Un Casati di Milano anch'egli (vaghezza lo traesse od affetto) si attentò penetrare per le sale della Villa, nè fu più riveduto dai nostri: senz'altro i Francesi gli saranno cascati addosso in cento, e gli avranno bevuto il sangue. Avventuroso su tutti il Vismara popolano milanese, non pure perchè scampava la vita, ma troppo più perchè la fortuna gli concesse vendicare ampiamente i suoi fratelli caduti; egli invece di salire su la terrazza, girata intorno la casa, s'imbattè nella porta principale; comecchè fosse chiusa co' suoi ingegni l'aperse, e quinci procedendo cauto fece capo ad una stalla vastissima dove maravigliando si accorse starsi nelle mangiatoie appiattati tanti Francesi: uomo avventato egli era e feroce anzichè no; onde posto mano al ferro, menò in un baleno fiera strage intorno a sè; usciva poi esultante in cuore ed illeso; in seguito lo rividero rappezzare ciabatte a Genova; più tardi combattere a San Fermo dove cadde per grave ferita sul campo. Là dove giacque morì, ovvero si rilevava? Se sopravvisse in qual parte si trova? Come tira innanzi i suoi giorni? Il popolo non ha storia individuale; egli è ente solo, continuo, di tutti i secoli, e la sua storia racconta lo infaticato progredire verso il perfezionamento; l'orma di un suo passo si chiama Cristo, di un'altro Stampa, del terzo Elettrico, e via via finchè si riposi nel tempio della fratellanza umana.

L'eroe di cotesta giornata fu il Gorini, che sollevato da terra, tutto pesto, con due ferite pure esclamava: «nulla, nulla, appena sono ferito, coraggio!» e da tanto che ell'erano lievi due mesi penò a guarire nè si riebbe mai: visse esule un tempo rigido, e intemerato; rinnovatasi la guerra combattè a Varese, e a S. Fermo; nello esercito italiano ebbe grado di maggiore: io lo conobbi deputato al Parlamento italiano; pallido di faccia, di sembianze severe, e pure belle; non rideva mai; parlava raro, e risoluto, anzi tagliente: mi pareva consacrato a morte precoce, e non ha guari noi lo perdemmo, e con noi l'Italia si lamenta vedovata di uno dei suoi più nobili figliuoli.

Ora vuolsi da noi rammentare un caso, che bene potevamo a prezzo di sangue desiderare non fosse accaduto, ma che la religione della storia c'impedisce tacere. Il Generale Garibaldi ai Generali Rosselli, ed Avezzana, i quali alla nuova di tanto disastro accorsi sui luoghi gli offersero un reggimento intero di rinforzo, promise all'alba si sarebbe messo allo sbaraglio per rincacciare i Francesi dalle breccie; e non lo fece, invano la campana del Campidoglio sonava a stormo, e il popolo traeva a frotte inferocito, ei non si mosse; promise da capo assalirebbe nel pomeriggio alle cinque, e nè manco attenne il patto. Di questo si dolse amaramente il Mazzini scrivendo al Manara, e diceva: «avere l'anima ricolma di amarezza… tanto valore, tanto eroismo perduti!» Reputava, se gli assalti fossero stati impresi, sarebbero riusciti a buon fine, e faceva «giuramento, che il Manara intorno al Rosselli calunniato da molte parti, e i buoni dello stato maggiore pensavano com'egli stesso pensava» per ultimo conchiudeva: «a me rimarrà la sterile soddisfazione di non apporre il mio nome a capitolazioni, che io prevedo infallibili. Ma che importa di me? Importa di Roma, e d'Italia.» Luigi Carlo Farini nella storia dello stato Romano ci narra come le insolite cuntazioni del Garibaldi, derivassero dal continuo aizzarlo, che faceva lo Sterbini, perchè costringesse