Se il niego levasse infamia qual mai candore di colomba pareggerebbe quello dei francesi? Ma il niego di faccia alla verità, che ti opprime vale coscienza e confessione di colpa, e poi la storia ci ammaestra, e noi provammo come agli Austriaci piaccia la sostanza del terrore, ai Francesi non pure talenti la sostanza, ma sì eziandio la ostentazione di quello. Centocinquanta bombe nello spazio di una notte ruinarono in Trastevere, nei quartieri Santo Andrea della Valle, Argentina, e Gesù; in un'altra più del doppio; si rammentano malconci dalla barbarie francese l'Aurora di Guido Reni nel palazzo Rospigliosi a Montecavallo, il tempio della Fortuna virile; percosse rimasero la statua di Pompeo a piè della quale cascò trafitto Cesare, e l'Ercole di Canova. Andò distrutto nel palazzo Costaguti un'affresco bellissimo del Pussino con tanto maggiore querimonia quanto che non lo avessero mai ritratto nè con pennello nè con bulino. Contro questa salvatichezza, che i francesi vituperano in altrui, a mò di quello che inquina la pietanza ond'altri se ne schifi, ed egli possa mangiarsela tutta per se, protestarono gli artisti, e il municipio romano, con essi, e più autorevoli di tutti, i rappresentanti delle potenze straniere, i quali (per adoperare le medesime loro parole) contestavano a viso aperto al Generale di Francia, il profondo dolore pel bombardamento di Roma per più giorni e più notti continuato non solo con danno di donne e di fanciulli innocenti, ma altresì con pericolo degli abitanti neutrali; di già parecchi innocenti perirono, parecchi capi di opera di arte, che veruno potrà rifar mai andarono perduti; quindi s'intima il Generale a desistere dal bombardamento, che distruggerebbe la grande città cui le nazioni civili del mondo moralmente proteggono. Tutto questo era niente, il Generale Oudinot confessava esserne uscito questo male, ne stava per nascerne altro maggiore, ma così ordinare il Governo, ed egli ne adempirebbe i comandi; tale e quale avrebbe parlato il carnefice: ancora; colpa di tutto i Romani: o perchè si ostinano a resistere tanto? La Francia volerla spuntare ad ogni patto perchè ci entravano di mezzo i suoi interessi, e il suo sangue: veramente nel dispaccio prima veniva il sangue, e poi gl'interessi, ma quell'ordine era messo per figura rettorica. La storia, ed anco la Nemesi eterna vendicatrice delle colpe umane tanto più devono raccogliere cotesti casi quanto, che le regole della scienza, e la perizia dei francesi potevano far sì che le palle colpissero a punto colà dove intendevano briccolarle. Oltre queste testimonianze ci occorrono le seguenti, lo Spettatore militare, il Rapporto del generale Vaillant intorno l'assedio di Roma, il Ragguaglio storico, e militare, il libro intitolato Roma dell'abate Boulangè, ed altri parecchi; i Preti non lo nascosero mai, anzi si compiacquero a bandirlo nei libri loro, e lo puoi riscontrare nella Civiltà cattolica, e ciò nonostante il Corcelles scriveva al Governo di Francia, che lo poteva negare di reciso, e il Governo negò: dopo lui negarono tutti, negarono perfino contro la perizia compilata dalla Commissione preposta a verificare i danni del bombardamento, e ad avvertire il modo e la spesa per risarcirli. Dei caduti in mezzo a cotesta procella di fuoco noi lamentammo il capitano Laviron francese, il quale si sporse fuori dei parapetti per mirare un pò come i Francesi accogliessero il colonnello Ghilardi appunto in quei giorni arrivato in Roma, e che ora in qualità di parlamentario spedirono al campo nemico; lo presero a fucilate, ma scampò la vita per lasciarla più tardi in altro emisfero sotto le medesime palle francesi: preso nel Messico a man salva febbricitante nel letto gli davano morte assassina: volle il fato, che su quel capo la Francia si tirasse addosso un fiero conto di delitto, forse egli ora lo ha già messo in pulito per farselo pagare.—Tornando al Laviron, egli aveva indossato in quel dì la camicia rossa, e non fu savio; quindi, preso facilmente di mira cascò ferito nel ventre, allora subito gli si versava addosso Ugo Bassi a confortarlo con parole di affetto divino, ma egli profferita appena la raccomandazione della sua anima a Dio spirò baciando il Bassi; non per questo il dabbene Ugo lo abbandonava, bensì a lui morto proseguiva prodigare cure fraterne, nè valsero a strapparlo di là supplicazioni, nè comandi, tanto che una scarica di palle nemiche lo rinchiuse come in mezzo a un nugolo dentro di sè; veruna lo colse che il suo fato lo aspettava a Bologna.—Il Garibaldi quando lo vide fuori di pericolo ebbe a dire ai suoi: «voi non potete credere quanto questo uomo mi contristi, dacchè io lo veda dominato dalla voluttà, per dire così, dalla morte.»
