Prosegue la dolentissima storia, i Francesi su l'alba del 29 tempestano il Bastione nono; nell'ottavo, mercè la Batteria decimaquarta, lacerando ogni riparo, aprono la Breccia; le nostre artiglierie rispondono languide; palpiti di cuore, che accenna cessare; solo la Batteria dell'Aventino avventa fuoco come chi disperato della vittoria non vuole morire senza vendetta. Ora i Francesi si ammanniscono a salire la breccia, e bene si palesano previdenti ed arguti. Sei compagnie della divisione Rostolan comandate da un Lefebvre si dispongono a colonna di assalto principale; altre tre compagnie capitanate da Le Rouxeau stanno pronte alla riscossa: per esse gli ordini portavano, si avventassero; quanto più potessero s'inoltrassero; trecento zappatori, che tenevano dietro subito dessero mano a costruire ripari co' gabbioni, e con altri argomenti avvertendo però di lasciare lateralmente adito al ripiegarsi della colonna caso mai ella avesse incontrato qualche duro intoppo. Eravi altresì una terza colonna di assalto la quale guidava il Laforet, di cui il compito consisteva dare dentro di fianco, ed alle spalle al Bastione ottavo. Preposto a tutti il tenente colonnello Espinasse che si teneva in procinto con altra riserva: accompagnarono tutte le altre colonne assalitrici proporzionato corredo di zappatori; finalmente perchè nulla mancasse di quanto nelle imprese guerresche suole accertarne l'esito felice furono commessi due assalti simultanei alle porte S. Paolo e del Popolo. Queste le apparecchiate offese, queste altre le difese: la batteria della Montagnola armata con tre cannoni volti allo sbocco della Breccia; quivi davanti ove arieno per necessità messo il piede i nemici, facendosi oltre, sparsero i nostri canne secche, e vasi di materie infiammabili per ispaventarli, e scottarli; in luogo riparato collocarono due sentinelle perchè vigilassero, cinquanta lancieri della legione italiana capitanati dal Muller stavano lì dintorno schierati per difenderla con le lancie, cui rinforzarono con una compagnia di fanti. Al Bastione ottavo mandarono alcune compagnie della seconda legione di fanteria, ed una di bersaglieri lombardi; alla manca della batteria attelati altri bersaglieri, ed altre compagnie della legione italiana; il colonnello Pasi col sesto reggimento alla riscossa. La Villa Spada difendevano i Bersaglieri lombardi, e giù per la strada schierato un battaglione di legione italiana. Lo spazio tra la batteria del Pino e Porta Portese occupava il colonnello Morrocchetti, che teneva la riserva nella piazza di San Pietro Montorio. A dritta della porta San Pancrazio il colonnello Ghilardi con alquanta gente sparsa stava per simulacro di difesa, piuttostochè per difesa; il Medici sempre fra le sue ruine del vascello.
Scese la notte minacciosa, e non pertanto il governo volle, che secondo il consueto la cupola della basilica Vaticana s'illuminasse, nè manca chi il biasima come atto d'ipocrisia, e non è vero, imperciocchè mettendo in disparte ciò che nell'intimo nostro ognuno di noi possa credere o no, non fa buona prova l'uomo di stato che vada contropelo alla fede degli uomini: solo, mostrando assentirci bisogna vie via rimondarla del troppo, del vano, e del maligno, che c'innestarono i preti e soprattutto poi importava ed importa chiarire i popoli, che la religione non istà nelle zimarre sacerdotali, nè negli arnesi del culto: molto meno poi la è privativa dei preti. Cristo vive impresso nei cuori dei Cristiani, e risponde a tutti senza mestiere di mediatori; con Cristo voi vincerete Roma, a patto che non cessiate mai di chiarire come i sacerdoti prima lo ammazzarono, poi se ne servirono per paretaio. Intanto l'uragano, che nelle prime ore del vespero si ammassava scoppiò empiendo il cielo, e la terra di fracasso, di terrore, di acqua e di fuoco: il nemico alla rabbia degli elementi mescola la sua, ed il bagliore dei lampi congiura in suo prò; imperciocchè la luce sfolgorante di quelli impedisse la vista dei guizzi delle bombe, e togliesse per questo modo la facoltà di schermirsene a tempo: i soldati fastiditi fino alla morte dalla pioggia incessante, con le gambe fitte fino al ginocchio nel fango, si struggevano nello scoraggiamento; ai percossi non isfuggiva nè manco un sospiro, chè durare in cotesto stato pareva loro peggio, che morte, e forse era.—Su pei ricordi dei tempi trovo segnato con nota d'infamia il Carroni preposto alla custodia del Bastione ottavo come quello che rinvennero alla seconda vigilia avvolto nel suo mantello e addormentato; certo non correva stagione di sonnecchiare, ma davvero la stanchezza, la temperie, l'umido uggioso, e le altre tribolazioni sofferte prostravano i corpi, e le anime altresì.