il Governo a commettergli la dittatura, proponendosi poi lasciarne al Garibaldi il nome, e per sè pigliarne il potere ed aggiunge altresì, che lo Sterbini andava menandone rumore per Roma, e già la plebe si commoveva, quando un giovane gli occorse minaccioso increpandolo: «portasse le accuse in tribunale, non in piazza, smettesse gli scandali in coteste ore supreme,» e dacchè quegli non cessava, minacciandolo con l'arme lo pose in fuga. Nelle memorie del Garibaldi non trovo nè manco una parola sopra siffatto caso; e le note del Mazzini ne tacciono parimenti: tuttavia il fatto è vero, e l'uomo che minacciò lo Sterbini non era giovane, nè di buona fama: si chiamava Bezzi. Carlo Pisacane scrivendo delle Guerre d'Italia giudica, che le breccie arieno potuto ripigliarsi la notte, là dove le artiglierie romane invece di cominciare il fuoco alle 2 del mattino, avessero fulminato i Francesi subitochè vi furono saliti; tre ore bastarono al nemico per alzare ripari capaci a difenderlo; ed altresì censura il Garibaldi per l'assalto senza costrutto ordinato al Sacchi, e generalmente il modo da lui tenuto di avventurare sortite con sottili manipoli, confortando il suo giudizio col parere del Folard commentatore reputatissimo di Polibio, il quale ammaestra: «le sortite ove non mirino a grave intento, a nulla giovano, eccettochè a fare ammazzare gente senza pro…. le ritirate sollecite e tumultuarie del pari delle sortite; jattanze inani per poco di vantaggio ottenuto; la perdita della piazza affrettata atteso lo sperpero dei soldati più prestanti del presidio;» e sono parole di oro. Per somma ventura l'Hoffstetter solve ogni dubbio chiarendoci proprio come andò la faccenda. Il Generale Garibaldi fermo di assalire sul far del giorno le breccie comecchè ormai si vedessero in punto di essere difese dal nemico ordinava si ammannissero i necessari apparecchi; l'Hoffstetter condottosi a speculare le opere del nemico dalla casa del Bastione vide il nemico sceso con tre tronchi di parallela fino alla gola della tagliata e questa disporre alla difesa; coronata riconobbe pure la breccia di cortina, occupate tutte intorno le case, i lavori di zappa compiti; l'assalto laterale dalla parte del Vascello non sarebbe giunto nè manco a piè della breccia, pensate se avesse verosimiglianza di riuscire diretto; poteva tentarsi l'assalto sboccando dalla seconda linea, ma anco qui bisognava sostenere il fuoco terribile dal nemico schermito; noi scoperti a 200, o 250 passi: sette cannoni piantati nella villa Corsini ci avrebbero distrutto per fianco: finalmente la più parte dei nostri ormai rifinita, e disperata balenava: queste ed altre considerazioni espose l'Hoffstetter, al Garibaldi il quale sbadato appena lo ascoltava tenendo fisso lo sguardo sopra le breccie perdute; dopo lungo silenzio il Generale di un tratto esclamò: «lo vedo anch'io, non ci è più rimedio, ma se avessi meco la mia gente del 3 nessuno avrebbe potuto persuadermi.» Anco l'Avezzana tanto acceso da prima per assalire, all'ultimo, dato spesa al suo cervello convenne, che bisognava smetterne il pensiero. E se la mattina non fu creduto spediente assalire con milizia scorata, e con le breccie così alla lesta difese, peggio poi era da tentarsi la sera imperciocchè le milizie a quell'ora non avessero avuto causa da rinfrancare gli spiriti, e le difese del nemico fossero state con celerità pari alla molta perizia compite in formidabile maniera.

