore nel braccio; e tuttavia la gente turpe, che altrove e in Francia, ma più in Francia, che altrove, fa mercato di sè ardì infamarla; però che il costume di tempi perdutissimi insegni accusare altrui per nascondere il delitto proprio; ma di ciò basti, ed è troppo. Tali e siffatti i pensieri di quei giovani soldati: «quelle ore (scrive nelle sue note il buon Cadolini che stese a posta per me) di servizio notturno erano le più solenni per noi. Dalla cima dei bastioni del Gianicolo donde si vedeva da un lato torreggiare il Vaticano, da un altro distendersi la campagna romana, e finalmente la valle del Tevere, le immagini più sublimi venivano ad affollarsi alla nostra giovane mente. Roma cuna della civiltà antica, e sede della più estesa, e più durevole potenza a cui sieno giunti i popoli del mondo. Dove più che in Roma esempi immortali di glorie militari, e di virtù cittadine? E se di Roma antica porgono testimonianza il Gianicolo campo un tempo delle contese dei vetusti abitatori dell'agro romano, e delle guerre dei Vejenti, il Tevere, i Sette colli, il Panteon di Agrippa, la mole Adriana, e gli altri innumeri non meno che stupendi monumenti, Roma moderna attesta, sopra ogni altro edificio, la basilica Vaticana, prova di quanto potè il Papato, e tuttavia possa il cattolicesimo ora fatto ostacolo in mezzo alla via al cammino della Libertà. Questo spettacolo, che la luna illuminando co' pallidi raggi rendeva più solenne sublimava il nostro intelletto facendolo capace dell'altezza sopra umana del mandato impostoci dalla Provvidenza di rigenerare un popolo caduto, e che tanta parte ritenne della divinità; sicchè sovente meditavamo fra noi: quì per noi hassi a calpestare il nido delle vipere che attossicano la umanità; quì per noi deve rifiorire l'antica libertà; quì al cospetto degli spiriti magni ci corre il debito di mostrarci non al tutto degeneri da loro: anima e corpo dobbiamo intendere perchè la storia di questi colli aggiunga ai molti passati qualche odierno gesto degno dei grandi propositi di cui ci lasciarono gli antichi padri esempi immortali.»

Certo di questa maniera concetti non mulinano nel capo delle macchine tirate su a suono di raspa dalla obbedienza cieca, e passiva: e ci somministra argomento di riso la gagliofferia di coloro, che mentre imbestiano l'uomo più delle bestie pretendono poi che per la Patria dieno il sangue, e la vita; arrogi di rincalzo, che la Patria per questi non si deve capire come la comprendiamo noi, bensì Patria ha da essere un'uomo, che spesso la vera Patria strazia, e sempre la risucchia, togliendo per sè solo quello che diviso basterebbe a quattromila famiglie: nè quì finisce, chè la ricchezza smodata come corrompe chi la gode così è causa che altri si corrompa: ed invano il consorzio umano si affatica sanarsi, finchè gli duri perenne il fradicio in corpo. Perdonsi a tagliuzzare le fronde, e aborrono capire, che con l'accetta si vogliono dare colpi a due mani nel ceppo.

Certo i luoghi esercitano virtù grande su le menti, nè l'uomo può mostrarsi vile a Maratona, o a Roma; e credo anch'io che dalla terra, e dall'aria romane venisse un senso, che valse a mutare pochi giovani imperiti di milizia in eroi prestanti a resistere alla forza materiale di eserciti meglio agguerriti del mondo; i quali tanto più fieno argomento di eterna maraviglia quando tu pensi, che speranza di vincere ormai più non avevano; di aiuti dagli amici di Francia erano sfidati; come se non bastasse la Francia stavano lì pronte a sovvenirla le monarchie di Austria, di Napoli, e di Spagna; e tuttavia essi si mantennero uniti allo scopo di chiarire i posteri come i presenti che dove la Libertà è il retaggio, che il popolo difende, la impresa può annegare nel sangue, nella viltà non mai.