Insieme al francese Laviron morirono il capitano Giordani, ed i tenenti Fattori, e Giovannini, ed anco talune guardie nazionali Romane di cui non trovo registrato il nome. Vi perse la gamba, e il piede destro Giuseppe Brambilla da Milano; forse adesso egli vive, e il cielo gli consenta anni quanti bastano per vedere che non espose invano le membra del suo corpo per la redenzione della Patria; altri altri premi ambiscano e gli ottengano; ai magnanimi davvero tanto basta, e ne avanza: suo fratello Emilio Brambilla felice ingegno con altra opera secondò la fortuna di Roma, amministrando la finanza; ora è morto: pianta di buon seme fu la famiglia Brambilla, e i buoni patriotti hanno a desiderare che sia perpetuata; in altri ricordi trovo notati, morto il capitano Baj per dolorosa ferita, che gli portò via di netto ambedue le gambe, tra i feriti meritano speciale menzione il Brusco genovese appartenente alla Cancelleria del Garibaldi, e certa Orsolina da Foligno scemata da scheggia di bomba del tallone destro.
Si stringe la cintura di ferro, e di fuoco intorno a Roma, il nemico indefesso durante la notte scava pozzi per le mine, edifica, e munisce piazze di armi, drizzata una trincea compie la quarta parallela, poi imprende un cammino il quale passando rasente alla casa Giacometti avrebbe messo capo sopra la via, che mena a San Pancrazio; dalla parte nostra si agitavano come naufrago in mezzo all'Oceano, che non vuole e deve morire, tuttavia impediscono la costruzione delle Batterie dodicesima, e decimaterza; e alla mattina del 26 scassinano anco la undicesima, sicchè i Francesi non poterono avvantaggiarsi che con le Batterie seconda, e decima, la quale più di ogni altra prese a fulminare il Vascello, nè senza ragione, che quinci si menava incredibile strage dei Francesi; il nostro Medici il quale non pure si difendeva, ma andava escogitando senza requie un qualche trovato per fare uno sdrucio dei solenni nello esercito avversario esplorò le catacombe, e l'acquedotto Paolo donde avvisava spingersi fin sotto la villa Corsina, e colà con mine, e fuochi artificiati sobbissare il ridotto in uno alla Batteria decima; ora o di tanto si accorgessero, o come credo piuttosto, i Francesi avvertiti diedero la via alle acque, che irrompendo ruinarono ogni apparecchio soffocando tre lavoranti, e se più ce n'era più ce ne rimanevano. Da capo la rabbia francese si volta contro al Vascello; stupendo ad un punto e orribile a vedersi lo stato in cui si trovava ridotto; del piano superiore non avanza traccia, dello inferiore il muro di fronte ruinato lasciava vedere negli spazi più interni le colonne, le statue, le stanze elegantissime; insomma presentava la figura, che gli Architetti chiamano spaccato.—Molti possono per impeto superare il Medici, veruno, io penso, per costanza, e tranquilla severità: di che mi piace riportare uno esempio: in cotesto giorno non ci fu riposo: notte e dì i soldati ebbero a vegliare ed a combattere; ora parendo a parecchi cotesto comando duro, uno di loro più rotto ardiva presentarsi al Medici mentre ei beveva una tazza di caffè e dirgli ch'egli non intendeva recisamente montare la guardia. «Ed io, rispose il Medici senza guardarlo in faccia ed accostandosi la tazza alle labbra—ti farò fucilare.» Batti, e ribatti ecco con altissimo scroscio casca il Vascello, schizzano violentemente legni tronchi, marmi rotti, e una nuvola di polvere chiude intorno la ruina; il peso immane rompe le volte del terreno, ed ormai del superbo palazzo non avanza altro che un monte di macerie; fino dallo interno di Roma fu udito il fracasso; venti dei nostri sepolti sotto le ruine persero la vita; e non pertanto il Medici non si decise mica ad abbandonare cotesto mucchio di sassi: noi lo vedremo su quelli maravigliare con nuovi gesti di valore il nemico, che i muri poteva vincere, i petti no.