Anch'io bene ponderati i fatti giudico, che gli assalti con tanto ardore caldeggiati dal Mazzini ad altro non avrieno messo capo, eccetto che a sperpero lacrimabile di sangue umano; al Garibaldi nè allora nè mai venne meno il cuore, e penso, che quando egli diceva: «non ci è più rimedio,» potevano credergli senz'altro: non nego lo impeto, e se vuoi il furore del popolo romano di trarre in massa all'assalto, ma contro parapetti, e trincee irte di cannoni, e munite da bersaglieri schermiti, e nei tiri infallibili furore non rileva; ed io pur pensando, che sdrucio avrebbe fatto in cotesto popolo spesso una scarica di cannonate rabbrividisco. Il Mazzini confida troppo, anzi io conobbi a prova, che a lui piace esagerare le forze così morali come fisiche, ch'egli può allacciare pel compimento dei suoi disegni, nè ama cui lo chiarisce del vero; forse per la necessità del suo compito a lui importa credere, che quello che immagina sia: se ciò deva lodarsi o riprendersi mi passo da giudicare; solo mi stringo a dire, che piace a me metodo diverso, anzi contrario. Pertanto il popolo accorrente alle brecce non era forza; ma sì creature, che andavano al macello; dietro ai muri la faccenda sperimentiamo diversa, in campo aperto poi, massime in assalto di trincere di tutto punto munite, alle prime scariche di mitraglia il popolo spulezza: i Lombardi in Milano combattono e vincono gli Austriaci, a Granprè gli stessi Parigini davanti ai Prussiani scappano. Tuttavolta non mi è ignoto come screzi parecchi si fossero insinuati fra i capi, e tu ne rinvieni la traccia nei libri del Pisacane, del Rosselli, e del Dandolo: Fra il Garibaldi e il Mazzini si interpose un po' di ruggine, che tra quei due generosi non durò un pezzo: anco i generali si accordavano poco; e gli stessi colonnelli di stato maggiore si puntigliavano, onde il Garibaldi mandò il colonnello Morrocchetti al comando di Porta Portese non potendo rimanersi sottoposto al Manara meno anziano di lui.—

Ma se le breccie non furono assalite i Romani tentarono ogni estremo conato per renderle inani; inutilmente però, che dopo avere reso cotesti luoghi sacri di sangue per la Patria versato, ebbero a ritirarsi nella seconda linea di difesa. Troppi sono i generosi defunti che domandano da me un ricordo e lo meritano, ma io già sento, che di soverchio grave è il peso che mi recai su le spalle, nè lo spazio dell'opera, nè il libro, che precipita al fine mi consentono discorrere di tutti, ma io meriterei che veruno o uomo o donna, che ama la Patria, e per la Patria patì volgesse lo sguardo sopra queste pagine dove da me si trascurasse raccomandare alla memoria dei posteri questo pietosissimo caso: già lo narrava il Rusconi nel Libro della Repubblica Romana, ed io per vendicarmi di lui a mo' che mi vendicai del Dandolo per i giudizi nè giusti nè veri balestrati contro di me, quasi mi lascerei andare alla voglia di riportarlo con le sue stesse parole, che davvero io provo piene di profonda compassione e nobilissime tutte, ma oltre al dubitare ch'elleno male s'innestino con le mie, paionmi troppo lunghe. Aperte le brecce ferve l'opera per metterci riparo; un vero turbine di ferro e di fuoco mulinava su l'area avversa alle breccie francesi, ed una moltitudine di cannonate la solcava per seminarvi pur troppo la morte; tu vedevi i Romani brulicare come formiche portando sacca, sassi, e trainando carretti di terra, nè i romani soli, bensì ancora le Romane, e fra queste Colomba Antonietti, che non potendo lasciare solo il marito esposto al pericolo volle ad ogni costo parteciparlo ed in cotesta vita ella aveva durato due anni, che lo sposo suo accompagnò in tutte le guerre d'Italia, e a Velletri fu vista, precorrendo, incorare i soldati: in quel giorno la supplicarono di là si rimovesse, ed ella sorridendo, «ma se ci lascio il marito morirei di affanno.» Intanto la gente cadeva giù a rifascio, e parecchi scontorcendosi nell'agonia andarono a morire ai piedi della donna; ora ella mentre porgeva allo sposo certi arnesi rimase colpita da una cannonata nei reni; cadde in ginocchino, levò le mani al cielo, e disse: «Viva l'Italia!» e più non potè dire. Sorse dintorno un grido straziante, e il marito in sembianza morto anch'esso, trasportarono altrove. «Le onorate spoglie (e qui si adattino o no le parole del Rusconi con le mie, le vò ad ogni modo riferire) di quella cara infelice composte sul cataletto menarono a processione per le vie di Roma, spettacolo di compianto universale, e il popolo trasse in folla dietro al feretro coperto di bianche rose, simbolo della candidezza di lei spenta così crudelmente sul fiore della gioventù. Deposto il feretro nella Chiesa la moltitudine genuflessa con molte lacrime supplicò da Dio pace ad una delle anime più elette che mai abbia vestito quaggiù spoglia mortale.» E pure questa, e siffatte donne il vile sacerdote non aborrì denigrare calunniando, che non amore di Patria le movesse, bensì prurigine di lascivia: bene sta; le Arpie, quello, che toccano contaminano, e i Sacerdoti che altro sono mai se non Arpie? Solo resta a vedersi per quanto tempo ancora dureranno a contristare la umanità.