Un'ora prima dello assalto principale il generale Guesviller partendosi a capo della sua divisione dal ponte Molle si avvicina alla villa Borghese dove si precipita contro le mura per isquarciarle e quinci penetrare in città; se riesce meglio, se no richiama l'attenzione, e le armi dell'assediato da questa parte e le menoma altrove; di vero fu respinto, ma per tenere sempre i Romani in sussulto piglia dai monti Parioli a grandinare giù su Roma bombe, granate, che pareva un'inferno, dall'altura di San Paolo non si adoperava diverso: il trarre dei cannoni assordante rintronava il terreno, molte le morti di creature innocenti, e grave il danno negli edifizi più incliti. La belva ustolava la preda.
Alle due e mezzo dopo la mezzanotte fu dato il segno del vero assalto, nè lo cominciò la prima colonna, sibbene la terza condotta dal Laforet la quale baldanzosa nel presagio della vittoria, riposata, ed ebbra a mezzo si precipita contro il Bastione ottavo. Oh! perchè non mi è dato confermare anch'io, che i Romani fermi, e audaci con furiosissimi tiri li tempestarono? Valga il vero, comunque amaro, i nostri fuggirono, ed erano bersaglieri; allo improvviso in mezzo ai lampi si vede comparire il Garibaldi, che brandendo la spada nuda, e cantando un'inno di guerra si scaglia contro il nemico, dietro a lui si aggruppano alcuni animosi, i fuggenti presi da maraviglia stanno. I Francesi primi entrati stramazzano per non rilevarsi mai più, ma gli altri sorvegnenti prorompono impetuosi, e dispersi, o spenti quanti si paravano loro davanti arrivano alla barricata di gabbioni costruita fuori del cancello di Villa Spada; qui pure si ravviva la virtù dei nostri, che visto l'Hoffstetter circondato dai nemici, e prossimo a rimanere ucciso fanno impeto, ed abbattuti parecchi a colpi di baionetta lo liberano; poi piegano da capo ruinando a Villa Spada: affaticandocisi gli uffiziali li riconfortano della battisoffiola, anzi vergognando si attelano per la strada, dove la prima linea inginocchiandosi, e le altre rimanendo in piedi bersagliano i nemici con quattro filari di moschetti. Qui di nuovo si mostra il Garibaldi, il quale alla domanda dell'Hoffstetter se dovesse occupare la Villa Spada, risponde arcigno: «è già fatto: voi, e Manara qui la difenderete, io corro a radunare i fuggitivi sul colle Pino, e mi pianto dietro la strada fino alla Villa Savorelli.» La colonna Laforet ributtata si ripiega sopra la batteria fuori del cancello, quanti trova ammazza, e procede con lo intento, e con la speranza di schiantare l'altra Batteria della Montagnola; lo seguita fin là anco una sezione della sua colonna, ch'ei spinse per altra via ad offesa del Bastione ottavo, dove impedita per meno reo avviso tolse a ritirarsi con solleciti passi.