Avanti, avanti, il nemico dalla quarta parallela spicca un camino nuovo verso il piede della cortina, bersagliato furiosamente dai nostri lo smette per ripigliarlo più tardi, ma non può protrarlo di là da 65 metri, che lì lo arrestano la virtù romana, e l'ardore della disperazione; anco i lavori verso le ville Giacometti e Barberini si mettono da parte; si aspettano le tenebre, e i Francesi sostituendo alla gente stanca gente riposata e molta le batterie ultimamente costruite armano, nuove ne drizzano, e di mortai le muniscono.
Si levava il giorno 27 fosco in vista; il sole procedendo cinto intorno di nebbia pareva che presago della strage imminente repugnasse illuminarla: i francesi tuonano con cinquanta cannoni messi in batteria; il casino Savorelli all'incessante tempestare si sfascia; giù il tetto della Chiesa di San Pietro a Montorio, dopo il tetto vacilla il campanile, poi anch'esso giù a pezzi, di cui parte dentro la Chiesa, e parte fuori; la Villa Spada sottosopra; i nostri non isbigottiscono alla bufera, le Batterie undecima, e duodecima del nemico scassinano, ma i Francesi ne hanno drizzate su tante, che ometterne una o due non nuoce; e' ci fu pompa per la parte loro di distruzione, lusso, prodigalità vera: se nell'amministrazione dei propri interessi i Francesi adoperassero come in guerra quando scotta loro di vincere bisognerebbe sottoporli a curatore. Dalla Batteria decima essi presero a colpire in breccia il Bastione nono; dalla decimaquarta apersero il cammino di scarpa al Bastione ottavo. Il Garibaldi da per tutto era, ma sopramodo instava perchè la Batteria del Pino si mantenesse ritta, dalla quale a dir vero, o per la posizione sua, o per la molta attitudine degli artiglieri fioccava la morte nelle fila nemiche: non importa dire se i Francesi contro questa Batterla si sbizzarrissero; ogni sforzo adesso è volto a rompere la cinta traversa, che già difendeva la villa Savorelli, ed ora ne copre le rovine; di fatti la rompono; lo intero campo è minacciato, il fianco della Batteria del Pino battuto. Tosto alla riscossa; l'apertura della traversa forse si allarga 8 piedi, a 9 non arriva, ma si può dilatare vie più, e poi anco così basta onde il nemico irrompendo allaghi; accorre la legione italiana, e fa prova infelicissima; ad un sergente appena si affaccia una palla di cannone fracassa il petto schizzandone il corpo in brani a destra e a sinistra, le prime fila della legione vengono spazzate via dalla mitraglia; non si sgomentano i sorvegnenti per questo, e passano sul corpo dei compagni per accorrere là dove li chiama il dovere: intanto una palla tronca una gamba al Capitano della Batteria a destra, steso su la barella lo portano all'ospedale, ed egli fiero in sembiante agitando il membro mutilato come una bandiera grida ai soldati: «viva la Italia! Coraggio!» Bersaglieri, Linea, Legionari quasi tratti fuori di loro per tanta costanza plaudono con la voce, e co' gesti, nè si potendo contenere accompagnano la barella del dolore come se fosse stata un carro trionfale fuori del tiro.