Allo scopo di fornire notizia, che sia più conforme al vero intorno all'orribile strazio fatto di nostra gente in cotesti giorni io ricercando per le effemeridi dei chirurghi, e più particolarmente in quelle dell'ottimo Ripari trovo, che sovente nel bastione sinistro fulminato con rabbia canina dai Francesi furono di un colpo morti o feriti più di dodici soldati, e di che razza ferite! L'ospedale provvisorio addetto alla divisione del Garibaldi avevano posto nella Chiesa e nel Convento della Madonna dei Sette Dolori sotto San Pietro in Montorio, e quivi affermano per tutto Giugno non si annoverassero meno di venti morti al dì per termine medio, feriti un sessanta. Tra i molti fieri casi mi occorse fierissimo questo, che sto per narrare; una rovina di uomo giovane, e di volto assai bello fu un giorno gittata là sopra una tavola dove il Ripari esercitava la sua arte; ho detto rovina perchè quanta parte della forma umana fosse rimasta intera non si poteva discernere; mancava di ventre, le coste anteriori denudate e bianche come di cadavere da lungo tempo sepolto mentre non apparivano anco morti il viso, il collo, ed i bracci; il buon Ripari per pietà austero, visto cotesto spettacolo gridava cruccioso: «perchè mettete qui quel cadavere ad impacciare la medicatura degli altri?» «Ma non è morto,» risposero. «Or come non è morto?» Disse il medico e lo guardò in volto… Dio di misericordia! Quel tronco di uomo teneva gli occhi aperti, e li girava per mirare chi movesse per la stanza: occhi neri, e smaglianti, sede ultima della vita che lì prima di spegnersi si raccoglieva. Se avesse udito, il Dottore non sa dire, nè afferma, solo narra che indi a poco gli occhi del mutilato si chiusero ad un tratto nelle tenebre della morte come face per forza spenta. Questo orribile caso nel mentre, che si spiega come la rapidità fulminea della offesa, ebbe virtù di cauterizzare i vasi sanguigni quantunque capitali e di ottundere i nervi superiori alle parti colpite, dimostra, come nelle parti illese per tempo più o meno breve duri senso, e vita conforme alla loro natura, onde tu lettore puoi mettere questo esempio con gli altri, i quali ti ammaestrano, che testa mozza non è vita spenta.