Alla gente del Gorini richiamata dentro Roma la mattina del 21 surrogarono alcune compagnie di soldati di linea; perdute le breccie verso la mezzanotte di nuovo la spingevano verso la porta di San Pancrazio; le ordinavano presidiasse la villa Spada e la difendesse; potendo ripigliasse la villa Barberina, ma prima ne aspettasse il comando: non se lo fece dire due volte, e appena giunta incominciò a fioccare moschettate alla dirotta contro i Francesi annidiati nella villa Barberina: quando appena si fu messa un po' di luce la gente domandava con alti gridi la conducessero allo assalto; ella vedeva pur troppo, che dal riacquisto di coteste linee pendevano la vita o la morte di Roma, ma l'ordine di moversi non venne: intanto il nemico ultimò le sue opere di difesa, e i nostri in cotesta avvisaglia senza costrutto andavano stremandosi con danno irreparabile.—

Le storie delle battaglie vanno piene di singolari presentimenti palesati intorno alla propria morte da coloro, che in effetto perirono; forse ciò avviene perchè quando la morte presagita tiene dietro al presagio la gente ne serba conto, mentre in caso diverso passa inavvertito, o ne omette il ricordo; tuttavia confesso, che vi hanno successi nel mondo dei quali è difficile per non dire impossibile rendere ragione: adesso vuolsi sapere come certo Giuseppe Magni da Milano sergente parlando in quel giorno della battaglia del 3 giugno ebbe a notare: «cotesto fu il dì dei caporali (e di vero assai ne morirono allora) oggi viene quello dei sergenti, ed io sarò tra i morti,» e così accadde: dopo non bene un quarto di ora colpito di palla nella fronte periva; indi a breve pari sorte toccava a Carlo Ramesi: tale ugualmente auspicava di sè un Vigoni di Pavia, che incamminandosi verso Roma diceva ai compagni: «là una delle prime palle mi aspetta;» e come disse avvenne.

Tardi e in mal punto davano alla gente del Gorini l'ordine dello assalto alla villa Barberina; erano le dieci del giorno ventidue di giugno: notava il Gorini con centosessanta uomini, (che tanti sommavano i suoi la più parte studenti lombardi) si poteva combattere non vincere; lo assicurarono andasse senza sospetto, altra gente sarebbe mossa a rincalzarlo: di ciò non dubitando il Gorini co' suoi si pose per calli dirotti, e segreti, onde trafelando giunsero alla distanza di cinquanta forse passi dalla Villa. Il Gorini ordina di abbassare le punte delle baionette, e primo si avventa. Perchè primo si avventa l'animoso, pure accennando con la mano ai compagni si tengano lontano? Egli quando per lo addietro presidiò cotesta villa erasi industriato praticarvi fornelli e mine caso mai l'avesse dovuta abbandonare, adesso nello accostarcisi notando, com'ella apparisse deserta dubitò i Francesi non usassero a danno suo, e dei suoi gli ammanniti eccidi: quanto a sè non gli premeva, dei compagni sì: saliva pertanto solo la scala esterna, che mena su la terrazza; quinci scese nel cortile; di lì penetrava nel piano terreno, dove riscontrò che i Francesi avevano omesso di caricare le mine; di tanto sicuro tornava sopra la terrazza per confortare i suoi ad occupare senz'altro indugio la villa, dacchè i Francesi da certe trincee condotte lì accosto durante la notte li bersagliassero a man salva; si appressano, e cominciano a salire a rilento per non mostrare, che lo facessero per voglia di schermirsi dietro ai muri, quando appena sette ne sono saliti ad un tratto la villa si converte in Mongibello, fuoco dalle cantine, fuoco dalle feritoie durante la notte praticate nei muri, fuoco finalmente prorompe dai piani superiori: come per virtù d'incantesimo ingombra in un'attimo la terrazza di Francesi; ristettero gli altri presi da stupore piuttostochè da spavento; incominciò una pugna terribile fra i nostri sette sopra la terrazza e lo universo sforzo dei Francesi, che nascosti nei penetrali della villa mano a mano sbucavano fuori. Non iscrivo jattanze, ma verità mi costringe a dire, che se i Francesi avessero avuto più cuore avrebbero trucidato i sette, e circuito gli altri da pigliarli prigioni quanti erano; la ferocia dei nostri al tutto decisi di morire li sbigottì, onde i Francesi vibravano appena il colpo della baionetta, e fuggivano, sicchè male assestato poco feriva: ciò spiega come Girolamo Indunio, di cui tenni altrove proposito, malgrado, che in questo scontro riportasse ben venticinque colpi di baionetta nel corpo, nondimanco andò salvo, veruno di cotesti essendo mortale, e gli concedessero perfino balìa di lasciarsi andare giù dalla terrazza alta tre metri, dove i nostri lo raccolsero tutto sangue. Il Gorini già ferito di palla nel braccio, e di baionetta nella coscia considerato lo assalto fuori di speranza di riuscita, nè si vedendo da veruna parte sovvenuto pensava a ritirarsi meno lacero, che per lui si potesse, quando sdrucciolando sul sangue rotola giù per la scala a capo fitto con risico di spaccarsi il cranio; nel duro picchio, o piuttosto nei molti cozzi gli si ruppe la sciabola di cui, anco dopo la caduta agitava convulso il troncone quasi in testimonio, che i nemici venti volte superiori non fossero riusciti a disarmarlo. Il Cadolini si trovò fra i sette, ed ebbe la sua ferita di baionetta nel braccio; i calci di fucile non si contano; poi giù anch'egli a rotoli per le scale: tuttavia ne uscì a salvamento ed oggi lo vediamo nella Camera dei Deputati rappresentante, certo industre, e soprattutto onestissimo, ma che pure io vorrei esercitasse il suo ingegno in cosa molto più confacente alla indole, ed al talento di lui. Con esso, ma con più rea fortuna rimase ferito Bartolommeo Ramesi giovane lombardo appena diciottenne, il quale comecchè di animo mitissimo, ed aborrente dal sangue pure si trovò ravvolto in cotesta terribile mischia, nè già fortuito, ma sì pensatamente, e spontaneo tanto prevalevano in lui la coscienza del dovere, e lo studio dell'onore. Impallidì, ma fu dei primi a salire, tremò ma dal fianco del suo Capitano non si rimosse mai; ferito nel capo rimase; caduto di un'altro colpo in prossimità del cuore lo rilevarono i suoi. Cotesto giovane dabbene per candore di mente, costumi austeri, dottrina, ingegno, e per altre doti bellissime sarebbe stato una cara gioia della Italia, e di tanto più cara, quanto oggimai di rado ella se ne ingemma; sventura fu che egli quindici giorni dopo perisse. Gli conceda Dio nei cieli la mercede, che meritò in terra, e gli uomini forse non gli avrebbono dato.