La rottura della traversa rendeva impossibile sostenersi nella Batteria di destra, il Garibaldi dal Pincio vedendola deserta, scende con passi frettolosi, e all'Hoffstetter, che primo gli si para davanti dice: «adoperate chi volete, sieno pure uffiziali tutti, ma importa sia turata la rottura della traversa, andate.» Mentre l'ufficiale partiva per racimolare quanta più gente potesse, il Garibaldi si rimase ad attenderlo seduto sopra un carretto di cannone; l'Hoffstetter s'imbatte in trentacinque bersaglieri reliquia ultima della terza compagnia del secondo battaglione, li trae seco e li conforta con alquanto di vino, perchè davvero erano rifiniti di forze: dall'apertura sboccava una fiocinata di palle, allora i bersaglieri si divisero, parte porgeva i sacchi pieni di terra, e parte li riceveva; l'apertura scema, si chiude, è chiusa; nè cannoni, nè mortai, nè moschetti nemici valgono a trattenere l'opera; anzi i bersaglieri passando dal coraggio alia temerità vogliono salire su la breccia ristorata, e bravare il nemico alla scoperta; a rattemprarne la baldanza ecco giù una bomba, che in un'attimo ne ammazza sette; balenarono gli altri ma i morti furono rimossi, sul sangue si sparse un pò di terra, un bicchiere di vino, un grido: «viva la Italia e le cose tornarono come prima. Si richiamarono i cannonieri, e quattro cannoni ripresero il fuoco contro il nemico, tre maneggiavano i Romani, il quarto li svizzeri; il Garibaldi esulta, la batteria del Pino rimane sollevata perchè i francesi contro la traversa ristorata voltano le armi, e le ire; i cannonieri presi da entusiasmo raddoppiano lo zelo, e rendono ai francesi due pani per coppia; così i tiri infallibili spesseggiano; che ai Bersaglieri non patisce l'animo privarsi dello spettacolo, lì stanno spettatori, e ad ogni tiro battendo palma a palma gridano: «bravi!»
Ma lo spettacolo era pieno di pericolo per modo che una seconda bomba uccise e ferì altri sei Bersaglieri. Di trentacinque, in piedi n'erano rimasti ventidue, il Generale donò loro due scudi a testa, e, secondo il vecchio costume spartì tra i feriti la parte dei morti, e permise se ne andassero; chi ebbe il danaro lo serbò per distribuirlo per tempo meno tristo perchè lì per lì i lombardi lo avrebbono rifiutato; a veruno sarebbe bastato il cuore di toccare la eredità luttuosa dei fratelli caduti.—I cannonieri rimasero; più tardi taluni domandarono licenza di ritirarsi, ed ecco perchè: intorno ad un cannone di vivi restavano due soli, nè senza permesso volevano abbandonarlo! Però prima in compagnia di altri trassero il pezzo in sicuro. La processione lugubre, e continua dei morti e dei feriti in questo giorno non si può senza stringimento di cuore descrivere, troppi i morti per ricordarli nonchè tutti, pochi; solo non vada inonorato in queste povere carte il capitano Giuseppe Varenna generoso pavese, e tu bel fiore di giovanezza Gustavo Spada romano, che glorioso per morte magnanima andavi fra le ombre dei tuoi padri testimonio che ai figli stanno avversi i fati, ma la virtù non manca.