Prima assai che i casi narrati si compissero, la prima colonna di assalto si arrampica sul sommo della Breccia, quivi cade il Lefebvre ferito, gli subentra Le Rouxeau: succede una zuffa corpo, a corpo, ma i nostri rimangono smagliati: i fuochi artificiali non partorirono veruno effetto, che fosse buono; leggo che un certo Mano Aldo inventasse non so che bocce piene di materie incendiarie; ignoro se le mettessero in opera, in ogni caso tornarono inutili, come andò a vuoto nella medesima notte il tentativo di buttare giù nel Tevere una barca di fuoco, che scendendo per la corrente incendiasse il ponte di Santa Passera, e ciò per la stupenda vigilanza del nemico. Vinta la prima resistenza i Francesi si affoltano contro la Batteria della Montagnola già assalita dai soldati del Laforet; tengono dietro a loro gli zappatori, che posta appena mano alla zappa balenano vedendo stramazzare giù trafitto da banda a banda il comandante del genio Dufort; ma è breve sosta, che subito surroga il caduto l'Aidaut. Intanto alla Montagnola si viene a battaglia manesca, e fu uno accapigliarsi promiscuo, rabbioso, atroce; tutto servì di arme, ed anco i morsi ci adoperarono, ora questi ora quelli romponsi, fuggono, respingono, urtansi, pestansi, ma i nostri sopraffatti cadono; cadono, ma dopo disperata difesa come gl'Italiani costumano, pei quali morta la speranza del vincere sopravvive quella del vendicarsi; gli artiglieri prima spararono, poi difesero, all'ultimo inchiodarono i cannoni; molti si avviticchiarono intorno ai medesimi come se fossero obietti di tenerezza; innanzi di porre la mano sur un cannone e' fu mestieri che fino l'ultimo artigliere ammazzassero. Narrasi dal generale Torre di un'artigliere, che difese il suo cannone con la sciabola, questa spezzatigli in mano diede di piglio allo scopatore e lo adoperò a mo' di clava, glielo strapparono, ed egli allora combattè a pugni, e a morsi; trafitto da mirabile quantità di ferite lo trasportarono esanime allo spedale della Trinità dei Pellegrini. La storia rammenta eziandio con onore immortale della Patria nostra e di loro i tenenti Cesare Scarinzi di Lugo, e Tiburzi e Casini entrambi romani; questi messi in mezzo da una frotta di nemici preferirono la morte alla resa; l'ottenne il primo lacero da diciassette ferite, e fu raccolto sul campo stringente il troncone della sciabola infranta; l'altro non la potè conseguire, ma in quale stato lo portarono allo ospedale francese, lo dica per noi la Gazzetta medicale di Parigi del 2 Gennaio 1850 «aveva il cranio spaccato da dodici sciabolate, la coscia lacera con dieci baionettate; il braccio rotto in due parti; difese il suo cannone come lione la preda, e non ristette di combattere prima che il braccio non rispondesse alla volontà.»
Adesso occorre il lacrimabile caso di Emilio Morosini sembianza di angiolo, cuore di eroe, amore supremo della madre, che lo possedeva unico; annoverava diciotto anni appena, ma nei costumi, e nel dire così si mostrava modesto, che al suo cospetto anco i più scapestrati non si attentavano commettere cosa, o pronunziare parole, che fossero vili; rimosso dal Bastione 8 venne preposto con la compagnia Rosagutti, secondochè di già avvertimmo, alla difesa del Bastione primo; stando alle vedette ode rumore sospettoso, onde vie più si appressa ai cannoni della Batteria; qui giunto invece di ordinare sparassero, tolto seco un manipolo di gente camminò oltre a speculare, che fosse; pur troppo era il nemico salito sul bastione, e non da cotesto lato solo, bensì ancora dalla strada di comunicazione, donde ormai superata, prese a straziare i nostri; il giovane Morosini cadde colpito ad un punto di palla nei ventre, e da una baionettata nel petto; i nostri fecero mostra di non voler cedere, si venne alla prova delle armi e fu breve il conflitto dacchè i nemici con forze tre e quattro volte superiori gli oppressero; però se breve non senza sangue, quaranta ci caddero morti, e centoventi prigioni, gli altri scamparono con la fuga la vita. Quattro Bersaglieri lombardi non patirono lasciare abbandonato il prode giovanotto, ed acconciatolo come meglio potevano su due traverse correvano verso Villa Spada giovandosi della confusione e del buio; imbatteronsi nei Francesi, che da lungi gridarono chi fossero; risposero:—prigionieri.—Non vollero crederci, e bramosi di strage li circondarono; i Bersaglieri vinti da paura gittarono a terra il Morosini, tentando salvarsi: quanto a lui, ormai disperato della vita, si compiacque chiuderla con generoso fine, e assurto in piedi, stretta la spada continuò a combattere, finchè una seconda palla nel ventre lo stramazzò a terra da capo. I Francesi sboglientiti dall'ebbrezza del sangue appena contemplato quello angelico giovanotto ne sentirono pietà… infelice davvero la pietà, che si volge solo sopra ai caduti; ma in mancanza di meglio, alla sciagurata stirpe dell'uomo teniamo conto anco di questa. Morì il primo luglio dopo trenta ore di agonia; maraviglia e compianto degli stessi nemici, i quali con tanto affetto lo udivano rammaricarsi pei suoi cari, e con tanto amore raccomandarsi a Dio padre di misericordia. Emilio Dandolo amico fedele della sventura udito appena che il Morosini era caduto prigione, e forse sperandolo tuttora in vita, non potendo procacciarsi salvocondotto si pose alla ventura a cercarlo nel campo nemico, dove un pietoso gli concesse la entrata; occorso nel primo medico gli domandava, che ne fosse; gli rispose;—è morto!