Narra donna Marianna contessa Antonini di Udine come preposta da Malvina Gostabili di Ferrara alla cura dell'ospedale di San Giacomo in Corso essendovisi recata sul principiare del luglio insieme con la degnissima socera, appena entrata il Capitano Bagni di Ferrara, che là dentro giaceva percosso nel capo, accennandole un letto vicino così le disse: «il povero Venezian poco fa è morto!» Chi era il Venezian? A noi corre triplice l'obbligo di favellare di lui onde ne venga gloria ed infamia a chi la merita. Giacomo Venezian nacque a Trieste di stirpe ebrea, penultimo dei suoi fratelli mercanti, egli solo si compiacque di studi; dopo alternati i libri con la spada (chè quante volte la Patria chiese sangue, sangue le offerse) tolse a Pisa la laurea di dottore; tornò su i campi di battaglia cacciatore delle Alpi; non si avvilì per Novara, anzi riarsero in lui l'ardimento, e la speranza; recatosi a Roma combattè come uomo, che abbia fede stieno a contemplarlo gli eroi onde la Italia si mantiene maraviglia, e spavento. Dei soldati del Gorini, mentre egli si aggira per le stanze della villa Spada in traccia di uno amico smarrito ebbe da palla nemica traversato il polmone: morì il due luglio dopo lunga, e dolorosa agonia. La madre, udito il caso, accorse frettolosa, ma lo trovò cadavere, indi a breve tribolando seguiva nel sepolcro il figliuolo. Gli amici davano al cadavere del giovane egregio sepoltura onorata nel cimitero isdraelitico presso il Circo massimo, in prospetto al palazzo dei Cesari, e gli ponevano lapide funeraria in testimonio di pietà: non patì che la lapide durasse il Papa tornato a Roma: anco ai morti fu dichiarata la guerra, nè solo il Papa, ma bensì anco i Francesi, incliti banditori di civiltà nel mondo com'essi dicono imperturbati, nulla curando il sibilo che loro mena dietro la gente. Il Venezian non fu solo da Trieste che pugnando cadeva per Roma, e le cause che ci persuasero a fare di lui peculiare ricordo sono queste. Dalmati, ed Istriani in tanto solenne occasione vennero anch'essi a sigillare col sangue il patto di famiglia, che lega tutti gl'Italiani intorno a Roma come le verghe intorno alla scure; nè il Venezian solo fra gli ebrei diede la vita per la Italia, più che con parole insegnando ai suoi correligionari con lo esempio a rompere anch'essi il giogo di ferro delle credenze salvatiche, che li tiranneggia; tutti figli di Dio suona empietà la prosunzione di reputarsi popolo eletto. Gerusalemme agli uomini ha da essere la terra dove nacquero, goderono, soffersero, e li nudrisce, e gli ha da accogliere estinti, e le ossa dei padri nostri nel suo grembo conserva; e per ultimo odio di prete, è odio immortale, che non perdona; tra gli uomini solo va rovistando i sepolcri il sacerdote, tra le bestie la jena, la codardissima delle bestie feroci.