Anco successe in questo ospedale un'altro caso, e fu novello testimonio come la fatalità che tiene l'uomo pei capelli, nè meno dopo morte lo abbandoni. Certo di quattro bersaglieri lombardi del battaglione del Manara condottisi a cotesto ospedale dissero: «fateci vedere i morti, che tra loro ci ha da essere un nostro compagno, e gli vogliamo dare sepoltura a parte.» Menati giù nei sotterranei cercarono tanto, che fermandosi davanti ad uno sclamarono: «eccolo è questo, domani verremo col cappellano a levarlo, intanto manderemo la cassa per riporcelo dentro:» E come dissero fecero, senonchè i becchini vennero col carrettone quando tutti gli astanti rifiniti dalla stanchezza dormivano, onde il bersagliere con gli altri levarono via: la cassa consegnata più tardi a persona ignara del convegno rimase depositata sopra l'altare della Chiesa. Il Dottore Ripari memore della promessa avendo veduto sul fare del giorno la cassa domandava se il cadavere del bersagliere si trovasse tuttavia nel sotterraneo, e venne a sapere, che a quell'ora era stato insieme con gli altri sepolto; parve al Dottore essere proprio il caso di ricorrere ad una frode pietosa, e procurò nella cassa vuota s'inchiodasse il primo morto venuto (e di morti come vedemmo non si pativa penuria!); il cappellano venne, vennero con esso i bersaglieri, e con lacrime e con esequie proseguirono un morto, che sebbene incolpevole, le usurpava;—l'egregio uomo questo evento scrivendomi mi domandava: «ho fatto male? Mi parve allora, che confessare il fallo sarebbe stato peggio; non ebbi coraggio di contristare cotesti valorosi, e dabbene giovani: temei di spargere su l'anima loro amarezza inestimabile e dannosa se avessero pensato quale cura i vivi abbiano dei morti, quando anco morti per la Patria.» No gentile spirito, non operasti male, che non per questo l'esequie giovano al defunto perchè celebrate sopra il suo corpo; le preci, e gli amorosi ricordi fanno più bene a cui le recita, e li conserva, che a quelli che ne sono argomento; Dio rimuneratore nella vita da me sperata seconda, non ha mestieri eccitamenti per consolare le anime immortali, e per premiarle.

Abbandonata la prima linea di difesa i nostri si ritirarono alla seconda, la quale come accennai veniva formata da parte delle mura costruite dallo imperatore Aureliano prima che movesse alla impresa di Palmira: elleno per bene dodici miglia circuivano l'antica Roma lasciando fuori il Trastevere e il Vaticano; Urbano VIII le squarciò da un lato addentellandoci le nuove mura, che dalla porta Cortese scendono fino a porta Cavalleggeri, sicchè parte della cinta dello imperatore Aureliano rimase dentro di quelle, e precisamente tutta la porzione, che arrivava fino alla porta Settimiana; questo frammento, e nè meno tutto somministrò le ultime difese ai Romani. Ultime, e inferme. Gl'ingegneri non avendo saputo adempire lo ufficio loro a dovere o voluto, il Garibaldi li prese in sospetto per modo che ordinava in villa Spada li custodissero, li vigilassero, ed egli fu che dispose la seconda linea, e l'ala sinistra a dare aspro rimbecco al nemico, approfittandosi del colle del Pino per piantarci una batteria di un'obice, e tre cannoni di diverso calibro, siccome un'altra ne piantò al Fontanone parimente di un'obice, e di cinque cannoni da 24, da 18, e da 12 libre di gittata: ancora, armava una batteria di tre pezzi di artiglieria davanti alla villa Spada, ed una seconda tra l'angolo della Cortina e il muro Aureliano; munì eziandio San Pietro Montorio con due cannoni. Le artiglierie dal monte Testaceo, e da Santa Saba furono trasferite su l'Aventino; il Vascello quasi promontorio battuto dalla tempesta sporgeva dall'estrema destra sentinella avanzata della nuova difesa.