—Supplicava gli rendessero il cadavere, ma siccome lo avevano di già trasportato al cimitero, così spedirono avvisi per sospenderne la sepoltura. Ora mentre il Dandolo si trattiene a ragionare con gli ufficiali francesi, e da cotesti colloqui apprende com'essi la causa della guerra al tutto ignorassero, ecco sopraggiungere un capitano aiutante maggiore, che dando in escandescenze manda gli ufficiali in arresto, fuori del campo il Dandolo; pure avendo il giorno dopo ottenuto regolare permesso egli ritorna al campo dove gli bendano gli occhi, e per bene due ore lo fanno camminare sotto la sferza cocente del sole. Il povero Dandolo parla dell'angoscia patita da lui dovendo assistere ad ogni colpo di vanga che gli andava mano a mano scoprendo parte delle dilette sembianze lorde di terra, e di sangue;—e' fu codesto dolore, che noi pure sentiamo profondo, comecchè di reverbero, ed in grazia della tua buona natura noi rimettiamo alla tua memoria Emilio Dandolo le offese, che ci facesti, e ne perdoneremmo bene altre caso mai tu ce le avesse fatte. Più tardi l'Hoffstetter visitando la madre del Morosini gli narrò averle scritto l'Oudinot come il figliuol suo sopra il letto di morte avesse edificato ogni uomo con la costanza, e la generosità dell'animo suo; e ci dice com'esso ricercasse a parte a parte ogni minimo particolare del giovanotto eroe, e da ciò cavasse qualche conforto al cuore trafitto. Quando sul rompere la guerra con lo Austriaco le sorelle con infinita passione scongiuravano la madre a non lasciarlo partire, ella repulsò le importune dicendo: «lasciatemi offrire alla mia Patria quanto possiedo di più caro, l'unico figlio mio.» Ora la mesta donna soggiungeva: «piangere su i figli caduti da noi per la Patria è dolore… ma: non tutto dolore!» Anima sorella della rigida madre di Brasida, e di quella dei Gracchi intepidita però al calore della carità cristiana.
Fuori di Roma unico palmo, che ci rimanga di terra le ruine del Vascello; ma i Francesi inoltrandosi dalla breccia aperta a destra della porta San Pancrazio accennavano impossessarsene, chiudendo ogni via allo scampo del Medici: appena rompeva l'alba gli mandarono l'ordine della ritirata, allora egli si mosse, se non chè pareva troppo più agevole ordinarla, che farla; l'aere dintorno ingombrava foltissima nebbia, ma la via da tenersi dal destro lato, e dal manco occupavano i Francesi, che al rumore sportisi dai bastioni tiravano per quell'aere cieca moschettate in fiocca: proseguendo a quel modo, innanzi di arrivare alla porta sarebbero stati senza fallo uccisi tutti; venne in soccorso di loro la fortuna. Certo Giuseppe Rocca da Carpi, il quale da lungo tempo stanziato in Francia aveva appreso lo idioma francese per modo, che meglio non l'avrebbe parlato un naturale di cotesta contrada; pertanto disinvolto e franco costui si mise a urlare: «non fate fuoco, non fate fuoco, che siamo dei vostri.» I Francesi ristettero e fu ventura, che infelloniti contro i difensori del Vascello si erano vantati più volte, che se mai essi cadevano nelle loro mani, il pezzo più grosso aveva ad essere un'orecchio. Le ruine del Vascello vivranno nella memoria dei posteri di fama immortale, ma eziandio immortale durerà nel cuore degl'Italiani il compianto per tante morti che lo resero sacro; a quanto sommassero non potrei dire ma sicuramente i due terzi di quelli che difesero il Vasello ci rimasero. E nè manco ci bastano tempo, e notizie per rammentare tutti gli esempi di valore, di cui proprio ci fu profusione piuttostochè copia: continui quelli, che rilevate una ferita o due andavano a fasciarsi e tornavano a combattere, continui quelli, che dopo avere menato le mani per bene ventiquattro ore rifiutavano lo scambio. Quando all'urto delle palle nemiche sprofondò l'edificio seppellendo parecchi dei nostri, i superstiti non curanti il terribile sfolgorare dei Francesi, improvvidi delle nuove ruine, che avrebbono potuto cascare loro addosso si diedero a rovistare per le macerie, ed ebbero in sorte di restituire taluno, comecchè malconcio, alla vita, Certo dì fu visto un soldato traversando la spianata a sinistra della Casa bruciata cadere ferito; sovvenirlo, era perdersi con lui, chè le palle francesi spazzavano il luogo: ora uno dei fanti, che furono papalini colà presenti accennando il caduto ai Bersaglieri lombardi disse quasi beffando: «e voi non andrete a soccorrerlo?» In un bacchio baleno, una mano di giovani lombardi trovata una barella corrono al ferito, e ce lo adagiano sopra: egli pativa atroci dolori, onde essi ebbero a incedere piano, e soavi; talora eziandio fermaronsi. I Francesi si sbizzarrivano a balestrare moschettate le quali zufolavano intorno alla lor testa, e non di manco veruno di loro rimase ferito. Hassi a credere, che tale provvide Dio in mercede della opera pietosa? Piace e giova così.