Ora quì successe uno strano caso, che assai fornì materia al dire degli uomini, e nei libri ne occorrono le traccie con varia maniera riportate, e il fatto fu questo: il Generale Garibaldi di repente si leva dalle mura, e gli subentra al comando il Generale Rosselli, se ne va con quello la legione italiana, viene altra gente con questo.—Siccome il Garibaldi tornò il giorno appresso sul far dell'alba e con la legione vestita di novella assisa, così fu detto e creduto ch'egli e i suoi recedessero dalle trincee per riposare una notte, e per mutare l'abito turchino nel rosso: ora di lieve comprendi come questo fosse pretesto non causa del fatto, e la causa vera occorre nelle memorie del Generale. Egli fu informato, che a Roma stavano in procinto per dichiarare la resistenza impossibile, i battaglioni primo, quinto, sesto, settimo, ed ottavo della guardia nazionale tambussavano il Senatore Sturbinetti, tranquillati partivano; allora veniva la volta dei popolani; furono da prima trecento, crebbero poi alla stregua, che le disgrazie si facevano maggiori, e le sollecitazioni dei nemici occulti peggiori; per la quale cosa egli propose uscire da Roma con quanta più gente, e quante più armi, e arnesi di guerra, e pecunia, o cose capaci a ridurre a pecunia fosse possibile; ottomila uomini non potevano mancare, con essi andassero i rappresentanti del popolo, giovani, e di corpo gagliardi, di seguito grande nei propri paesi: da cosa nascerebbe cosa; intanto terrebbero fermo su gli Appennini; Venezia reggeva; non vacillava Ungheria: arride la fortuna agli audaci; non piacque il partito, comecchè trovasse nel Mazzini fautore caldissimo, il quale lo ripropose più tardi; onde il Garibaldi mulinando fino d'allora quello, che in seguito compì, reputando la capitolazione sicura pel giorno veniente si partiva, persuaso in seguito che per converso si era deliberati resistere fino allo estremo tornò di gran cuore a sostenere le ultime prove.
Per cessare della luce non s'interrompono le opere di guerra; i Francesi ripararono durante la notte le ingiurie patite nelle batterie, ma co' lavori nuovi di poco si avvantaggiarono, imperciocchè la vigile fanteria romana molestando con fuochi incessanti i marraioli sconciarono i lavori che intendevano condurre intorno al casino Barberini; però cavarono una quinta parallela per riuscire a separare il Vascello dal corpo della difesa, il quale fin qui come guerriero ferito a morte, e giacente pur sempre pugnava, e di conserto col Bastione ottavo fracassò il cammino già spinto a buon termine dai Francesi a casa Giacometti. All'alba ripigliano il trarre da una parte, e dall'altra: pari il furore, impari troppo la forza; le nostre batterie mancavano di parapetti, le trincee apparivano ammasso informe di terra, vennero meno a ripararle le braccia; la Batteria del Pino quasi messa a pegno di gara agli artiglieri francesi sfasciata d'incamiciature, priva di gabbioni, senza difese di fianco sparava i cannoni all'aperto e come si dice a barbetta.—Ora fulminando i Francesi con le Batterie undecima, decima seconda, e decimaterza la seconda linea di difesa costringono il Bronzetti a cedere, ben tosto posero mano alla zappa passando oltre la cortina per chiudere il Vascello; da questo lato irreparabile ormai il proseguimento della Breccia; altro non potè farsi, che provvedere, affinchè lo irrompere del nemico fosse lento così da lasciare campo a nuove difese più interne; non si pretermisero gl'incendi delle case circostanti; meste tede funeree, esclama l'Hoffstetter, alla morente repubblica! il Bastione primo di sinistra si lasciò presidiato; e del presidio era parte la compagnia Rosagutti nella quale militava il dabbene Morosini; ma il Dandolo, che di quel diletto capo trepidava ottenne supplicando dal Manara, che a cotesta compagnia si desse lo scambio; altri si oppose ma non potè spuntarla; la compagnia Rosagutti fu rilevata; con essa andò il Morosini; lo tirava il fato.
Durante la notte del ventotto al ventinove i Francesi tentarono sorprendere il Vascello o piuttosto le rovine di cotesto edifizio; ma dal Vascello si partì tale violento rimbecco, che dimostrò agli assalitori essere consiglio buono starsi lontano dal morente lione; venti di costoro caddero tra morti e feriti.