Qui si rinnuova più acerba che mai la rampogna al governo romano, e peculiarmente al Mazzini di avere prolungato le difese, imperciocchè le regole della milizia persuadano a cedere la piazza una volta, tosto che vengano coronate le brecce; ed è vero, ma vero è del pari, che tanto più merita lode il capitano, il quale dura imperterrito, finchè l'anima gli basti. E poi adesso si trattava di lasciare (dacchè altro non si poteva,) ricordo fruttuoso ai Francesi di quanto ardissero pochi Italiani appena usi alle armi, quasi inermi, e sprovvisti; nè questo ricordo andrà perduto, comecchè forse se ne avvantaggerà cui meno meriterebbe; e avverti ancora, che l'alea correva asso o sei; conciossiachè nonostante le furbesche gagliofferie dei Francesi si comprendesse ottimamente, che eglino intendevano rimetterci il Prete netto; ora il Prete non può governare, eccettochè tiranno essendo la libertà, e il pensiero affrancato titoli di ribellione contra di lui; una sola libertà ti consentono i Preti, quella d'imbestiarti dentro ogni infamia, chè quanto più ti abietti e più gli diventi schiavo; abbassa pure la tua anima al pavimento, che egli te la passeggerà più sicuro.—Enrico Cernuschi, il quale molto operò nello assedio di Roma, e corse estremi pericoli per lei con molto senno tale dava ragione della difesa, la quale comecchè occorra in altri scrittori pure mi sembra pregio della opera riferire a mia posta. «Noi ci siamo da prima difesi così consigliandoci l'onore ed il vantaggio nostri; ci siamo difesi poi perchè ci confortava il voto della Costituente francese; più tardi il trattato col Lesseps. Perdurammo nella difesa nove giorni dopo entrato il nemico a Roma, e dopo il lacrimevole annunzio della prevalenza della nuova tirannide a Parigi per dimostrare, che non eravamo dietroguardia di un partito, bensì vangardia di un popolo deliberato a risorgere in nome di Dio, e della Libertà: qui non siamo comunisti, nè socialisti, nè montanari: siamo italiani!» Per ultimo; altro il dovere del Re, ed altro quello del magistrato del popolo, ed è chiaro, non avendo il magistrato popolesco in verun caso mai il diritto di sostituire il suo al volere del popolo, massime in ciò che attiene ai proponimenti d'importanza suprema; il re al contrario arbitro in tutto e per tutto, e sempre: il re passa, le regali stirpi tramontano, onde dei sacrifizi può darsi, che al re non tocchi altro, che il danno, ma il popolo, che dura sa come scrive il Gioberti: «che non si sparge mai umano sangue indarno, nè mai rimane invendicato, e nulla nel mondo sociale come nel giro della natura va mai totalmente perduto:» e sa eziandio, secondochè Federigo Torre ammaestra: «che il sangue, che si sparse oltre all'essere seme per lo avvenire diventò consecrazione di principi, fu testimonianza, che la rivoluzione non era delirio di pochi, ma bisogno e convincimento di tutti, i quali dove avessero posto mente alle debili forze in paragone di quella onde lo straniero veniva armato a combatterli, non avrebbero mai dovuto mettersi al cimento, in ispecie contro la Francia tanto copiosa di soldati, e potente in armi: Forse i Romani di per se stessi la impari lotta non vedevano? O non sentivano la necessità inevitabile di piegare il collo? Con tutto ciò deliberarono difendersi, lo fecero finchè poterono, ed oggi gli stessi avversari lodano la ostinata difesa, e il popolo italiano ne va altero come il suo migliore titolo di onore, e avverti di più, che il proponimento di cedere agli estremi sorse spontaneo, ed unanime; non di discussione dell'assemblea ci fu mestieri, nè di partito, nè di ordine di Governo, le cose procederono per corso naturale senza intervento di autorità.» Che se domandi o lettore perchè il Gioberti, che tale un dì pensò e scrisse, poi tanto infesto si mostrasse al Mazzini io ti chiarisco in un motto; il Gioberti fu prete, e non impunemente, pare, si tosano i capelli sul vertice del capo, e poi si lascia scoperto alla temperie dell'aria. Quanto al Torre seppi, che ora tiene ufficio nel ministero della guerra, ed ha titolo di Generale, e col titolo il salario: forza di pane stringe più di manetta di giandarme. Il libro delle memorie storiche sull'intervento francese in Roma vivrà, e fie patrimonio del popolo, il suo autore, comunque mangi, beva, e vesta panni non vive più, e in breve diventerà patrimonio della terra: di lui non piace, nè giova mettere altre parole, e le dette sono troppe.