Sarebbe iniquo negare, che tra i Francesi taluno avesse cuore gentile, e mente educata a civiltà, ma qui come altrove si confermò per prove, come in generale cotesto popolo sia barbaro, e feroce: e le guerre di Affrica lo hanno viepiù imbarbarito; costà le immani opere di Annibale il quale fece recidere i piedi ai prigionieri impotenti a seguitarlo rinnovarono; il soffocare col fumo i giudei nelle caverne onde la fama di Tito è aborrita, auspice il Pellissier, da capo fu praticato dai Francesi a danno dei Beduini: a Roma, e lo vedemmo, non solo bombardarono la città, e i luoghi sacri per religione di memorie, o per miracoli di arte, ma principale diletto essi posero a pigliare di mira la chiesa di San Pancrazio convertita in ospedale con manifesto spreto della bandiera nera inalberata in vetta al campanile per farli accorti quivi dentro giacere morti e feriti. Noi sempre provarono i Francesi feriti soccorrevoli; questi al contrario sempre acerbi contro i nostri, nonostante le lustre e i paroloni in contrario, e tu giudica o lettore se i Francesi possano vantarsi presidio di civiltà da quello, che seguita, e che da noi si ricava (recandolo nel sermone nostro) dalla Gazzetta medicale di Parigi t. 44. 3 nov. 1849. «Certo dì un uomo di alto affare venne per porgere conforto ai patimenti dei nostri feriti; caso volle ch'egli vedesse fra i nostri mescolati due italiani:»—«Or come esclamò egli, i nemici fra noi?»—«Scusate, riprese il dottore, sono tutti feriti»—«Sta bene, aiutante, soggiunse il generale, pigliate ricordo, e domani fateli sgombrare»—«Un poco più oltre costui notò parecchi giacenti senza camicie; (altri poi ne avevano delle eccellenti, e donde loro venissero lo sa il nostro amico Monier)» e da capo disse: «aiutante scrivete, e provvedansi subito camicie; sì miei bravi soldati voi tosto ne avrete.»—«Malgrado questi bei discorsi, il fatto sta, che i feriti italiani tremanti per febbre traendo dolorosissimi guai furono trasportati altrove, le camicie poi non si videro.» Di uffiziali che ostentaronsi amici, e tradita ogni legge non dico di umanità ma di guerra assassinarono a man salva fu detto, e fu detto altresì dello strazio crudele menato dei soccorritori ai feriti; io non incolpo il porre, ch'essi facevano i caschi in cima ai fucili sporgendoli dai parapetti delle trincee, perchè i nostri ingannati li moschettassero, e scarico appena lo schioppo, saltare su a colpire l'incauto feritore; questi si considerano strattagemmi di guerra, e guai a cui ci si lascia prendere, ma sì gl'incolpo della salvatica soverchieria di schiantare l'antica polveriera di Tivoli nel giorno ventinove di giugno mentre poteva ormai reputarsi conchiuso l'assedio, ed ogni via per giungere a Roma occupata dai Francesi. Ecco come per loro fu condotta a compimento la magnanima impresa; il generale Sauvan con due battaglioni di fanti, venticinque cavalli, ed un drappello d'ingegneri condottosi a Tivoli intima al preside che atterri l'opificio; preside, magistratura, e guardia nazionale protestano contro l'animalesco comando, costui (e gli parve mostrarsi spartano) della protesta fece ricevuta in questi termini: «il sottoscritto generale dichiara essergli stata presentata dal Municipio di Tivoli una protesta contro la distruzione della polveriera: nonostante la protesta la fa atterrare.» Così un edifizio durato da secoli in breve ora cadde sovvertito dalle fondamenta, stupenda copia di polvere, salnitro, e zolfo gittarono nell'acqua, arsi gli arnesi, fracassate le macchine; e tutto questo non mica per amore di difesa, bensì per