E' pare impossibile, e credo, che i posteri non ci presterebbero fede, dove non lo attestassero testimonianze solenni muniti di poche artiglierie noi resistemmo ai Francesi 26 giorni con la breccia aperta, mentre gli è raro che per così lungo tempo durino le fortezze principali. Il Generale Vaillant affermava dentro quindici giorni compito l'assedio, e andò il presagio indarno, onde se ne deve arguire o che incontrasse virtù inopinata, ovvero prendesse un granchio, e davvero fu così; cotesto generale reputando facile sopra tutti ad essere conquiso il punto più incavato delle mura lì rivolse lo sforzo supremo, e su questo non errò; ma non pose mente, che da quella parte del pari riusciva agevole moltiplicare le difese; di vero non lì stava la chiave dell'assalto, sibbene pochi metri dietro il Bastione nono a manca della porta San Pancrazio. Quinci circuivansi tutte le difese interne non escluse quelle del recinto Aureliano, quinci potevasi percotere la città intera, o il punto reputato meglio spediente, quinci infine tornava destro nascondere ogni moto di milizie, e conseguire i vantaggi che c'industriamo raccogliere dalla parte nostra prima d'ingaggiare battaglia: a questo i Francesi non avvertirono; per la quale cosa superati i Bastioni 6 e 7 si trovarono davanti i Bastioni 8, e 9 intorno a cui ebbero a travagliarsi nove altri giorni; e siccome essi nel dare specie di argutezza alle follie valgono oro, così dissero averlo fatto a posta per pigliare dalle breccie 6 e 7 di fianco i Bastioni 8 e 9, e questo veramente eseguirono ma al tempo stesso assaltarono il Bastione 8 con le colonne principali di fronte.—Per condurre a buon fine simile disegno importava ammannire l'assalto con una furiosa battaglia di artiglierie, e a questo partito si accinsero; la storia militare rammenta una maniera di duello combattuto fra la Batteria del Pino, e quelle francesi: armavano la prima sei cannoni, ed altri quattro la sostenevano all'ala destra; i francesi cominciarono ad aprire il fuoco da certa Batteria costruita durante la notte sopra la breccia della Cortina, lo accrebbero con copia di mortai, che piovevano bombe a scroscio, per ultimo ci sfolgorarono con otto cannoni di traverso da villa Corsini. Ai nostri cannonieri comandavano un tenente Sortari, un maresciallo Grimaldi, e un brigadiere Maccaferri: assisteva Garibaldi: in breve una nuvola di polvere coperse le opere nemiche, ma egli aguzzando gli occhi conobbe volare frammenti all'aria di carretti fracassati; non istettero due ore, che i cannoni de' francesi ridotti a tacere fecero abilità ai nostri d'infestare per la giornata intera le gole dei Bastioni francesi. Onde la gente abbia contezza del come i Francesi spesseggiassero con le bombe basti dire, che nel corso della notte 20 ne caddero nella Batteria del Pino: mentre Garibaldi, Avezzana, Manara ed altri stavano consultandosi una bomba cadde loro allato, e scoppiò: quantunque veruno di essi si gittasse giù in terra (e forse non ci pensavano) tutti rimasero illesi. «Le sentinelle per le bombe non si turbavano, solo avvertivano: «ragazzi ecco una bomba!» E con iscede infinite l'accoglievano; cacciato via il Garibaldi dalla villa Spada aveva stabilito il suo domicilio fra il terzo e il quinto cannone della Batteria a destra; bastò un'ora a costruirgli la casa composta di alcune stoie fitte su quattro lancie piantate in terra; fin costà andavano a visitarlo le gentildonne romane, e a questi giorni mentre ei ci s'intratteneva sotto in compagnia di due dame, una bomba ruinando dall'alto mise in fascio la casa, e ospite ed ospitate ricoperse con un mucchio di terra; il Generale le accomiatò, comecchè repugnassero, e da quel giorno in poi per amore di schivare sventura non consentì, che più oltre lo visitassero. Sul mattino, narra l'Hoffstetter, mentre giaceva sotto la tenda udì passare il Generale, e dire a taluno il quale forse voleva svegliarlo: «lasciate ch'ei dorma, tardi tornò questa notte dal servizio» ond'ei riprese sonno; di repente gli trema sotto la terra, un picchio terribile gl'introna il capo, sicchè a rotoloni si trova balestrato lontano; proprio a canto alla testa gli era caduta una bomba, che scoppiando portò via stoie, lancie, assiti in mezzo a nuvoli di terra e di fumo; fu tosto in piedi stravolto, e si presentò al Garibaldi anco questa volta rimasto illeso per miracolo, il quale bevendo a centellini il caffè come se non fosse fatto suo gli domandò sorridendo: «perchè vi siete levato così presto? e pure aveva ordinato che vi lasciassero dormire.»