genio di barbarie; e' fu episodio degno della illustre epopea. Siccome io intendo fare con questo libro quello, che il Garibaldi operò, voglio dire, uscirmene di Roma prima che vi scendano i Francesi così io metto a questo luogo la offesa esecrabile commessa da costoro in onta alla memoria del Mellara, anzi in onta alla umanità, e questo ritraggo da certe lettere private di persona, che non so adesso, ma a quei tempi procedeva parzialissima al Papa. Il Mellara dopo patimenti ineffabili periva, molti, suoi compagni di arme si riunirono alla chiesa dei Santi Vincenzo, ed Anastasio per rendergli il tributo estremo delle esequie onorate; andarono vestiti dell'antica assisa, e con la nappa dei colori italiani: era anco intendimento loro pronunziare qualche lode su la bara del defunto, il quale tanto bene se l'era meritata in vita; di ciò informato il Rostolan accorse seguito da molta mano di milizie alla chiesa, a forza volle la sgombrassero i commilitoni del Mellara, tutto vietò eccetto la messa; e siccome il dì veniente i soliti amorevoli del Mellara disegnavano associarne il cadavere al pubblico cimiterio, anco questo impediva; comandava lo seppellissero in chiesa, ma prima che in grembo alla terra lo deponessero egli commise al becchino, che strappasse dal cappello al trapassato la insegna dei tre colori: tanto gl'Italiani chiudano nell'animo e lo ricordino il giorno di possibile vendetta; rammentino altresì che il Bano Jellachich, e il suo fratello colonnello entrambi croati, e capi di croati non mancarono mai di riverenza alla virtù tradita dalla fortuna……
Ora per tornare alla difesa del Vascello, io per me penso, che supporranno i difensori confortati in copia di cibi, e di bevande; ahimè! essi penuriavano di quello, che appena basta per sopperire alla vita; parecchi giorni sostentaronsi con grossi e neri pani che lì rimasti da lungo tempo si erano induriti così, che se ne servivano per origliere quando giacevano sul nudo pavimento a pigliare qualche riposo: essi mangiarono i loro guanciali, come i seguaci di Enea mangiarono le proprie mense.—Sembra altresì, che i Francesi intendessero conquidere i difensori non solo con la fame, col ferro, con le ruine, e col fuoco, ma ed anco con la pietà, e con l'aere pestilenziale, dacchè eglino non consentissero mai alcune ore di tregua per seppellire da una parte, e dall'altra i propri morti; durante tutto lo assedio pertanto essi giacquero a piè delle ruine spettacolo miserando e pericolo presentissimo di suscitare la morìa per l'Italia, e forse nella universa Europa; ed anco questo scrivi lettore italiano in conto della civiltà francese. Il corpo del capitano Ferrari morto nella giornata del tre Giugno per la inesorabile barbarie dei Francesi stette esposto alle intemperie, e agli oltraggi degli uccelli di rapina intero un mese.
Le ferite, e le morti non pure dagli eroi del Vascello sopportavansi con mirabile costanza, ma perfino con motteggio; e va pei ricordi dei tempi famoso il giovane Montegazza milanese già orbato di un'occhio nelle cinque giornate di Milano; egli pertanto mentre si travaglia alla difesa del Vascello colpito da palla nemica perde l'altro; non si sgomentando per sì grave sciagura scappa fuori con questi detti: «bona noce; àun smorza i ciar;»—«buona notte, hanno spento i lumi!» Veruno rise, all'opposto, piansero sommesso per non rattristrarlo; visse un tempo in Roma segno di compassione universale ma sterile; un pietoso lo tolse seco per cibarlo del suo pane, e dissetarlo al suo bicchiere; non italiano però, molto meno francese, egli era russo!